La morte di al-Baghdadi e l’illusione della vittoria

La morte del leader dello Stato Islamico Abu Bakr al-Baghdadi in Siria a causa di un raid a guida statunitense può considerarsi un evento importante nella lotta al terrorismo, ma non la vittoria su quello che è un fenomeno di portata mondiale che si è insinuato nelle crisi regionali grazie agli errori di politica estera ed interna degli attori internazionali.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato al mondo che al-Baghdadi è morto in Siria presso Idlib facendosi esplodere insieme ai suoi tre figli durante un raid statunitense organizzato grazie alla collaborazione con Russia, Turchia, Iraq e Siria. L’azione militare ha permesso di eliminare anche il numero 2 dello Stato Islamico Hassan al-Muhajir.

L’annuncio di Trump durante la conferenza stampa presso la Casa Bianca è stato caratterizzato da un tono di vittoria ed esaltazione per quanto avvenuto con parole forti usate dal presidente statunitense. Una vittoria, secondo Trump, contro il terrorismo che però serve molto di più per la sua futura campagna elettorale presidenziale e per ‘pulire la faccia’ degli Stati Uniti dopo quanto avvenuto in Siria nei riguardi dei curdi siriani.

Un immagine di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico morto in un raid a guida statunitense nell’area di Idlib in Siria

Anche nel 2011, infatti, l’allora presidente statunitense Barack Obama annunciò al mondo l’eliminazione in Pakistan di Osama bin Laden, leader di al-Qaeda, come un traguardo significativo nella lotta al terrorismo internazionale. A distanza di otto anni da quell’evento al-Qaeda rappresenta, però, ancora una minaccia per la sicurezza internazionale radicata a livello mondiale e ben lontana dall’essere estirpata. Quindi, tagliare la testa dell’organizzazione non ha significato distruggere l’intero corpo, anzi ha dato vita a compagini regionali che in alcuni casi hanno fatto il proprio percorso e si sono affermate maggiormente come proprio lo Stato Islamico che, come spesso molti ignorano, vede le sue origini proprio nelle attività di al-Qaeda in Iraq (per un approfondimento è possibile consultare Geopolitical Report Vol.1/2017 Daesh. Nascita ed evoluzione dello Stato Islamico).

Eliminare al-Baghdadi e definire la sua morte come quella di un cane codardo, secondo le parole usate da Trump, può dare il via ad una serie di attentati volti a vendicare la morte del leader storico, confermare la pericolosità dello Stato Islamico oppure concretizzare l’affermazione di una nuova leadership all’interno dell’organizzazione stessa. Infatti, anche se a livello mediatico al-Baghdadi era il leader dello Stato Islamico che si era andato a creare tra la Siria e l’Iraq ed era riuscito ad espandersi e poi sopravvivere per quasi due anni, l’organizzazione è ben più ramificata e organizzata specialmente dopo la caduta delle roccaforti jihadiste di Raqqa in Siria e Mosul in Iraq.

La propaganda dello Stato Islamico prodotta in lingua araba, inglese, turca e russa ha raggiunto la comunità musulmana a livello mondiale ed è riuscita a fare presa anche in Europa in quelle aree critiche dal punto di vista sociale che vedono la convivenza tra migranti e popolazione locale sempre più difficile. Non è possibile neanche dimenticare come lo Stato Islamico è stata una conseguenza che si è sviluppata a seguito dell’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003 quando l’Amministrazione Bush decise di eliminare definitivamente Saddam Hussein accusandolo in maniera non veritiera di possedere armi chimiche e biologiche e non convenzionali. È stata proprio l’operazione Iraqi Freedom a creare le condizioni che hanno spinto la popolazione sunnita irachena e gli ex membri dell’apparato militare e amministrativo iracheno a familiarizzare e divenire parte dei gruppi terroristici afferenti ad al-Qaeda in Iraq che non è mai stata estirpata completamente ed è rinata successivamente sotto forma di Stato Islamico in Iraq e Siria.

