La geopolitica dei vaccini

Questo report mira ad analizzare il ruolo che i vaccini anti-Covid19 stanno svolgendo nelle dinamiche geopolitiche internazionali e nel confronto tra le super potenze e gli attori regionali.

Autore: Giacomo Barbetta

Abstract: I vaccini per contrastare la pandemia da Covid-19, in questo scorcio di secolo, sono degli strumenti in mano ai governi per accrescere la loro influenza sullo scacchiere globale sia in termini geostrategici che di soft power. Coloro che per primi sono riusciti a sviluppare i sieri anti-Covid, come Cina e Russia, hanno provato a utilizzare tale vantaggio per guadagnare posizioni nelle aree geografiche ed economiche di loro interesse, anche a discapito della domanda di salute e sicurezza proveniente dall’interno. Dal canto loro gli Stati Uniti e l’Europa tentano di contrastare le mosse di Pechino e Mosca attraverso azioni diplomatiche e privilegiando, in primo luogo, il benessere e la salute dei propri concittadini. Oltre alla proiezione planetaria, il ‘gioco dei vaccini’ interessa in modo preponderante le regioni limitrofe alle grandi potenze. La Cina, attraverso l’esportazione di milioni di dosi di vaccino ai peasi vicini tenta di irretire l’India, in grande difficoltà sul fronte interno pur essendo tra i più grandi produttori di vaccini al mondo, e assicurarsi una maggiore influenza nell’area strategica dell’Indo-Pacifico. La Russia ha come obiettivo quello di ampliare il proprio raggio di azione in Europa utilizzando anche l’arma vaccinale oltre alla consueta deterrenza energetica, scontrandosi però con la volontà statunitense di non retrocedere di un passo nel Vecchio Continente. Il confronto è serrato e il soft power sembra essere solo uno degli obiettivi da contendersi.

Parole chiave: vaccini, soft power, Stati Uniti, Russia, Cina, geopolitica, Europa, Covid-19

Conclusioni: Il concetto di soft power in senso tradizionale, così come inteso dal suo ideatore Joseph Nye (cioè come uno strumento di persuasione basato sulla capacità di creare una attitudine positiva), viene in parte sconvolto e deformato dalla narrazione realizzata nei paragrafi precedenti. È evidente, infatti, che le dimensioni e le implicazioni della ‘diplomazia dei vaccini’ siano tali da delineare qualcosa di diverso, ibrido, che si colloca nel mezzo o su una dimensione differente rispetto ai concetti classici di soft power e hard power. Partendo dal concetto che il soft power di uno Stato derivi dalla sua cultura, dalla sua cultura politica e dalla sua politica estera, per quanto riguarda la sfida dei vaccini “sono pochi gli stati che possono agire nel mondo in conformità con queste norme così altosonanti, se non per brevi momenti”. Se si pone la questioni in questi termini, tuttavia, è ipotizzabile che chi sarà capace di mantenere più a lungo in equilibrio o nel tempo di trovare un equilibrio migliore, tra questi tre ‘ingredienti’ del soft power, potrà prevalere anche nella disputa vaccinale e ricavarsi spazi, vantaggi e visibilità. Proprio Josph Nye, in una recente intervista, ha intravisto in questo senso una sicura vittoria statunitense nei confronti dell’altro grande contendente, la Cina. Il fatto che gli Stati Uniti, pur essendo stati i primi a poter disporre del vaccino, abbiano optato per una accorta politica vaccinale che affrontasse in modo equo sia la domanda interna che quella esterna (cultura politica),  si siano affrettati nel rientrare subito nell’Organizzazione Mondiale della Sanità (dopo l’abbandono voluto da Trump) versando 4 miliardi di dollari a  favore dell’iniziativa Covax e di rafforzare la cooperazione anche in campo vaccinale con i partner del Quad – Quadrilateral Security Dialogue (politiche estere), farebbero propendere per una affermazione degli Usa in termini di soft power. Tuttavia, come ampiamente ricordato, il fattore tempo è cruciale, soprattutto in considerazione dell’impatto sociale ed economico che la pandemia sta avendo a livello globale. La prontezza con cui la Cina, ma anche l’India e in parte la Russia hanno risposto al grido di aiuto proveniente da molte aree del mondo, ha certamente conferito un vantaggio non di poco conto. Gli Stati Uniti e soprattutto l’Europa, in questo senso, devono colmare un importante divario. È possibile, quindi, affermare che il ‘gioco dei vaccini’ è tutt’altro che concluso.