Stati Uniti e Russia all’epoca di Biden

by Riccardo Allegri

L’elezione di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti potrebbe prefigurare un cambiamento nelle relazioni tra la Casa Bianca e il Cremlino perseguendo le orme dell’Amministrazione Obama caratterizzando i rapporti russo-statunitensi all’insegna dello scontro e del confronto sia in ambito geopolitico che economico e delle relazioni internazionali con una possibilità di cooperazione nel settore della sicurezza. 

La notte del 25 dicembre del 1991, la bandiera rossa dell’Unione Sovietica venne ammainata per lasciare il posto al tricolore di Pietro il Grande. Dopo più di quaranta anni, la Guerra Fredda era giunta al termine. Il peculiare conflitto che aveva visto fronteggiarsi le due superpotenze mondiali, USA e URSS, si era concluso con l’implosione di quest’ultima, in quella che Vladimir Putin descrisse come “la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”. Washington aveva vinto la guerra, senza sparare un solo colpo in direzione di Mosca.

In ottica statunitense, non vi erano più ostacoli al dominio del paese sul resto del globo. Gli ideali propri della democrazia e dello stato di diritto sarebbero divenuti la regola in ambito politico, mentre il liberalismo ed i dettami dell’economia di mercato avrebbero ricoperto lo stesso ruolo in ambito economico. La stessa Federazione Russa, in un primo momento, sembrò essere piuttosto orientata verso l’adozione del modello di sviluppo propugnato dagli Stati Uniti.

Il problema di fondo era la differente interpretazione degli eventi che avevano portato alla dissoluzione dell’Unione Sovietica che si aveva a Mosca. Per i russi, infatti, gli USA non avevano vinto la Guerra Fredda. Il conflitto era semplicemente terminato. Per di più, si era concluso grazie al decisivo contributo del Cremlino che, con le sue decisioni in politica estera ed interna, aveva dato inizio agli avvenimenti che avrebbero condotto alla fine del blocco sovietico. Senza mai tentare di fermare i cambiamenti in atto.

Per questo motivo, Mosca era desiderosa di vedersi riconosciuto l’importante ruolo che riteneva di aver svolto nel porre fine allo scontro bipolare. Voleva essere accreditata come grande potenza al pari degli Stati Uniti ed essere partecipe nella definizione del nuovo ordine mondiale che stava emergendo.

A Washington, però, avevano altri piani. La Russia era vista come il paese che aveva perso la Guerra Fredda. Era debole economicamente, vessata da più di settant’anni di dominio bolscevico. Il popolo era in subbuglio, non si sapeva nemmeno se il paese sarebbe sopravvissuto o se invece sarebbe incorso in una spirale di violenza e separatismo come stava accadendo nei Balcani. Non poteva essere allo stesso livello degli USA.

Quando i russi compresero che Washington non aveva alcuna intenzione di trattarli da pari, quando si accorsero che la NATO non sarebbe stata smantellata, quando capirono che non sarebbero stati tra gli artefici del nuovo ordine internazionale, essi si sentirono profondamente delusi.

Già alla fine della presidenza di El’tsin erano divenute piuttosto evidenti le tendenze revisioniste di Mosca, ma fu con l’avvento di Vladimir Putin al timone della nazione che le cose cambiarono per davvero. Dopo che anche i suoi tentativi di accreditare la Russia in qualità di grande potenza furono frustrati, egli assunse una postura piuttosto antagonistica nei confronti degli USA.

Dal canto loro, gli Stati Uniti avevano ricominciato a considerate la Federazione Russa come una delle principali minacce alla propria sicurezza nazionale. È questo il motivo per cui, sempre più spesso, si sente parlare di nuova Guerra Fredda.

L’arrivo di Trump alla Casa Bianca nel 2016 aveva fatto presagire un riavvicinamento tra le due potenze, ormai divenute rivali. Del resto, il Tycoon aveva espresso in diverse occasioni la propria ammirazione per Putin e non aveva mai nascosto la propria intenzione di cooperare con la Russia, piuttosto che contrastarla. L’interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane, che aveva sicuramente favorito Trump e contribuito a dividere il paese, unita alle persistenti accuse di collusione tra l’entourage del presidente ed il Cremlino, hanno impedito tale riavvicinamento. Anche se non si può certo dire che la relazione personale tra Putin e l’omologo statunitense sia stata antagonistica.

Quanto accaduto nel corso della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2016 ha però determinato l’impossibilità di una vera collaborazione tra Mosca e Washington. Il fatto che Donald Trump non sia riuscito ad intrattenere una relazione amichevole con la Federazione Russa è la prova più grande della scarsa libertà di manovra che l’establishment americano possiede a tale riguardo.

Appare piuttosto complicato, dunque, pensare che l’avvento di Joe Biden alla Casa Bianca, a seguito della vittoria elettorale del 3 novembre, possa modificare le cose.

Senza contare che il presidente-eletto aveva ricoperto la carica di vicepresidente durante l’amministrazione Obama, una delle più antagonistiche nei confronti di Vladimir Putin. Dopo il fallito tentativo di reset durante l’interludio di Medvedev, era stato proprio Obama ad imporre dure sanzioni economiche sulla Russia in seguito a quanto accaduto in Ucraina. E sempre la sua amministrazione aveva ulteriormente inasprito tali sanzioni una volta che l’interferenza russa nelle elezioni del 2016 era divenuta di dominio pubblico.

