Le migrazioni “forzate” del Mar Mediterraneo

Da anni il fenomeno delle migrazioni attraverso il Mar Mediterraneo è oggetto di discussioni e dibattiti. Solo poche volte, però, l’attenzione viene concentrata sulle cause che generano questi flussi migratori e sulle persone che arrivano in Europa provenienti (per la quasi totalità) da Africa e Medio Oriente. Spesso si pensa che siano causati da guerre e conflitti. Invece, nella maggior parte dei casi, si tratta di eventi dovuti ai cambiamenti climatici o alla carenza di risorse alimentari e idriche che ne derivano, oppure allo sfruttamento industriale di vastissime regioni dell’Africa proprio le più ricche e produttive. Da sempre, questi spostamenti hanno caratterizzato la storia e l’evoluzione di tutta l’area.

Ciò che preoccupa è l’evoluzione di questi fenomeni che potrebbe portare a flussi migratori impressionanti nel giro di pochi decenni a causa dei cambiamenti climatici ma soprattutto di fenomeni geopolitici come il “landgrabbing” o la “compensazione”. Politiche dissennate  che potrebbero portare il numero dei profughi ambientali a livello globale a raggiungere il miliardo entro la fine del secolo. A pagare le conseguenze di questi flussi migratori, come sempre, sono le fasce più deboli della popolazione, primi fra tutti i minori e gli adolescenti, che in base agli accordi internazionali sottoscritti dovrebbero meritare un trattamento particolare. E invece spesso finiscono per diventare vittime involontarie di politiche irrazionali.

Da anni i leader europei (e mondiali) compiono enormi sforzi per far fronte al problema dei “migranti”. Incontri, meeting internazionali, conferenze e dibattiti per trovare e proporre soluzioni più o meno irrealizzabili. Raramente, però,  si pensa a “chi” sono quelli che arrivano in Europa attraversando il Mediterraneo o alle “cause” che sono alla base di questi flussi migratori.

In un mondo in costante evoluzione, i flussi migratori sono un fenomeno fisiologico. Un evento geopolitico che ha radici millenarie e conseguenze rilevanti in tutti paesi dove si verificano. L’UNHCR, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha cercato di fare delle previsioni su questo fenomeno. Al lavoro dei ricercatori dell’UNHCR si è aggiunto il rapporto dell’IOM (International Organization for Migration), il World Migration Report 2018 [1]. Da questi studi risultano poco evidenti i motivi che spingono milioni di persone a lasciare la propria casa e affrontare viaggi di migliaia di chilometri privi di certezze. I dati riportati nel rapporto IOM e quelli diffusi dall’UNHCR non spiegano quello che è uno dei fenomeni geopolitici più importanti nei prossimi decenni. Parlare di poco meno di 70 milioni di rifugiati nel 2016 (con un aumento del 65 per cento rispetto ai cinque anni precedenti), inoltre, è riduttivo. Non si parla, ad esempio, delle “forced migrations”, ovvero dei migranti forzati. Così come spesso ci si dimentica di annoverare i rifugiati e i profughi che non attraversano le frontiere, ma si limitano a spostarsi all’interno dei confini nazionali di un paese.

Le motivazioni principali dei flussi migratori dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa attraverso il Mar Mediterraneo sono legate principalmente a tre fattori: ambientale, economico e sociale. Sono queste le principali ragioni che spingono decine di migliaia di persone ogni anno a cercare di attraversare il Mar Mediterraneo per andare dall’Africa all’Europa. Allo stesso modo, raramente si parla di “profughi ambientali”. A dare questa definizione, negli anni ‘90, fu Norman Myers, uno fra più autorevoli esperti sull’argomento. Myers li definì:

“persone che non possono più garantirsi mezzi sicuri di sostentamento nelle loro terre di origine a causa di fattori ambientali di portata inconsueta, in particolare siccità, desertificazione, erosione del suolo, deforestazione, ristrettezze idriche e cambiamento climatico, come pure disastri naturali quali cicloni, tempeste e alluvioni. Di fronte a questa situazione, molti ritengono di non avere altra alternativa se non la ricerca di un sostentamento altrove, sia all’interno del loro paese che al di fuori con stanziamento semi-permanente o permanente” [2].

