Scenario geopolitico della crisi petrolifera

by Silvia Boltuc

Lo scoppio della pandemia da Covid-19 e la crisi economico-sanitaria globale hanno caratterizzato tutto il 2020 mettendo il mondo di fronte ad una serie di sfide inaspettate come lo shock senza precedenti della domanda petrolifera le cui ripercussioni economiche interessano i paesi OPEC+ e le dinamiche geopolitiche euroasiatiche.

Si prevede che la spinta ai consumi crescerà con la distribuzione dei vaccini, ma secondo l’Energy Information Administration (EIA) questo non avverrà prima del terzo trimestre 2021. Ad oggi l’euforia per una possibile fine della pandemia è stata minata dal ritmo lento delle vaccinazioni e dall’aumento di nuove varianti del Coronavirus frenando inevitabilmente i prezzi. Nel tentativo di mantenere una solida struttura patrimoniale in uno scenario di prezzi depresso e instabile molte compagnie hanno avviato interventi di razionalizzazione e contenimento degli esborsi di cassa ottimizzando il più possibile investimenti e costi.

La Cina, con l’esplosione della sua economia, è diventata una dei maggiori acquirenti di greggio. L’improvviso blocco del settore manifatturiero a seguito della propagazione del Covid-19 ha avviato un effetto domino sul crollo del mercato petrolifero, ma è stato solo il colpo finale ad un andamento già preesistente dovuto alla guerra dei prezzi fra Riyad, Mosca e Washington.

I sauditi, vedendo la crescita concorrenziale dei paesi extra OPEC, hanno tentato di forzare il mercato, nello specifico di comprimere i prezzi innalzando la produzione. Riyad non ha ottenuto i risultati sperati poiché lo Shale oil americano (petrolio prodotto dal fracking) ha inaspettatamente resistito alla strategia saudita e i prezzi sono crollati al punto che neanche più i paesi del cartello sono stati in grado di pareggiare i loro bilanci. Dalla necessità di alzare i prezzi del greggio nasce la decisione di aprire l’OPEC ad altri paesi (Azerbaigian, Bahrain, Brunei, Kazachistan, Malesia, Messico, Oman, Russia, Sud Sudan e Sudan) per dar luogo all’OPEC+ che ha stabilito una politica di tagli congiunti alla produzione.

Rapporto tra domanda e forniture di petrolio secondo i dati forniti dalla IEA (Fonte: Seeking Alpha)

Il nuovo piano dell’OPEC+ prevede un progressivo allentamento delle restrizioni alla produzione in incrementi da decidere ad inizio di ogni mese. A questi si sono aggiunti i tagli di febbraio-marzo da parte dell’Arabia Saudita decisi volontariamente. L’intenzione di tali politiche è quella di regolare l’offerta, ma l’equilibrio dell’accordo è fragile, poiché la conformità dei singoli paesi potrebbe diminuire con la ripresa della domanda.

A bilanciare i mercati petroliferi e il settore della raffinazione, oltre alla produzione OPEC+ e al procedere della pandemia da Covid-19, concorrono anche altri fattori, come ad esempio la transizione energetica verso gas naturale ed energie rinnovabili. La spinta sempre maggiore verso politiche carbon free potrebbe salvare dalla chiusura moltissime raffinerie che possono essere convertite in terminali nella produzione e distribuzione di combustibili liquidi. Tali politiche, che si inseriscono nell’insieme dei provvedimenti volti a contrastare i cambiamenti climatici, influiscono negativamente sui mercati del petrolio.

Gli investitori, che prevedono una ripresa molto lenta dei prezzi associata ad una uscita altrettanto lenta dalla crisi pandemica, considerano questi investimenti a lungo termine e perciò possibilmente infruttuosi dal momento che è un mercato destinato a esaurirsi in favore delle rinnovabili.

Di contro, il settore petrolchimico difende la sua posizione come sta avvenendo in questo momento in America in contrasto alle politiche climatiche di Biden. I dirigenti petroliferi sostengono che le emissioni di carbonio dello Shale oil sono inferiori rispetto alle importazioni. Biden ha compiuto rapidi passi per sospendere le vendite di contratti di locazione di petrolio e gas su terreni federali, ha cancellato l’oleodotto Keystone XL e mira ad espandere la flotta governativa di veicoli a energia pulita. L’industria petrolifera statunitense è già sotto pressione dai prezzi bassi e dal pessimismo degli investitori ed essere eccessivamente restrittivi sul territorio federale (New Mexico, Wyoming, Alaska e Golfo del Messico), sostiene Pierre Breber, direttore finanziario della Chevron, “sposterà la produzione di energia in altri paesi”. Infatti, la stategia ecologista di Biden rischia di essere controproducente considerando che l’America è il più grande consumatore mondiale di greggio e qualsiasi restrizione alla produzione interna potrebbe favorire una maggiore importazione da altri paesi caratterizzati da una produzione di petrolio ad alto tenore di carbonio e da leggi ambientali meno rigorose.

