Terrorismo nel Caucaso del Nord: attacchi in calo, ma preoccupano ancora i problemi della sicurezza

Il Caucaso del Nord continua a dare segnali contrastanti per quel che riguarda la sicurezza interna dimostrando sempre di più quanto la gestione di questa regione del sud della Russia sia complessa e debba prendere in esame tutta una serie di peculiarità locali e di influenze esterne. Mentre il fenomeno degli attacchi violenti legati alla militanza locale e al terrorismo è in diminuzione, rimane allarmante l’impatto che la propaganda jihadista in lingua russa ha nella regione in un periodo storico che vede un possibile ritorno dei foreign fighters nord caucasici nella loro terra di origine a seguito della caduta dello Stato Islamico a Raqqa (Siria) e Mosul (Iraq).

Secondo le statistiche riportate dal portale Kavkazskij Uzel, nella prima metà di questo anno nel Distretto Federale russo del Caucaso del Nord (DFCN) si sono registrate 31 vittime (23 morti e 8 feriti) causate da attacchi violenti, dato inferiore al primo semestre del 2018. Tra le vittime si registrano 22 presunti militanti e un membro delle forze di sicurezza russe a cui si devono aggiungere 7 feriti tra le forze dell’ordine e un civile. Il Dagestan rimane la repubblica maggiormente colpita dal terrorismo con 9 vittime  e almeno 4 scontri a fuoco, seguito da Cecenia (2 morti e 4 feriti e 2 scontri a fuoco), Inguscezia (1 morto e 3 feriti e 1 scontro a fuoco), Stavropol (2 morti e 1 scontro a fuoco) e Cabardino-Balcaria (3 scontri a fuoco). L’Ossezia del Nord e la Repubblica di Caraciai-Circassia si sono invece dimostrate immuni al fenomeno del terrorismo non registrando episodi di violenza, scontri a fuoco e vittime nei primi sei mesi del 2019.

Analizzando i dati inerenti al 2018 è possibile constatare un trend positivo per quel che riguarda la riduzione di scontri a fuoco, esplosioni e vittime rispetto al 2017 anche se non è possibile affermare che in tutta la regione ci sia stato una riduzione della violenza e un miglioramento della sicurezza. Infatti, nella Repubblica di Cabardino-Balcaria e nel territorio di Stavropol il numero delle vittime è aumentato, mentre il Dagestan e la vicina Cecenia continuano ad essere al primo e al secondo posto per quel che riguarda il numero di morti e feriti.

Nel 2018, il numero complessivo delle vittime del conflitto armato nel Caucaso settentrionale è diminuito del 38,3% scendendo da 175 a 108 persone: tra le vittime si contano 82 morti e 26 feriti (dato inferiore rispetto ai 134 morti e 41 feriti del 2017). Anche il totale degli scontri armati ha registrato una flessione passando dai 51 del 2017 ai 38 del 2018 con una percentuale di calo pari al 25,5%. Tra le vittime si segnalano 13 civili (10 morti e 3 feriti), ossia il 66,7% in meno rispetto all’anno precedente che aveva visto un totale di 39 persone (30 morti e 9 feriti), 30 membri delle forze dell’ordine (7 morti e 23 feriti), anche in questo caso dato in calo comparato con le 53 persone del 2017 (22 morti e 31 feriti), e un totale di 65 presunti militanti uccisi (nessun ferito), ossia il 21,7% in meno rispetto agli  83 presunti militanti (82 morti e 1 ferito) eliminati nel precedente anno.