Oggi, il numero di persone che decide di lasciare la propria casa per motivi ambientali o perché non è più possibile viverci è molto maggiore di quanto si pensa e mostra un trend di crescita elevatissimo. Lo stesso UNHCR è stato costretto ad ammettere che, dal 1970, i flussi migratori sono aumentati sia in termini assoluti che in percentuale sulla popolazione globale. Da 84 milioni di persone, pari al 2,3 per cento della popolazione, del 1970 si è passati, nel 2015, a oltre 245milioni di migranti pari al 3,3 per cento. Questa sarebbe una percentuale quasi “fisiologica” (sebbene con problemi locali enormi dovuti alla cattiva gestione di questi flussi). Nel prossimo futuro, però, le cose potrebbero cambiare: si prevede una crescita esponenziale dovuta anche ai cambiamenti climatici e sono molti gli studi che lo confermano.

Nel 2010, Giuseppe De Marzo nel suo libro Buen vivir, per una democrazia della terra [3] parlò di un miliardo di persone costrette a diventare “migranti ambientali” entro il 2030. Previsioni confermate dallo studio Food & Migration. Understanding the Geopolitical Nexus in the Euro-Mediterranean presentato a Dicembre 2017 [4].

Secondo i ricercatori il numero dei migranti raggiungerà presto il miliardo e la maggior parte non lo farà per fuggire da guerre o conflitti: saranno profughi ambientali! Una massa enorme di persone costrette a spostarsi all’interno del paese dove vivono (760 milioni) o a varcare le frontiere (245 milioni) per motivi ambientali o a causa di “insicurezza alimentare”. Un fenomeno, ovviamente, strettamente legato anche alle risorse idriche. Quando in un’area geografica manca l’acqua, fonte primaria di vita, chi vive in quei luoghi è costretto ad emigrare. Non  è un caso se, pochi mesi fa, anche il rapporto delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale Making Every Drop Count: An Agenda for Water Action [5] ha richiamato l’attenzione sul problema delle riserve idriche nel mondo. Nel report si parla di ben 5 miliardi di persone che potrebbero avere problemi connessi alla carenza d’acqua causata dai cambiamenti climatici entro il 2050.

Tutti gli studi che confermano questa situazione concordano sulle cause: i flussi migratori stanno aumentando e chi lascia la propria casa lo fa prima di tutto per motivi ambientali o perché non è più possibile accedere a risorse alimentari o all’acqua o, dato che non è più possibile lavorare a causa dei cambiamenti climatici, per trovare un lavoro altrove.

Le migrazioni nel Mar Mediterraneo

Flusso migratorio nel Mar Mediterraneo nel 2018 (Fonte: IOM)

I flussi migratori che caratterizzano i movimenti in massa attraverso (o intorno) il Mar Mediterraneo diretti verso l’Europa sono principalmente tre: quello verso la Spagna passando dal Marocco; quello via mare verso l’Italia; e quello che dall’Africa ma soprattutto dalla Siria porta in Turchia e in Grecia.

Dall’inizio del 2018 i migranti arrivati in Europa, sono stati 96,527 (dati Agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni, IOM, aggiornati  al 20 settembre 2018). Di questi 78.372 sono arrivati via mare (erano 132.715 nello stesso periodo dell’anno scorso). Il fenomeno è in continua evoluzione. Lo dimostra il fatto che, secondo i dati più aggiornati, i migranti entrati in Spagna sono 34.238 (il 44% degli arrivi totali). La penisola Iberica è diventata la principale meta europea, prima ancora della Grecia e dell’Italia. Sorprende anche il dato della Grecia dove, per la prima volta dall’inizio della primavera 2016, il numero totale di arrivi (22.261) supera quello dell’Italia. Come sottolinea l’IOM, solo un anno fa, gli arrivi di migranti irregolari in Grecia rappresentavano circa un sesto degli arrivi in Italia e un decimo degli arrivi in Spagna. [6] Al contrario, all’inizio dell’anno, sono diminuiti sensibilmente gli arrivi in Italia (20.859) (i più bassi registrati dall’IOM dal 2014).

