Caso Navalny e sanzioni alla Russia in ottica geopolitica

by Giuliano Bifolchi

Le sanzioni imposte dall’Unione Europea alla Russia per il caso Navalny rappresentano una leva geopolitica che Bruxelles vuole giocare nei confronti di Mosca per quel che riguarda il Nord Stream 2 in un periodo che vede emergere significativi problemi internazionali come la diffusione del Covid-19, le crisi politiche dello spazio post-sovietico e la ripresa di attentati terroristici.

In agosto i media hanno seguito con passione il caso di sospetto avvelenamento del blogger e politico russo Aleksey Navalny il quale, di ritorno dalla città di Tomsk in Siberia verso Mosca, accusò un forte malore che obbligò l’aereo su cui viaggiava ad atterrare all’aeroporto più vicino per ricevere le cure mediche necessarie. Lo stato di salute del blogger russo peggiorò a tal punto da indurlo al coma mentre i media internazionali scrivevano numerosi articoli su come il politico più influente dell’opposizione in Russia (secondo l’Occidente) si trovasse a lottare tra la vita e la morte per un malessere sospetto. Dai rumors dei media trapelava l’accusa di un tentato avvelenamento e la mancanza di fiducia nei confronti delle autorità russe che stavano investigando sull’accaduto e dei medici che avevano in cura Navalny i quali negarono fin da subito l’avvelenamento tra le cause.

Versione russa contraddetta dal governo tedesco che individuò nella cause della malattia di Navalny l’utilizzo di un agente chimico denominato Novichok quando, per volontà della famiglia, il politico russo venne trasferito al reparto della terapia intensiva dell’ospedale Charité di Berlino. Con il miglioramento delle condizioni di Navalny iniziò di pari passo il raffreddamento dei rapporti tra Mosca e Berlino viste le accuse del governo tedesco rivolte a quello russo e la richiesta di svolgere delle indagini più accurate e mirate a trovare sia i mandanti che gli esecutori del tentato omicidio.

Un braccio di ferro quello tra Russia e Germania che ha coinvolto il Nord Stream 2, gasdotto il cui obiettivo è quello di trasportare il gas naturale russo in direzione europea, che attualmente sembrerebbe trovare l’opposizione di Berlino e del governo di Angela Merkel fino a poca tempo fa convinta sostenitrice del progetto. Il Nord Stream 2 è così entrato di prepotenza nell’affare Navalny e nell’opposizione tra la Russia e l’Occidente anche se già in passato sia l’Amministrazione Obama che Trump avevano criticato questo gasdotto definendolo una leva geopolitica in grado di rendere Bruxelles significativamente dipendente dalle importazioni energetiche dalla Federazione Russa. Ad oggi mancherebbero circa 80 chilometri per completare l’opera che sembra oramai aver incontrato un ostacolo molto difficile da superare rappresentato non solo dall’opposizione degli Stati Uniti e di diversi paesi europei, ma anche di Francia e Germania che fino a poco tempo fa invece erano tra i principali promotori del progetto. Di fatti, il capo della commissione per gli affari esteri del parlamento tedesco, Norbert Röttgen, è arrivato al punto di dichiarare che “il gas naturale sarebbe l’unica lingua che la Russia di Putin comprende attualmente” e quindi fare leva sul Nord Stream 2 permetterebbe di influenzare la politica estera russa.

Nei giorni scorsi l’Unione Europea ha deciso di scendere in campo con l’artiglieria pesante imponendo sanzioni nei confronti di uomini d’affari e politici russi alleati del Cremlino ritenuti responsabili dell’avvelenamento di Navalny così come l’Istituto di Ricerca scientifica russo per la chimica organica identificato dalle autorità europee come il luogo dove sia stato prodotto il Novichok.

Una difesa a spada tratta nei confronti di Navalny che sembra essere però molto di più una mossa politica dell’Unione Europea, e in special modo della Germania, contro la Federazione Russa. Questo perché il blogger russo, divenuto famoso per le sue battaglie contro il sistema del Cremlino e individuato dall’Europa come l’unico esponente dell’opposizione in grado di tenere testa al presidente russo Vladimir Putin, ha un programma politico fortemente tendente a quel nazionalismo che spesso viene osteggiato o visto come pericoloso da Bruxelles. In effetti, nella vita politica di Navalny, iniziata nel 2000 presso il Rossijskaja Ob”edinennaja Demokratičeskaja Partija – Jabloko (Partito Democratico Unificato Russo – Jabloko), si devono sottolineare le accuse di nazionalismo che hanno avvolto la sua figura quando nel 2006 si espresse in favore dell’organizzazione della Marcia Russa prevista a Mosca a cui presero parte diversi gruppi estremisti e xenofobi. Nel 2007 Navalny fondò il movimento Narod (persone, popolo) ispirato al nazionalismo democratico che privilegiava i diritti dei cittadini di etnia russa e che si alleò con i partiti politici russi anti-immigrazione. Posizioni politiche quelle di Navalny pericolose in uno Stato come quello russo che effettivamente è multiconfessionale, multiculturale e multietnico e meta di flussi migratori significativi in special modo dalle repubbliche ex sovietiche del Caucaso e dell’Asia Centrale.