Guardando alla lotta al terrorismo come ad una partita a scacchi, essendo l’Iraq inserito nella scacchiera euroasiatica geopolitica internazionale che ha visto e vede ancora potenze mondiali e attori regionali in contrasto tra loro, è possibile dire che con la morte di Abu Bakr al-Baghdadi  è stato eliminato soltanto un alfiere dello Stato Islamico, perché il re è rappresentato da quella ideologia jihadista che si è andata ad insinuare ed affermare a livello mondiale supportata dalle diverse crisi regionali (la nostra regina degli scacchi) spesso causate dai giochi geopolitici internazionali.

Le stime sul numero dei foreign fighters dello Stato Islamico permettono di evidenziare l’importanza e l’incidenza della popaganda jihadista (Fonte: Voice of America)

Gli scenari futuri sono incerti, ma è evidente come la morte di al-Baghdadi non significa la completa distruzione dello Stato Islamico che vive nelle centinaia di migliaia di parole pubblicate in rete in diverse lingue e veicolate dai Social Network e nel Deep Web che possono raggiungere chiunque abbia accesso al mondo di Internet (cosa sempre più consueta nel XXI secolo), fare presa sulle condizioni di disagio e criticità che molte persone vivono, specialmente le giovani generazioni, e trasformare una persona in un potenziale terrorista. E se lo Stato Islamico fosse stato veramente sconfitto, possibilità che non sembra plausibile, rimane sempre al-Qaeda che potrebbe tornare ad essere l’organizzazione terroristica guida per molti oppure si potrebbero andare a creare nuove compagini regionali jihadiste il cui obiettivo non è la lotta a livello globale, ma locale come ad esempio era Imarat Kavkaz (Emirato del Caucaso) nel sud della Russia, il Movimento Islamico in Uzbekistan (IMU) o il Movimento Islamico del Turkestan Orientale nello Xinjiang cinese.

Le parole di esaltazione di Trump sulla morte di al-Baghdadi sembrano molto più una vittoria di Pirro contro ‘un mostro’ che era stato creato dagli stessi Stati Uniti e dalla comunità internazionale a seguito di una serie infinita di errori commessi nella regione mediorientale di cui l’ultimo è stato quello di abbandonare i curdi siriani nelle mani delle Turchia di Erdogan dopo che questi avevano combattuto proprio insieme agli Stati Uniti lo Stato Islamico.

Difatti, gli interessi geopolitici dei grandi attori internazionali non prendono in considerazione seriamente i risvolti a livello sociale, e questo è quanto era emerso nel febbraio 2016 dalla missione che ASRIE aveva organizzato nel Kurdistan iracheno dove le forze peshmerga locali avevano spesso evidenziato come oltre a combattere lo Stato Islamico erano stati costretti a combattere quella popolazione sunnita irachena che con il nuovo governo sciita imposto da Washington si sentiva perseguitata e vedeva nell’organizzazione di al-Baghdadi l’unica soluzione per una vita migliore (Geopolitical Report Vol.3/2016 Kurdistan Iracheno). Questo perché spesso le grandi potenze scelgono la via militare o trovano soluzioni politiche ed economiche, ma non si dedicano a trovare soluzioni socioculturali e a comprendere le diverse specificità e dinamiche di ogni regione in cui intervengono.

L’auspicio è quello che l’approccio al fenomeno del terrorismo e alle problematiche della regione mediorientale possa cambiare anche se leggendo le parole di Trump e vedendo le dinamiche politiche degli ultimi mesi il timore è quello le diverse crisi regionali possano rimanere e divenire ulteriormente terreno fertile per la propaganda jihadista e che quindi l’eliminazione di Abu Bakr al-Baghdadi possa essere soltanto un evento da ascrivere nei libri di storia.


AUTORE

Giuliano Bifolchi. Direttore della OSINT Unit di ASRIE e analista geopolitico specializzato nel settore Sicurezza, Conflitti e Relazioni Internazionali. Laureato in Scienze Storiche presso l’Università Tor Vergata di Roma, ha conseguito un Master in Peacebuilding Management presso l’Università Pontificia San Bonaventura specializzandosi in Open Source Intelligence (OSINT) applicata al fenomeno terroristico della regione mediorientale e caucasica. Attualmente svolge un progetto di ricerca sul Caucaso del Nord presso l’Università Tor Vergata di Roma.