Secondo i dati dell’UNHCR, i migranti giunti in Italia nel 2017 provengono principalmente da paesi come Nigeria (16 per cento degli arrivi, circa 18 mila persone), Guinea, Costa d’Avorio e Bangladesh (tutti tra l’8 e il 9 per cento degli arrivi, circa 9-10 mila persone a paese). Seguono Mali, Eritrea, Sudan, Tunisia, Marocco, Senegal, Gambia. Ad arrivare in Italia sono stati soprattutto uomini (il 74 per cento), con una considerevole fetta di minori non accompagnati (il 14,5 per cento degli arrivi) [7]. Si tratta di numeri che dimostrano quali sono le cause di queste migrazioni: a ottobre 2018 è stato presentato un rapporto secondo il quale il paese con il maggior numero di poveri assoluti (reddito inferiore a 1,9 dollari al giorno) è proprio la Nigeria (prima era l’India), con oltre 80 milioni di persone in povertà estrema.

Se da un lato diminuiscono i migranti che cercano di arrivare in Italia, dall’altro cresce il numero di quelli che avendo cercato di attraversare il Mar Mediterraneo sono finiti nelle carceri libiche. Questo paese, da anni collo di bottiglia della rotta mediterranea centrale manca di un governo stabile (nonostante le promesse degli attori geopolitici che hanno voluto a tutto i costi la caduta e la condanna di Gheddafi e gli sforzi istituzionali delle Nazioni Unite). Per i migranti è una sorta di girone infernale. Secondo i dati diffusi dalla clinica mobile di Medici per i Diritti Umani, l’85 per cento di quelli giunti in Italia dalla Libia ha subito torture e trattamenti degradanti, il 79 per cento è stato trattenuto o detenuto in luoghi sovraffollati ed in pessime condizioni igienico sanitarie, il 60 per cento ha subito deprivazioni di cibo, acqua e cure mediche, il 55 è stato percosso e molti hanno subito stupri, ustioni, falaka (percosse alle piante dei piedi), torture da sospensione e molto altro.

Sebbene simili per alcuni aspetti, i flussi migratori attraverso il Mar Mediterraneo per le tre vie principali sono completamente diversi tra loro. Sono diverse le percentuali di provenienza dai vari paesi del centro Africa. Sono diverse le percentuali tra uomini e donne e anche l’età dei migranti. Ad essere comuni sono le cause che sono alla base delle migrazioni rese ancora più rilevanti da fattori di crescita della popolazione tra le più alte del pianeta.

Una delle ragioni alla base di questi flussi migratori è il landgrabbing (spesso legato al watergrabbing): le grandi industrie mondiali hanno bisogno di quantità sempre maggiori di materie prime e beni primari per la produzione di oggetti da vendere su scala globale su mercati sempre più omogenei e più grandi (questo anche a causa di un ingiustificato e irrazionale spreco che, a volte, arriva e supera il 30% del prodotto finito). L’utilizzo delle terre in modo intensivo, però, impoverisce velocemente i suoli (anche per colpa delle politiche di monocoltura). Per questo le multinazionali (e a volte interi paesi) sono sempre in cerca di terre “fresche” e a basso costo. In questo scenario è facile comprendere il loro interesse per sterminate aree in Asia e soprattutto nell’Africa sub-sahariana, affittate per decenni a prezzi bassissimi, incuranti dei diritti delle popolazioni locali. Queste, nel migliore dei casi, vengono cacciate e private delle risorse idriche.

A tutto ciò si aggiungono due aspetti, il primo economico, l’altro sociale, che sono tra i principali motivi delle migrazioni spesso per le generazioni più giovani. Da un lato la carenza di posti di lavoro: negli ultimi anni si sono verificati grandi spostamenti di persone dalle zone rurali verso le grandi città, ma queste non sono state in grado di accogliere tutti a cause anche del rallentamento della crescita legato al fenomeno della “compensazione” che limita la crescita e lo sviluppo di molti paesi africani. Per accaparrarsi il diritto di emettere sostanze inquinanti (prima fra tutte CO2), molti paesi industrializzati “acquisiscono” quote che, in base agli accordi internazionali, spetterebbero ai paesi africani, offrendo loro in cambio pochi spiccioli o infrastrutture e servizi (sovente realizzati da aziende estere).

Allo stesso tempo bisogna tenere presente il basso livello di istruzione di molti paesi africani che rallenta la crescita economica e lo sviluppo sociale. Un recente studio ha dimostrato che il livello già limitato di educazione è reso ancora più basso a causa della carenza di infrastrutture adeguate: in quasi metà delle scuole mancano addirittura i servizi igienici o l’acqua potabile. Pensare di portare dei bambini o degli adolescenti a imparare qualcosa in queste “scuole” è inimmaginabile.

