Ucraina orientale: possibile ripresa degli scontri

Il conflitto del Nagorno-Karabakh ha evidenziato come le aree di crisi all’interno dello spazio post-sovietico possano rapidamente sperimentare un riacutizzarsi degli scontri in grado di causare una ripresa del conflitto armato capace di influenzare le dinamiche locali e interessare gli attori internazionali. La regione del Donbass, a causa delle dinamiche locali, potrebbe divenire il prossimo teatro di scontro nello scacchiere euroasiatico.

Situata nella parte orientale dell’Ucraina, la regione del Donbass si è trasformata in un campo di battaglia da quando nel 2014, a seguito di un cambio di governo a Kiev, si sono formate le due repubbliche indipendentiste di Donetsk e Lugansk. Il nuovo governo ucraino insediatosi al potere, filoeuropeista, filoatlantico e indisposto verso le minoranze russe, manifestò subito la sua contrarietà a concedere autonomia alle Repubbliche ribelli dando il via ad un’operazione militare al fine di sedare la rivolta. Da allora la regione è stata teatro di scontro tra forze militari e paramilitari ucraine e delle Repubbliche separatiste, queste ultime sostenute della Federazione Russa.

Dal 2014 ai giorni nostri la guerra ha visto fasi alterne con diverse intensità, l’emanazione di diversi cessate il fuoco monitorati dall’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) e accordi diplomatici per risolvere lo scontro. Ad oggi il conflitto sembrerebbe essersi cristallizzato in una guerra di trincea tra separatisti e ucraini, anche se presto l’intensità dei combattimenti potrebbe tornare a salire.

È molto probabile che l’Ucraina si senta sotto pressione a causa della campagna portata avanti dalle Repubbliche ribelli al fine di ‘de-ucrainizzare’ la regione, distribuendo passaporti riportanti le insegne delle due Repubbliche popolari e sfavorendo l’utilizzo di documenti ucraini. Tale campagna avrebbe inoltre consentito a Mosca di consegnare più di 300.000 passaporti russi ai cittadini delle Repubbliche indipendentiste.

Questo fatto si colloca nel più generale tentativo di russificazione della regione, permettendo alla Russia di esercitare una doppia pressione su Kiev: da un lato rafforza l’influenza russa sull’Ucraina attraverso il Donbass e crea le condizioni per ripetere lo scenario crimeano, dall’altro le permette di essere una valida opzione come meta di immigrazione.

Probabilmente infastidita dalla sempre maggiore russificazione dei territori orientali, Kiev, attraverso il suo rappresentante al Gruppo di contatto trilaterale per la risoluzione diplomatica della guerra in Donbass, Leonid Kravchuk, ha affermato di voler rivedere la sequenza degli accordi di Minsk. L’Ucraina ha chiesto, a novembre, di poter prima riottenere il controllo dei territori persi, condurre elezioni nelle regioni riottenute e poi concedere l’autonomia (il contrario di quanto stabilito in precedenza negli accordi di Minsk). Questo, unito all’indisponibilità del ministro degli esteri russo al dialogo riportata da Kuleba, sua controparte ucraina, potrebbe aver convinto Kiev a intraprendere la strada dello scontro armato.

D’altra parte, il recente conflitto in Nagorno-Karabakh, conclusosi con la riconquista della regione contesa da parte dell’Azerbaigian, è stato attento oggetto di studio da parte delle forze armate ucraine. La speranza di riottenere il controllo del Donbass con l’aiuto della Turchia, alleata dell’Ucraina e da sempre contraria all’annessione russa della Crimea (Ankara si è avvalsa del legame storico e culturale che la lega alle popolazioni tatare presenti nella penisola per contrapporsi all’annessione), sembra adesso essere un’eventualità non così remota: lo dimostra il rinnovato interesse di Kiev per i droni turchi TB2 Bayraktar, già presenti in numero limitato nell’arsenale ucraino e veri protagonisti della vittoria azera nella regione contesa con l’Armenia. Non per niente a novembre il capo di stato maggiore dell’aeronautica di Ankara si sarebbe recato a Kiev per discutere proprio riguardo la cooperazione tra le due parti e l’addestramento all’uso dei droni turchi. All’incontro sono susseguiti numerose esercitazioni e test (che hanno visto la partecipazione di droni non solo turchi, ma anche americani), che sembrano aver confermato l’intenzione del governo di Kiev di procurarsi ulteriori 48 TB2 attraverso la formazione di una joint venture che permetterebbe di produrre i velivoli in loco. Sembra comunque che 6 droni Bayraktar siano già presenti nell’aeroporto militare di Kramatorsk, a circa 80 km dalla regione contesa.

