Cina tra crescita economica e povertà estrema

by C. Alessandro Mauceri

In piena pandemia la Cina ha dichiarato di aver eliminato la povertà assoluta nel paese registrando anche una crescita economica positiva. Questa analisi mira a comprendere quali siano i livelli economici e gli standard di vita cinesi e se realmente il paese asiatico sia riuscito a contrastare efficacemente la povertà. 

A settembre 2015 l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile definì 17 ‘Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile‘ articolati in 169 target che i paesi firmatari si impegnarono a raggiungere. Il primo di questi prendeva in esame la povertà e prevedeva una serie di azioni e iniziative volte a:

  1. eradicare la povertà ‘estrema’
  2. ridurre la percentuale di uomini, donne e bambini che vivono in povertà
  3. attuare misure di protezione sociale adeguate per tutti
  4. garantire l’accesso ai servizi di base e alla proprietà e al controllo dei terreni e di altre forme di proprietà, eredità, risorse naturali, nuove tecnologie e servizi finanziari adeguati compresa la microfinanza
  5. rafforzare la resilienza dei poveri e di coloro che si trovano in situazioni vulnerabili riducendo la vulnerabilità a eventi estremi climatici
  6. fornire mezzi adeguati ai paesi meno sviluppati per porre fine alla povertà
  7. creare strategie di sviluppo a favore dei poveri

Esistono diverse definizioni di ‘povertà’ che possono prendere in esame il suo aspetto finanziario-monetario oppure guardare ad altri indicatori sociali. Secondo Mahbub Ul Haq e Amartya Sen lo sviluppo umano si basa sulla ‘teoria della capacità’ che distingue le persone in base a quello che ‘possono essere’ (ben nutrite e in buona salute, ben informate, etc.) e in che misura possono realizzare ciò che desiderano. La povertà deriva dalla mancanza ‘involontaria’ di una o entrambe queste capacità.

Quantitativamente, mentre il benessere è legato al denaro (accesso a tutti i mezzi), la mancanza di denaro si trasforma in povertà e quindi è possibile affermare che questa sia legata al reddito. Solitmente vengono indicati due livelli di povertà, quella ‘estrema’ e quella ‘moderata’.

Secondo la Banca Mondiale la soglia di povertà estrema corrisponderebbe a entrate pari a 1,90 dollari al giorno a persona mentre meno di 3,20 dollari al giorno sarebbe indice di povertà moderata. Nell’Unione Europea e nei paesi dell’OSCE si fa riferimento alla povertà di reddito relativa, così vengono definiti poveri coloro i cui redditi sono ben al di sotto del reddito medio del paese in questione (l’Unione europea come soglia prevede il 60% del reddito medio, l’OSCE il 50%).  Nei paesi in via di sviluppo tutto questo non vale: le linee di povertà nazionali sono soggettive e spesso assumono connotazioni politiche.

Povertà del Mondo secondo i parametri della Banca Mondiale (Fonte: HowMuch.net)

Il caso “Cina”

Nel 2013 in Cina una contea su tre era ufficialmente colpita dalla povertà e 832 contee (e oltre 80 milioni di persone) erano gravemente impoverite. Per questo Xi Jinping lanciò la cosiddetta ‘campagna un-due-tre’ che prevedeva un reddito per tutti (almeno 400 dollari all’anno), due preoccupazioni in meno (cibo e vestiti) e tre garanzie (casa, accesso all’educazione e cure mediche per tutti).

Analizzando i dati forniti dalle fonti ufficiali cinesi è possibile evidenziare come nel 2012 le persone in povertà estrema erano 98,99 milioni mentre nel 2019 tale dato si stimava fosse pari a 5,51 milioni. A ottobre 2020, in piean crisi pandemica, il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato di aver raggiunto l’obiettivo di aver eliminato la povertà assoluta nel paese sottolineando come in soli sette anni la Cina avrebbe eradicato la povertà estrema.

La crescita dell’economia cinese

La pandemia, oltre a causare un numero elevato di vittime umane, ha comportato un arresto dell’attività economica globale. Secondo quanto dichiarato da Gita Gopinath, economista del Fondo Monetario Internazionale, all’ultimo World Economic Outlook, nel 2020 la crescita globale è prevista al -3%, dato peggiore rispetto a quello registrato durante la crisi finanziaria globale del 2009.  Visto che la ripresa sarà parziale e rimarrà al di sotto delle stime pre-virus, lo scenario che si prospetta è allarmante.