Percentuale di studenti competenti nella lettura e matematica suddivisi per regioni e reddito (Fonte: World Development Report 2018 using “A Global Data Set on Education Quality” by Altinok, Angrist, and Patrinos 2017)

Sono questi i motivi che spingono molti di questi ragazzi (a volte ancora bambini altre volte in età avanzata, 15/17 anni) a lasciare il proprio paese e la propria famiglia in cerca di educazione o di lavoro oltremare. Non le guerre o i conflitti tribali.

Anche le cause dei flussi migratori dalla Siria verso l’Europa, sebbene in apparenza legate alla guerra in atto, non sono molto diverse. La vera causa dello spostamento di milioni di persone è l’impossibilità di continuare a vivere nel proprio territorio: i bombardamenti hanno privato intere regioni delle strutture e delle infrastrutture necessarie per coltivare i campi e per vivere (primi fra tutti gli impianti per gli approvvigionamenti idrici). A questo si aggiunge che nei campi profughi più vicini alla Siria, come quelli in Libano, la situazione è resa insostenibile dalla carenza di infrastrutture e di servizi primari (dall’educazione alla sanità, dalla possibilità di sperare in un futuro ad un reale tentativo di inserimento sociale con la popolazione locale). É questo che spinge migliaia di famiglie a partire per cercare di raggiungere l’Europa.

La differenza tra i tre fenomeni migratori non sono le cause, ma il modo in cui vengono accolti e trattati i migranti e, in particolare, i minori.

In Turchia molti profughi (specie i più giovani) spesso vengono sfruttati come manodopera a basso costo (soprattutto nel comparto tessile e in agricoltura). Qui quasi mezzo milione di bambini siriani non va a scuola. A lanciare l’allarme, un anno fa, fu il presidente della protezione civile di Ankara (Afad), Mehmet Halis Bilden: dei 960 mila minori siriani censiti in età scolare, solo 524mila erano iscritti a programmi educativi. Gli altri erano esclusi da ogni forma di educazione di base. Ma già nel 2015 Human Rights Watch (HRW) aveva lanciato l’allarme denunciando il bassissimo tasso di frequenza scolastica tra i bambini siriani rifugiati in Turchia. Un fenomeno confermato dall’UNICEF chenel 2015 ne aveva parlato nel rapporto Lavoro minorile in Turchia: Situazione di siriani rifugiati e la ricerca di soluzioni, dove si narrava la situazione di bambini rifugiati utilizzati come manodopera a basso costo soprattutto dall’industria tessile turca.

Dall’altro lato del Mar Mediterraneo, in Spagna, il blocco al di là dello stretto di Gibilterra vorrebbe limitare l’accesso solo ai titolari di visto o permesso di soggiorno. Tutti gli altri dovrebbero essere tenuti lontani da due imponenti recinzioni, ognuna alta tre metri, e da una rete di cavi di acciaio che segna il confine tra il Marocco e la Spagna. I tentativi di centinaia di migranti che hanno cercato di superare queste barriere fisiche spesso ha portato le autorità spagnole a ricorrere all’esercito (è avvenuto più volte negli ultimi mesi).

I migranti che arrivano in Spagna e in Italia attraversando il Mar Meditterraneo o lo Stretto di Gibilterra per la maggior parte non sono né profughi né rifugiati. Anche la stessa definizione di “naufraghi”, per quelli che decidono di prendere la via del mare, è spesso inesatta. Le leggi del diritto marittimo internazionale sono chiare. L’ obbligo di prestare soccorso (previsto dall’articolo 98 della Convenzione di Montego Bay) stabilisce che ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile adempiere senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio o i passeggeri, presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo. Non solo quindi le navi delle ONG (come sembrerebbe prevedere il recente regolamento proposto dal governo italiano). In caso di segnale di soccorso, le navi più vicine sono “obbligate” ad intervenire. Gli articoli 489 e 490 del codice della navigazione disciplinano, rispettivamente, le ipotesi di assistenza e salvataggio, quando la nave in pericolo sia del tutto incapace di manovrare e vi sia una situazione di pericolo per le persone. In questo caso, il diritto internazionale del mare stabilisce che i naufraghi salvati debbano essere sbarcati “nello scalo successivo”. Scalo successivo significa l’ “approdo più vicino in miglia nautiche” a patto che sia sicuro. Cioè la Tunisia o Malta. Non la Sicilia o l’Italia.