Il gasdotto Nord Stream 2 il cui obiettivo è quello di trasporare il gas naturale russo in Germani (Fonte: Euronews)

Questa volontà da parte dell’Europa di prendere le parti del blogger russo potrebbe celare, però, un obiettivo geopolitico fondamentale come quello di minare il Nord Stream 2 che favorirebbe ovviamente la Russia nel mercato energetico mondiale e nel quadro delle relazioni internazionali, ma ostacolerebbe l’obiettivo primario di Bruxelles di rendere i paesi europei meno dipendenti dal gas russo. È proprio con questo obiettivo che è stata adottata la Strategia di Sicurezza Energetica europea il cui fine è quello di individuare altri mercati come quello caucasico e centro-asiatico da dove acquistare petrolio e gas naturale. Mercati che vengono interessati anche dalla strategia europea di Partenariato Orientale che in realtà segue le orme dell’allargamento dell’Alleanza Atlantica in quei paesi che erano stati cardine del blocco sovietico e del Patto di Varsavia.

Il fatto singolare in queste sanzioni imposte alla Russia è che la causa scatenante sarebbe un evento di cronaca riguardante un politico russo e quindi ascrivibile nel quadro dei problemi di politica interna della Federazione Russa. È interessante che l’avvelenamento di Navalny sia avvenuto nello stesso periodo in cui le elezioni presidenziali in Bielorussia animavano la popolazione locale in protesta contro la rielezione del presidente Aleksander Lukashenko definita illegale, due eventi che hanno visto uno o più paesi dell’Unione Europea interessarsi alle dinamiche della politica interna di uno stato straniero dimenticando il famoso principio di non ingerenza che obbliga tutti gli Stati di non interferire negli affari interni di un altro Stato e vieta tutti quegli interventi volti ad influenzare le scelte di politica interna e internazionale stabilendo così un principio di uguaglianza sovrana (ad esempio è considerata ingerenza l’aiuto fornito a gruppi di ribelli).

Il tutto avviene in una situazione di piena emergenza internazionale a causa della diffusione del Covid-19 che dovrebbe favorire, invece, maggiore cooperazione nel contrastare un virus che sta influenzando notevolmente le economie di tutti i paesi e gli andamenti dei mercati internazionali. Covid-19 che anche in questo caso ha diviso l’opinione pubblica in merito alla Russia e alla produzione del vaccino Sputnik V il quale, secondo quanto dichiarato dal Cremlino, dovrebbe contrastare efficacemente il virus e garantire la protezione dei cittadini (dichiarazioni criticate da diversi paesi dell’Occidente o accolte tra lo scetticismo). Essendo il mondo intero impegnato nella scoperta di un vaccino utile a frenare la diffusione del virus e garantire una ripresa delle attività economiche e produttive normali, e anche evitare una nuova chiusura totale o regimi di coprifuoco in paesi europei dove le libertà sono ritenute fondamentali e sempre garantite, l’imposizione di ulteriori sanzioni aumenta soltanto la distanza tra l’Occidente e la Russia e rende quasi impossibile la cooperazione nel settore medico.

Cooperazione fondamentale non soltanto nella lotta al Covid-19, ma anche in quello della sicurezza come evidenziato dai recenti eventi in Francia che hanno visto un ragazzo musulmano di origine cecena decapitare un professore francese per aver mostrato alla classe le vignette satiriche sul Profeta Muhammad pubblicate in passato da Charlie Habdo (Terrorist attack in France and the Chechen diaspora in Europe). Questa collaborazione tra Bruxelles e Mosca per contrastare il fenomeno del terrorismo e la propaganda jihadista in lingua russa, invece, è venuta a mancare a seguito della Crisi Ucraina e delle sanzioni imposte alla Federazione Russa a danno proprio dei cittadini europei come dimostrato non solo da quanto avvenuto pochi giorni fa nell’area di Parigi, ma anche dai diversi arresti che le polizie europee come quelle di Austria, Francia, Germania e Italia hanno effettuato negli ultimi anni nei confronti di persone di origine nord caucasica che vivevano in Europa come rifugiati o esiliati politici anche se alla fine risultarono radicalizzate grazie alla propaganda dello Stato Islamico in lingua russa.

Sanzioni che potrebbero minare ulteriormente i rapporti tra la Russia e l’Occidente anche nelle aree di crisi internazionale come ad esempio quella del conflitto del Nagorno-Karabakh che interessa proprio la regione del Caucaso identificata come area strategica per la Strategia di Sicurezza Energetica europea. Soltanto alcuni giorni fa è stato raggiunto il secondo cessate il fuoco che dovrebbe porre fine alle ostilità che contrappongono Armenia e Azerbaigian e hanno gettato il Caucaso meridionale nella paura della guerra e di una destabilizzazione regionale (con forti ripercussioni nel mercato energetico locale a cui punta Bruxelles) con un attore come la Turchia pronta a sfruttare la situazione per i propri obiettivi di politica estera (Nagorno-Karabakh: and the winner is…Russia – The Nagorno-Karabakh conflict might destabilise the entire Eurasian region).

In conclusione è possibile affermare che le sanzioni europee devono essere lette in chiave geopolitica e nel quadro del mercato energetico che coinvolge il gasdotto Nord Stream 2. Se da un lato l’Europa mira a rafforzare la propria indipendenza energetica, ulteriori sanzioni e l’incremento della conflittualità con la Russia rischiano di minare ulteriormente la cooperazione nei settori della diplomazia, ricerca, medicina, sicurezza e lotta al terrorismo che sono fondamentali per contrastare i problemi emergenti della nostra contemporaneità.