Carta geografica dell’area di scontro nella Ucraina orientale (Fonte: Liveumap)

Non è tuttavia solo la presenza in area di droni a far presagire una ripresa degli scontri, sembrerebbe infatti che sia stato notato dalle forze separatiste un incremento della presenza militare ucraina in prossimità del fronte.

In un recente rapporto OSCE (N° 304/2020, del 22 dicembre), l’organizzazione deputata al rispetto degli accordi di Minsk e al ritiro di armi pesanti dal fronte, si parla della sparizione di 93 carri armati ucraini T-64. Il fatto potrebbe celare un tentativo di riorganizzare le forze ucraine in quello che nelle repubbliche separatiste sembra uno scontro imminente. Il Joint Center for Control and Coordination (Centro Congiunto di Controllo e Coordinamento tra le parti in conflitto creato nel 2014 – JCCC) della Repubblica popolare di Donetsk denuncia in un rapporto del primo dicembre un significativo aumento di mezzi corazzati nelle stazioni ferroviarie locate nelle vicinanze della linea del fronte. Secondo tale rapporto, redatto utilizzando dati provenienti dai report della missione OSCE, le forze armate ucraine avrebbero significativamente aumentato la quantità di tank (da 63 a 142), di lanciarazzi multipli “grad” (da 4 a 9), di artiglieria (da 30 unità a 89) e di sistemi antiaerei.

A confermare il clima di allarme nelle repubbliche separatiste ci sono poi le dichiarazioni riportate da fonti locali e media internazionali. Una di queste, rilasciata da Musa Umahanov, volontario daghestano andato in Donbass per combattere il governo di Kiev, darebbe per sicuro un riacutizzarsi dello scontro, secondo un’intervista rilasciata a Newsfront. Anche Igor Strelkov, ex militare russo unitosi alle forze separatiste ed ex comandante delle forze armate della Repubblica Popolare di Dontesk, in un’intervista rilasciata il 25 dicembre avrebbe parlato della preparazione di un’offensiva da parte Ucraina volta a riottenere il controllo del Donbass, sottolineando l’inevitabilità di una guerra tra Kiev e Mosca.

Al momento nella repubblica di Donetsk sarebbe stato indetto un coprifuoco al fine di limitare l’attività delle forze speciali ucraine, anche se è più probabile che la crescita d’intensità del conflitto coincida con il periodo di fine gennaio – febbraio, ovvero il momento nell’anno nel quale la media delle temperature sottozero potrebbe garantire un terreno solido su cui far transitare autoveicoli e carri armati. Per quel periodo dell’anno probabilmente l’Ucraina potrebbe sperare in un concreto aiuto anche da parte degli Stati Uniti, in quel momento infatti il neoeletto Biden dovrebbe aver assunto il ruolo di presidente USA rendendo più probabile un sostegno americano a Kiev. Sono ben note, infatti, le posizioni di Biden nei confronti della Russia (basti pensare all’invito alla leader dell’opposizione bielorussa Tikhanovskaya a presenziare al suo insediamento, e le dure parole utilizzate contro Mosca per il caso Navalny).

È comunque difficile ipotizzare il ripetersi di uno scenario in stile Nagorno Karabakh in Donbass: innanzitutto difficilmente la Russia cercherebbe di mantenere una posizione di neutralità, ma al contrario apparirebbe più probabile un intervento diretto, con il pretesto di difendere i numerosi cittadini russi nei territori controllati dai separatisti. Lo stesso Putin avrebbe affermato che la Russia è pronta ad intensificare il sostegno in favore delle Repubbliche indipendentiste, andando in qualche modo a riempire il vuoto lasciato dalle istituzioni ucraine in fatto di assistenza sociale e sostegno alla popolazione.

Tutte queste misure introdotte da Mosca sottolineano il fatto di come lo scorrere del tempo sia nemico di Kiev e ne condizioni le tattiche sul campo: è molto probabile che un’eventuale offensiva ucraina per avere successo debba porsi come obiettivo primario la riacquisizione dei confini con la Russia per scoraggiare un invio di uomini e mezzi nei territori contesi, e poi concentrarsi su eventuali sacche di resistenza. Anche in questo caso lo scenario del conflitto appena conclusosi con la vittoria azera sarebbe difficile da applicare: mentre Baku avrebbe potuto contare sull’utilizzo dei droni per logorare l’avversario, Kiev dovrebbe avvalersi di un’azione rapida e fulminea col fine di mettere Mosca di fronte ad un fatto compiuto.


Report elaborato dalla Unità OSINT di ASRIE Analytica. Per maggiori informazioni e analisi inerenti il conflitto in Ucraina orientale è possibile contattare il team di ASRIE Analytica all’indirizzo di posta elettronica info@asrie.org.