Soltanto l’Asia nel 2020 sembra poter registrare un tasso di crescita economica positiva, sebbene di oltre cinque punti percentuali inferiore alla media del decennio precedente, grazie alla forza trainante della Cina. Le cinque maggiori economie del sud-est asiatico, Indonesia, Tailandia, Malesia, Singapore e Filippine, caleranno mediamente del 1,3%, mentre secondo le stime di Rhee, il PIL del Giappone diminuirà del 5,2%, in India del 1,9% e nella Corea del Sud del 1,2%.

Performance economica globale secondo i dati forniti dal Fondo Monetario Internazionale. L’infografica sottolinea come il 2020 sia stato un anno caratterizzato da una forte contrazione nella crescita economica con stime positive per il 2021.

Con una crescita annua pari a 8-9% la Cina è il paese con più elevata performance economica degli ultimi 30 anni. Dall’avvio della Riforma ed Apertura, alla fine degli anni ’70, l’economia cinese ha continuato a crescere e durante la pandemia, anche se si è registrato un rallentamento, la Cina sembra essere stata caratterizzata da una ripresa economica sbalorditiva con una crescita del 1,2% già nel 2020  con stime che parlano del 9,2% nel 2021.  Performance economica positiva che avrà conseguenze sociopolitiche come l’aumento della classe media (da 100 a 700 milioni di persone) e della popolazione ‘ricca’ (da 10 milioni nel 2003 a 130 milioni nel 2020).

Grazie a programmi volti a stimolare l’economia locale anche la povertà rurale si è ridotta passando dal 73,5% del 1990 al 4,2% del 2014. Secondo i dati forniti da Pechino, gli standard di vita delle regioni più povere del paese sarebbero migliorati grazie alla fornitura di acqua potabile, energia elettrica e servizi ed assistenza medica. Ciò nonostante, alla fine del 2014, erano ancora 70,17 milioni i cinesi che vivevano al di sotto della soglia di povertà estrema, con un reddito netto annuo pro-capite di circa 300 dollari.

Per raggiungere entro il 2020 l’obiettivo di ‘una società moderatamente prospera’, termine utilizzato per riferirsi ad uno stato di diffuso benessere, nel 2014 venne introdotta la politica dell’ ‘alleviamento mirato della povertà’, espressione utilizzata per la prima volta dal presidente cinese Xi Jinping durante una visita al villaggio di Shibadong, nella regione dello Hunan. Questa strategia si focalizzava principalmente sulle aree rurali, adottava misure basate sull’adattamento delle politiche sociali ed assistenziali alle diverse condizioni e ai differenti bisogni dei singoli soggetti, ma non prendeva in considerazione i poveri che vivevano nelle aree urbane e i lavoratori migranti.

Decrescita della povertà estrema in Cina (Fonte: CGTN)

Per Pechino questo programma socioeconomico aveva una importanza fondamentale a tal punto che per realizzarlo solo nel 2016 sono stati inviati 775 mila funzionari nelle aree rurali più povere del paese (molti dei quali provenienti dal Dipartimento dell’Organizzazione del Comitato Centrale del PCC) e anche molti rappresentati di organizzazioni sociali. Sono stati lanciati programmi come il ‘Micro-credit for Poverty Allevation‘ che prevede l’accesso ai servizi finanziari per l’avvio di piccole attività imprenditoriali o  il ‘Relocation Program’ per favorire il trasferimento in aree che offrono maggiori e migliori opportunità di lavoro e servizi sociali. É stato istituito anche un archivio nazionale dei nuclei familiari poveri contenente informazioni dettagliate sugli standard di vita e sui redditi delle famiglie e sulla base di questi dati sono stati corrisposti gli aiuti economici. Il Consiglio di Stato ha istituito un Leading Group per l’Alleviamento della Povertà e lo Sviluppo il cui obiettivo era quello di mobilitare la partecipazione dei dipartimenti governativi, delle istituzioni pubbliche, ma anche delle imprese private e delle organizzazioni.

A seconda dei bisogni specifici delle famiglie povere sono stati corrisposti aiuti per potabilizzare le acque, fornire corrente elettrica, ristrutturare gli edifici, favorire il turismo rurale, l’educazione e la cultura, lo sviluppo industriale e l’informatizzazione. Sin dal 2015 oltre 60.000 imprese private e statali sono state coinvolte nell’iniziativa ‘10.000 imprese aiutano 10.000 villaggi’. Alibaba, ad esempio, sfruttando le potenzialità di internet, ha supportato la creazione di centri rurali e-commerce noti come villaggi Taobao, dal nome della più importante piattaforma di acquisti online presente nel paese, per incentivare i residenti a dedicarsi alla vendita online dei propri prodotti e delle specialità locali. Secondo un rapporto di Alibaba presentato a Shijiazhuang, nel 2018 le contee povere del Paese hanno registrato un totale di vendite di oltre 63 miliardi di renminbi sulla piattaforma e-commerce di Alibaba.