I Foreign Fighters nord caucasici che hanno combattuto in Siria ed Iraq possono rappresentare una minaccia per la regione perché il loro ritorno in patria potrebbe dare un nuovo impulso ad attacchi terroristici (Fonte: Atlantic Council)

In generale è possibile evidenziare che le repubbliche di Dagestan, Cecenia e Inguscezia rimangono i paesi maggiormente colpiti dal fenomeno della militanza armata e del terrorismo. Dal punto di vista politico, nel momento in cui in Cecenia rimane salda la posizione di Ramzan Kadyrov alla guida del paese considerato uno degli alleati più forti del Cremlino nella regione nord caucasica, il Dagestan e l’Inguscezia hanno visto invece l’avvicendarsi di una nuova leadership a causa di crisi interne e dello scontento dell’autorità centrale russa.

In Dagestan il 3 ottobre 2017 ha presentato le sue dimissioni dal ruolo di capo di Stato Ramazan Abdulatipov (di origine avara e in carica dal 28 gennaio 2013) venendo sostituito nel suo incarico da Vladimir Vasiliev. Hanno pesato sulla leadership di Abdulatipov la scarsa popolarità a livello locale dovuta all’incapacità di portare a compimento i progetti che avrebbero dovuto ravvivare lo sviluppo economico del paese come ad esempio la costruzione di un nuovo aeroporto, di una fabbrica di vetro e di una località balneare sul Mar Caspio. Quindi, una economia debole e fortemente dipendente dai fondi erogati da Mosca, la mancanza di opportunità lavorative e di un miglioramento delle condizioni di vita per la popolazione locale, l’orientamento dei giovani daghestani verso il crimine, la militanza armata e la radicalizzazione, sono stati alla base delle dimissioni di Abdulatipov il quale è stato sostituito da Vasiliev, originario della città di Klin nella Oblast’ (regione) di Mosca ed ex deputato della Duma di Stato.

Differente quanto accaduto all’ex leader dell’Inguscezia Yunus-Bek Yevkurov che ha dato le sue dimissioni il 26 giugno 2019 dopo più di dieci anni di permanenza come capo di Stato (incarico iniziato il 31 ottobre 2008) per essere nominato poi nel luglio di questo anno viceministro della Difesa della Federazione Russa. A incidere sulla leadership e posizione di Yevkurov sono stati i rapporti con la vicina Cecenia di Ramzan Kadyrov e l’accordo segreto firmato dalle due parti in merito alla frontiera inguscio-cecena ritenuto dalla popolazione locale come un tradimento. Diverse erano infatti state le manifestazioni del popolo inguscio contro un accordo visto come un “regalo” da parte di Yevkurov in favore della Cecenia di Kadyrov che comportava una perdita di una parte di territorio sovrano inguscio pari al 7%. A minare inoltre il rapporto tra Yevkurov e la popolazione inguscia è stato il suo coinvolgimento e scontro con la leadership sufi della comunità musulmana locale in aperto contrasto con una minoranza sempre più in ascesa come quella salafita: nel maggio 2018, infatti, lo scontro si era fatto così acceso a tal punto che il Centro Spirituale musulmano di Inguscezia (Dukhovniy Tsentr Musulman Respubliki Ingushetii) aveva scomunicato Yekvurov non ritenendolo più un musulmano e quindi vietandogli la partecipazione alle cerimonie nuziali o funebri.

A parte le tre repubbliche della parte orientale del Caucaso del Nord conosciute per i loro problemi politici e di sicurezza, occorre sottolineare il trend negativo registrato nella Repubblica di Cabardino-Balcaria dove il numero delle vittime a causa di attacchi violenti e scontri armati è aumentato di sei volte e anche nel territorio di Stavropol che ha visto un aumento di un terzo del numero di vittime e scontri armati nell’ultimo anno.