Negli anni il mercato degli idrocarburi è cambiato anche a causa di altri processi:

  • l’affacciarsi sul mercato di nuovi attori internazionali come il Canada, il Brasile e diversi attori centroasiatici;
  • la scoperta di nuove tecnologie che hanno permesso ai paesi consumatori di divenire produttori come ad esempio gli Stati Uniti i quali, grazie al fracking, si sono imposti nella produzione del mercato petrolifero;
  • le crescenti richieste del gigante cinese e di altre economie emergenti.

A questo si aggiunge anche il fatto che i prezzi in costante crescita da anni hanno reso fruttuosi investimenti che prima non erano considerati tali spostando l’attenzione su nuove aree geografiche.

Produzione petrolifera di Arabia Saudita, Stati Uniti e Russia a confronto nel periodo 2016-2020 (Fonte: Fool.com)

Un ulteriore causa della difficile ripresa dei prezzi sono le scorte elevate, perchè hanno alti costi di stoccaggio e si sommeranno alle nuove produzioni nel momento in cui ricrescerà la domanda del mercato. Il rischio di una produzione che ha difficoltà a fermarsi è che le possibilità di stoccaggio globali del greggio finiscano per esaurirsi, sia onshore che su petroliera, paralizzando di fatto l’intero settore con ripercussioni drammatiche sui mercati.

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A febbraio/marzo il Ministro saudita dell’Energia, il principe Abdulaziz Bin Salman, ha preso la decisione unilaterale di tagliare la propria offerta consentendo alla maggior parte degli altri membri di raccogliere il vantaggio di prezzi più elevati del greggio e anche a pochi eletti di godere del bonus dei limiti di produzione allentati, come ad esempio la Russia ed il Kazakistan. La decisione ha destato qualche perplessità, ma nell’ottica saudita ha vinto il timore che la ripresa della domanda di petrolio non fosse così forte come appariva. Inoltre, come ha osservato lo stesso principe Abdulaziz, anche se la domanda risulterà più forte del previsto, accelererà semplicemente il drenaggio delle scorte in eccesso. Di questo accordo ne beneficerà sicuramente Washington, perché coprire una maggiore produzione a prezzi più alti stabilizzerà la produzione petrolifera statunitense e la metterà su un percorso ascendente sostenibile. Aziende ad alta leva finanziaria come Occidental Petroleum Corp. hanno raggiunto a inizio mese la vetta della classifica energetica degli Stati Uniti, a simboleggiare l’ancora di salvezza lanciata da Riyadh.

Alla luce dei recenti andamenti, i timori sauditi sembrerebbero fondati, si osserva infatti che sebbene il freddo in tutta l’Asia settentrionale abbia incrementato la domanda di combustibili per riscaldamento, ci sono segnali preoccupanti che il recupero del carburante per i trasporti non solo si sia fermato, ma sia addirittura invertito in alcune aree chiave. L’aumento dei casi di Covid-19 nel nord della Cina ha portato all’imposizione di restrizioni per scoraggiare i viaggi. I voli commerciali in tutto il mondo sono scesi a meno del 60% rispetto il 2019 e anche l’uso delle auto private sta nuovamente diminuendo in alcune importanti città come ad esempio a Pechino.

Se da un lato in uno scenario di prezzi alti la produzione americana trae beneficio, le nazioni consumatrici, come i paesi europei, che dipendono dalle importazioni, in tempi di forte recessione potrebbero subire forte il colpo di un eccessivo recupero dei prezzi.

In una nota FitchSolutions prevede che la domanda riprenderà su tutta la linea guidata dalla regione Asia-Pacifico e Nord America. L’Europa e l’America Latina rimarranno indietro, in gran parte un riflesso di una ripresa economica più debole nei mercati chiave di queste regioni.

Gli scenari futuri del mercato petrolifero rimangono incerti. Da una parte vi è l’industria del petrolio e l’intero settore petrolchimico, che fino a ieri hanno costituito una delle voci principali di introito per moltissimi paesi, il cui smantellamento e riconversione costerebbero miliardi. Alcuni di questi paesi hanno pensato per tempo alla diversificazione economica, altri sono usciti pesantemente indebitati dalla crisi del petrolio, come ad esempio il Turkmenistan e l’Oman.

Impatto dello scontro Washington-Pechino sul mercato petrolifero

La Cina è il più grande importatore di petrolio e gas a livello globale. La recente lista nera degli Usa di dozzine di petroliere gestite da Cosco ha causato un picco nelle tariffe dei VLCC (Very Large Crude Carrier), ma anche un incubo logistico per i commercianti di petrolio cinesi. La Cina teme la supremazia navale statunitense, perché la maggior parte del petrolio importato in Cina e buona parte del suo Gas Naturale Liquido (GNL) passa attraverso lo stretto di Malacca e altri passaggi che la marina statunitense potrebbe facilmente sigillare. Per questa ragione, un embargo navale potrebbe arrestare l’economia cinese e neanche le rotte alternative attraverso il Myanmar, la Russia e l’Asia centrale consentirebbero approvvigionamenti sufficienti.