Oltre all’aiuto provenienti dalle maggiori compagnie del paese il Governo centrale dal 2014 al 2017 ha raddoppiato fondi per la riduzione della povertà rurale  passando da 43 miliardi a 86miliardi di renminbi mentre quelli dei governi provinciali sono quadruplicati.

Stando ai dati rilasciati dall’Ufficio Nazionale di Statistica cinese, negli ultimi sei anni l’80% dei villaggi poveri e il 20% delle contee impoverite hanno ricevuto aiuti che hanno ridotto la povertà rurale di circa il 70% passando da 98,99 milioni di poveri nel 2012 a 30,46 milioni alla fine del 2017. Il tasso di povertà (percentuale di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà) è sceso dal 10,2% al 1,7%. Il reddito medio annuo dei residenti delle aree povere rurali è aumentato di circa il 10,7% fino a raggiungere i 10.371 renminbi (circa 1.500 dollari) nel 2018. Notevole anche la crescita delle opportunità di lavoro grazie all’avvio di più di 30 mila programmi di formazione e alle misure destinate a oltre 700mila persone per aiutarle a trovare lavoro in prossimità del loro luogo di residenza.

Oggi il 93,2% degli abitanti dei villaggi rurali dispone di servizi sanitari e l’89,9% delle famiglie rurali dispone di una scuola elementare nelle vicinanze della propria abitazione. Dal 2012 al 2018 il consumo di acqua potabile è cresciuto del 11,4% ogni anno. Secondo i dati del Leading Group per l’Alleviamento della Povertà e lo Sviluppo, alla fine del 2019, la popolazione povera delle aree rurali del paese è scesa a 6.6 milioni. Nel 2013 nel Guizhou, una delle regioni più povere, il tasso di povertà era del 26,3%, valore che nel 2018 era sceso al 4,3%. Nella regione sud-orientale del Jiangsu alla fine del 2019 le persone in povertà estrema erano solo 17 su una popolazione di oltre 80 milioni di individui.

La povertà in Cina

Dal 2010 in Cina la ricchezza media è aumentata considerevolmente pur mantenendo differenze enormi all’interno del paese.

Già all’inizio del 2020 il presidente cinese Xi Jinping aveva dichiarato che l’obiettivo era quello di eliminare la povertà nelle aree rurali del paese sollevando perplessità tra gli esperti del settore e le organizzazioni internazionali. Il primo dubbio era inerente la definizione stessa di povertà estrema in Cina che secondo il Governo centrale cinese corrisponde a un reddito inferiore a 2.300 renminbi (circa 294,18 euro), ossia meno di un dollaro al giorno, importo ben più basso di quello indicato dalla Banca Mondiale (e dalle Nazioni Unite) di 1,90 dollari al giorno. Ciò significa che molte persone in ‘povertà estrema’, secondo i dati riconosciuti a livello internazionale, per il governo cinese sarebbero semplicemente povere.

Lo stratagemma adoperato dal governo cinese non è nuovo. Anche in India con l’obiettivo di dimostrare di aver ridotto la povertà estrema nel paese il Governo di Nuova Delhi ha fissato una linea di povertà molto bassa e così quando nel 2014 l’ex presidente del Consiglio Consultivo per l’Economia propose di aumentare la soglia della povertà da 27 a 32 rupie (53 centesimi di dollato) al giorno per le aree rurali e da 33 a 47 rupie (78 centesimi di dollaro) per le aree urbane fu aspramente criticato a causa del timore che questa strategia avrebbe innalzato il livello di povertà dell’India dal 21,9% al 29,5%.

L’immagine di una Cina nazione moderna, iper-tecnologica e in grado di imporre la propria governance al mondo potrebbe nascondere una realtà fatta di arretratezza e sottosviluppo, in special modo nelle aree rurali che sono state oggetto delle politiche per contrastare la povertà estrema.