È molto probabile che le relazioni tra USA e Russia dal momento dell’insediamento di Joe Biden seguano una traiettoria bidimensionale.

Da un lato, esse proseguiranno nel solco tracciato da Obama. Del resto, in aperta discontinuità con quanto fatto da Trump, Biden ha più volte dichiarato di voler recuperare il rapporto con i propri alleati, soprattutto in Europa. Se è pur vero che l’elettorato statunitense sembra essere sempre più orientato verso una politica fedele alla tradizione isolazionista del paese, il neo-eletto presidente non sembra per niente desideroso di abdicare al ruolo di leader del mondo occidentale. Ciò potrebbe portare ad una crescente rivalità con il Cremlino che si stava lentamente avvantaggiando del disimpegno americano dai vari scenari globali, compreso quello europeo. Appare chiara la volontà del neo-eletto presidente di voler contenere la crescente influenza russa nel Vecchio Continente. L’invito a partecipare alla propria cerimonia di insediamento rivolto da Joe Biden a Svetlana Tichanovskaja (leader dell’opposizione bielorussa a Lukašenko, fedele alleato del Cremlino da oltre vent’anni) si inserisce proprio in questo contesto. Inoltre Biden parrebbe intenzionato a farsi promotore di un rinnovato impegno degli Stati Uniti all’interno di tutte le strutture multinazionali che Washington ha lentamente costruito a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Organizzazioni che erano state fortemente criticate da Donald Trump. Tra esse vi è chiaramente anche la NATO, considerata da Mosca il pericolo numero uno alla propria sicurezza nazionale. Lo stesso Biden, in un saggio pubblicato su Foreign Affairs, ha affermato di voler rinforzare l’Alleanza Atlantica proprio in chiave anti-russa, migliorandone le capacità di contrasto delle minacce non convenzionali, quali quelle relative alla sicurezza cibernetica ed alla disinformazione. In base a quanto scritto dal presidente-eletto, la sua amministrazione dovrebbe imporre alla Russia un “prezzo” elevato quando questa infrangerà il diritto internazionale. Senza contare che Biden ha fatto esplicito riferimento alla necessità di supportare quella parte della società russa che si oppone alle politiche del Cremlino[1].

US and Russia nuclear arsenals’ evolution (Source: Forbes, Statista)

L’altro lato delle relazioni tra USA e Russia è quello decisamente più cooperativo. Anche in questo caso l’amministrazione Biden parrebbe essere del tutto intenzionata a seguire le orme di quella guidata da Barak Obama, ponendosi ancora una volta in aperta discontinuità con le politiche del proprio predecessore Donald Trump.

Biden ha dichiarato in campagna elettorale di essere pronto a riprendere i negoziati per il rinnovo dell’accordo new-START sulla riduzione del numero totale di testate nucleari possedute dai due paesi. L’accordo, che scadrà nel maggio 2021, era stato firmato da Medvedev ed Obama nel 2010 ed aveva portato ad una riduzione del 30% degli arsenali nucleari russo ed americano.

Inoltre, sempre stando a quanto affermato da Biden, egli avrebbe l’intenzione di riportare gli Stati Uniti all’interno del trattato INF, dal quale il paese si era ritirato formalmente nell’agosto del 2019. L’accordo era stato firmato nel 1987 tra Ronald Reagan e Michail Gorbačëv ed aveva lo scopo di eliminare i missili a raggio intermedio. La pericolosa politica di rinnovamento dell’arsenale nucleare americano perseguita da Donald Trump ha portato ad una corsa agli armamenti che mette a repentaglio la stabilità del sistema internazionale. In questo ambito la collaborazione tra Mosca e Washington potrebbe avere ripercussioni notevolmente positive a livello globale[2].

Dal canto suo, il Cremlino ha assunto un atteggiamento attendista rispetto al neo-eletto Biden. Ciò è dimostrato anche dal ritardo di Putin nel congratularsi con il vincitore della contesa elettorale. Del resto, i russi non si sono astenuti dall’interferire anche in questa consultazione. L’operato di Mosca è risultato però assai meno efficace rispetto al 2016, grazie soprattutto alle aumentate capacità di contrasto delle attività di interferenza sviluppate dagli Stati Uniti. Per portare avanti la propria agenda revisionista, la Russia necessita degli Stati Uniti deboli, concentrati sui propri problemi interni. Per questo motivo, le attività di meddling della Federazione si sono concentrate non tanto sul sostegno ad un particolare candidato quanto piuttosto sull’esacerbare le divisioni di cui gli USA sono vittima.

In conclusione, appare piuttosto complicato pensare che l’arrivo di Biden alla presidenza degli Stati Uniti possa portare ad un miglioramento delle relazioni con la Russia. Considerando le posizioni che egli ha sostenuto in passato, quando era vicepresidente, e durante la campagna elettorale è anzi verosimile l’idea che l’antagonismo tra i due paesi possa addirittura aumentare. Eppure, esistono ampi spazi per una cooperazione, anche se limitata soltanto ad alcuni settori. Nell’ambito della non-proliferazione nucleare, del contrasto al terrorismo internazionale ed al narcotraffico, ad esempio, è possibile, per non dire auspicabile, pensare ad una cooperazione tra Mosca e Washington. Nonostante tutto, ciò renderebbe il mondo un posto più sicuro.

[1] J. R. Biden, Why America Must Lead Again, in “Foreign Affairs”, marzo/aprile 2020.

[2] M. Hirsh, The Most Important Election in History, in “Foreign Policy”, autunno 2020.