Importazioni cinesi di petrolio per il periodo gennaio 2016-dicembre 2019 (Fonte: EIA)

La grande necessità di petrolio ed energia cinese potrebbero rappresentare un’opzione interessante per la crisi commerciale in corso con Washington visto che l’industria statunitense ha bisogno di accordi di fornitura di energia a lungo termine per accrescere il settore GNL. Anche se nel luglio 2018 il presidente cinese Xi Jinping ha richiesto alle principali compagnie petrolifere e alle agenzie governative di attuare misure per aumentare la produzione nazionale di petrolio e gas,  la domanda interna non potrà essere soddisfatta e quindi la Cina continuerà ad importare petrolio sostenendo una larga fetta di questo mercato. Se dovesse continuare lo scontro commerciale tra Washington e Pechino altri attori, come ad esempio Australia e Russia che oggi sono i maggiori fornitori di energia alla Cina, potrebbero beneficiarne.  Ad ogni modo, la battaglia fra i due massimi produttori di CO2, con l’avvento di Biden sembra essersi spostato sul piano delle energie pulite e rinnovabili.

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Il primato saudita nel mercato petrolifero e il contrasto con la Russia

L’OPEC fornisce circa il 40% della domanda globale di petrolio, 14% della quale è ricoperta dall’Arabia Saudita. Essendo l’unico produttore di petrolio che può aumentare la produzione per colmare un’immediata carenza di offerta, Riyad detiene un vantaggio. Con un preavviso piuttosto breve, infatti, l’Arabia Saudita può aggiungere un paio di milioni di barili al giorno, circa il 2%. alle forniture globali di petrolio. Inoltre, a differenza della maggior parte dei produttori non OPEC che sono produttori ad alto costo e rischiano di finire le proprie riserve petrolifere, il Regno saudita può contare su riserve che dureranno per molti decenni e su una produzione a basso costo.

Dal 2016 il petrolio ha costituito il fulcro delle sempre più profonde relazioni tra Arabia Saudita e Russia, ma l’invito da parte di Riyad a tagliare la produzione ha incrinato i rapporti con Mosca, che ha reputato tale politica un favore ai produttori statunitensi di Shale oil. È da sottolineare che, a differenza dei giacimenti statunitensi e i pozzi petroliferi degli stati del Golfo, i siti petroliferi siberiani non possono essere bloccati e poi riattivati senza incorrere in pesanti difficoltà tecniche.

Ad oggi, le posizioni assunte all’interno dell’OPEC+ sembrano un tentativo di Riyad di equilibrare i propri rapporti sia con Mosca che con Washington. Infatti, da una parte ci sono le concessioni saudite fatte alla Russia nel timore che il Cremlino possa complicare ulteriormente i rapporti dell’Arabia Saudita con l’Iran, la Siria e il Libano e minare gli interessi sauditi in Libia. Dall’altra parte, invece, è chiaro il tentativo di Riyad di mantenere buoni rapporti con il più importante alleato occidentale, gli Stati Uniti. Di certo, se la guerra del petrolio andasse avanti, l’Arabia Saudita dovrebbe guardarsi anche da quei paesi che non hanno molte riserve di valuta estera per compensare l’enorme differenza dei prezzi.

Indubbiamente il regno saudita dovrà adottare delle politiche di diversificazione economica, dato l’incerto futuro del settore petrolifero. La necessità data dalla pandemia di iniettare fondi nel paese si sta riflettendo sulla politica estera, come il cessate il fuoco unilaterale stabilito in Yemen. Perdere potenza economica per l’Arabia Saudita significa perdere la sua influenza su molte aree del Medioriente e quindi anche la stabilità politica che ne consegue.

Conclusioni

Il mercato petrolifero è stato significativamente sconvolto dalla crisi pandemica con ripercussioni a livello geopolitico e finanziario. Gli scenari futuri rimangono incerti e profondamente dipendenti dalle politiche di diversificazione economica che alcuni paesi produttori, in primis l’Arabia Saudita, hanno avviato per il timore che i prezzi del petrolio possano continuare a scendere; dallo scontro Washington-Pechino che vede la Cina alla ricerca di nuovi produttori e di un nuovo sistema di approvvigionamento petrolifero (grazie anche alla Belt and Roa Initiative) che aggiri l’ostacolo del controllo marittimo statunitense; dalla nuova Amministrazione Biden la quale, promuovendo politiche ambientaliste ed energie rinnovabili, potrebbe causare pesanti perdite nel settore industriale petrolifero statunitense generando così ripercussioni sull’interno mercato del petrolio; dalla necessità della Russia di garantirsi un numero sempre maggiore di compratori e investitori nel proprio settore petrolifero considerando l’attuale scontro con l’Occidente.