Standard di vita in Cina e distribuzione della povertà (Fonte: UNDP)

La visione futuristica del governo cinese di trasformare l’agricoltura di piccola scala in un’agricoltura industriale trainata dalle cosiddette ‘imprese dalla testa di drago’ (longtou qiye), ossia conglomerati alimentari dove esperti agronomi dovrebbero sostituire anziani contadini e produrre il cibo necessario a sfamare il ceto medio delle grandi metropoli (forse per riportare la Cina ad essere autonoma dal punto di vista alimentare), si scontra con una realtà completamente diversa. Una realtà fatta di terreni inariditi dove l’età media degli abitanti è elevata (conseguenza delle politiche del figlio unico di qualche decennio fa e della migrazione di massa verso le metropoli) e la corruzione è diffusa a tutti i livelli. Occorre evidenziare anche che spesso le misure introdotte per alleviare la povertà come trasferire altrove gli anziani poveri estremi che vivono da soli sono difficili da attuare oppure riguardano quasi esclusivamente i poveri estremi lasciando fuori una larga parte della società composta da milioni di persone che non rientrano, però, nelle categorie prese in considerazione dal Governo.

Questa situazione è steta messa in evidenza anche da alcuni studi specializzati sui poveri dei villaggi della provincia dello Shanxi i quali erano apparsi ‘indottrinati’ dall’autorità centrale e pronti a rispondere alle domande ripetendo le dichiarazioni ad hoc trasmesse dal Governo basate sull’ideologia del non preoccuparsi di avere abbastanza cibo da mangiare o vestiti da indossare a cui facevano da contraltare le ‘tre garanzie’ statali rappresentate da medicina, alloggio e istruzione. Nella raccolta Afterlives of Chinese Communism lo studioso cinese Li Zhiyu afferma che:

“La mobilitazione (dongyuan) è un concetto fondamentale nella politica cinese contemporanea. Indica l’uso di un sistema ideologico per incoraggiare, o costringere, i membri della società a partecipare a determinati obiettivi politici, economici o sociali.”.

Wen Guanzhong, economista sino-americano e professore ordinario di economia al Trinity College, ritiene che in Cina esistono due problemi sistemici, ossia l’hukou, la carta dello stato civile che impedisce alle persone migliori delle campagne di trasferirsi in città, e il sistema terrestre che incoraggia le persone migliori a lasciare la campagna.

Secondo Guanzhong, col diminuire della produttività delle campagne molte persone  saranno costrette a trasferirsi in città, fenomeno che colpirà prima coloro che possono essere definiti i ‘più capaci’ o ‘migliori’ lasciando così alla vita rurale soltanto gli anziani, i deboli e i malati mentre le cosiddette persone ‘pigre’ potranno fare affidamento sul Governo grazie alla strategia della riduzione della povertà. Visto che in Cina vige un sistema fondiario basato sulla proprietà collettiva che prevede che i membri di un villaggio abbiano diritto di prelazione e l’obbligo nel ‘dare un pezzo di terra’, il rischio è che  ogni famiglia manterrà sicuramente i più incompetenti, i più anziani e i più deboli nel prendere decisioni.

 Conclusioni

In Cina, come nel resto del mondo, il Governo sta perdendo la lotta contro la povertà come confermato dall’ultimo rapporto presentato da Philip Alston, già relatore speciale delle Nazioni Unite per la povertà estrema e i diritti umani, che parla di un decennio sprecato nella lotta contro la povertà e di trionfalismi fuori luogo che, al contrario, hanno bloccato le riforme che avrebbero potuto prevenire gli effetti peggiori della pandemia.

Secondo i dati ufficiali, il 10% della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà. Il fatto che questa percentuale nel 1990 era il 36% è un’immagine fuorviante del progresso globale contro  questa problematica. Esiste un dibattito tra economisti e ricercatori che mettono in discussione l’indicatore della Banca Mondiale sulla povertà, perché come evidenziato da un recente studio condotto da Robert Allen, economista dell’Oxford Centre for Economic and Social History, si dovrebbero prendere in esame le cosiddette ‘esigenze fondamentali’ (una dieta bilanciata di almeno 2.100 calorie al giorno e uno spazio in cui vivere di almeno tre metri quadrati) che comporterebbero necessità di entrate molto superiori rispetto all’International poverty line fissata dalla Banca Mondiale, ossia 2,63 dollari a persona al giorno nei paesi in via di sviluppo e 3,96 dollari in quelli ad alto reddito.

Sulla base di queste ricerche e dei dati riportati in questa analisi è possibile concludere che le soglie utilizzate da Pechino nella propria lotta alla povertà sono inferiori a quelle che prendono in considerazione le ‘esigenze fondamentali’, motivo in più per affermare che la Cina non ha sconfitto la povertà estrema nel suo paese, ma ha modificato soltanto i valori per calcolarla favorendo così politiche sociali errate e un aumento nel futuro dei poveri e del divario con i ricchi.