Nel 2010 il Cremlino aveva dato inizio alla Strategia di Sviluppo Socioeconomico del Distretto Federale russo del Caucaso del Nord  per il 2025 (Strategia 2025) il cui obiettivo è quello di creare almeno 400 mila posti di lavoro, favorire lo sviluppo del settore turistico, logistico e industriale locale e innalzare i livelli di standard di vita regionali in modo da migliorare la partecipazione al processo economico e produttivo della popolazione locale e scoraggiare quindi il reclutamento della militanza armata locale e dei gruppi terroristici. La Strategia 2025 vede come pietra miliare il progetto Kurorti Severnogo Kavkaza (Resorts del Caucaso del Nord) che prevede la realizzazione di cluster turistici nella regione che trasformino quindi il Caucaso del Nord in meta di attrazione turistica internazionale e permettano l’incremento del livello di occupazione.

Il progetto Kurorti Severnogo Kavkaza che mira a creare cluster turistici e a trasformare il Caucaso del Nord in un hub logistico di collegamento euroasiatico (Fonte: Investkavkaz.ru)

Lo sviluppo socioeconomico è promosso e fortemente sostenuto dal Mosca con fondi statali con la speranza che la regione nord caucasica possa attrarre maggiormente investimenti diretti stranieri (FDIs) e divenire quindi meno dipendente dal budget federale russo. A minacciare questa strategia, il cui impatto a livello locale sui diversi gruppi etnici e sulla piccola imprenditoria rischia di essere più deleterio che positivo, è la stabilità del Caucaso del Nord che potrebbe essere maggiormente scossa dal ritorno dei foreign fighters nord caucasici che hanno combattuto tra le fila di Abu Bakr al-Baghdadi e sarebbero in grado di sfruttare l’esperienza di guerriglia armata acquisita in Siria o Iraq per organizzare attentati nel Caucaso settentrionale e in tutta la Russia e quindi dare una nuova linfa alla militanza armata locale.

In effetti, il DFCN come tutta la Russia e lo spazio post-sovietico non sono esenti dalla propaganda jihadista che nel tempo ha visto nascere e proliferare siti web (tra cui è possibile segnalare Kavkazcenter.com e VDagestan.com) e account dei social network in lingua russa che reclutavano e promuovevano la propaganda jihadista a cui si deve aggiungere la pubblicazione di Istok, il magazine in lingua russa dello Stato Islamico.

In conclusione, se si uniscono problemi di natura socioeconomica regionali, la cui soluzione è complessa e non completamente soddisfatta dalla Strategia 2025 e dal progetto Kurorti Severnogo Kavkaza (come si evince dalla letteratura accademica e specialistica di riferimento), alla propaganda jihadista in lingua russa e agli attacchi violenti nella regione, anche se in diminuzione, è possibile affermare che il problema della sicurezza nel Caucaso del Nord continua ad essere persistente e minacciare la stabilità regionale.  Sicurezza regionale che dovrebbe interessare anche l’Europa e non solo la Federazione Russa perché il Caucaso del Nord gioca un ruolo fondamentale come punto di collegamento tra Europa ed Asia e come barriera/ponte tra il mondo musulmano e quello cristiano. La destabilizzazione del Caucaso del Nord non minaccia soltanto la Russia, ma anche l’Unione Europea il cui coinvolgimento nei progetti di sviluppo regionali dovrebbe essere maggiore e superare il clima di tensione creatosi a seguito della Crisi Ucraina tenendo inoltre conto come elemento importante la significativa presenza della diaspora nord caucasica presente sul suolo europeo a seguito dei conflitti interetnici degli anni ’90 o a causa dell’instabilità successiva alla caduta dell’Unione Sovietica.


AUTORE

Giuliano Bifolchi. Direttore della OSINT Unit di ASRIE e analista geopolitico specializzato nel settore Sicurezza, Conflitti e Relazioni Internazionali. Laureato in Scienze Storiche presso l’Università Tor Vergata di Roma, ha conseguito un Master in Peacebuilding Management presso l’Università Pontificia San Bonaventura specializzandosi in Open Source Intelligence (OSINT) applicata al fenomeno terroristico della regione mediorientale e caucasica. Attualmente svolge un progetto di ricerca sul Caucaso del Nord presso l’Università Tor Vergata di Roma.