Una querelle di diritto internazionale che non spiega come debbano essere considerate le decine e decine di migliaia di persone che cercano di entrare in Europa. A dare una risposta a questa annosa domanda potrebbero essere la risoluzione del Consiglio  Europeo del 25 Settembre 1995 relativa alla ripartizione degli oneri per l’accoglienza e il soggiorno a titolo temporaneo dei migranti, e la direttiva 2001/55/CE del Consiglio dell’Unione Europea del 20 Luglio 2001, che indica le “norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di “sfollati” e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono gli sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi”. Queste norme vennero introdotte per far fronte ad un problema analogo a quello odierno (il massiccio afflusso di persone in Europa). In quel caso si trattava di migranti in fuga dall’ex Jugoslavia negli anni Novanta. Le autorità europee li definirono “sfollati” ovvero “cittadini di paesi terzi o apolidi che hanno dovuto abbandonare il loro paese o regione d’origine o che sono stati evacuati, in particolare in risposta all’appello di organizzazioni internazionali, ed il cui rimpatrio in condizioni sicure e stabili risulta impossibile a causa della situazione nel paese stesso, anche rientranti nell’ambito d’applicazione dell’articolo 1A della convenzione di Ginevra o di altre normative nazionali o internazionali che conferiscono una protezione internazionale”). Una direttiva, recepita da tutti i paesi dell’Unione, che prevede che gli Stati membri concedano agli “sfollati” un permesso temporaneo di sei mesi (rinnovabili a un anno) con il quale “consentono alle persone che godono della protezione temporanea, per un periodo non superiore alla durata di quest’ultima, di esercitare qualsiasi attività di lavoro subordinato o autonomo, nel rispetto della normativa applicabile alla professione, nonché di partecipare ad attività nell’ambito dell’istruzione per adulti, della formazione professionale e delle esperienze pratiche sul posto di lavoro”. Quelli che attraversano il Mar Mediterraneo sui barconi, quindi non dovrebbero essere rinchiusi in centri di prima accoglienza o negli SPRAR, ma, una volta identificati, dovrebbero essere lasciati liberi di circolare, lavorare e studiare. E non solo in Italia o in Grecia o in Spagna, ma in tutti i paesi dell’UE. Niente giustifica la chiusura delle frontiere e la sospensione a oltranza del trattato di Schengen o, peggio, la costruzione di barriere fisiche oggi di moda nei paesi dell’Unione europea.

Anche sulla valutazione della richiesta d’asilo, il trattato è chiaro:

Si applicano i criteri e le procedure per la determinazione dello Stato membro competente per l’esame della domanda d’asilo. In particolare, lo Stato membro competente per l’esame della domanda di asilo presentata da una persona che gode della protezione temporanea ai sensi della presente direttiva è lo Stato membro che ha accettato il trasferimento di tale persona nel suo territorio.

Quindi se uno Stato ha accolto quelle persone non può rimandarle indietro nel paese d’ingresso dell’Unione (come, invece, ha fatto la Germania rispedendo i rifugiati in Grecia).

 Un mondo a parte:  minori stranieri non accompagnati.

Statistiche per regione dei minori migranti nel 2017 (Fonte: Migration Data Portal)

Capitolo a parte è quello dedicato ai minori stranieri non accompagnati (MSNA) che il Comitato ONU sui Diritti dell’Infanzia definisce come:

“minori separati da entrambi i genitori e da altri parenti, sotto la tutela di nessun adulto al quale, per legge o consuetudine, spetta tale responsabilità”.

Si caratterizzano per essere apolidi o cittadini di un altro paese, ovvero provenienti da Stati che non appartengono all’Unione Europea. Uno status generalmente diverso da quello di sfollato, profugo, rifugiato o migrante (fatte, ovviamente, le dovute eccezioni: i minori di 18 anni rappresentano la metà del totale dei rifugiati). Il loro riconoscimento si basa principalmente su due aspetti: 1) la minore età; 2) l’assenza di un adulto responsabile. È la compresenza di queste circostanze che definisce la singolarità giuridica del minore straniero non accompagnato, e i diritti per lui (doveri per gli Stati) che ne conseguono.

Recentemente il governo italiano ha cercato di modificare le regole per l’accoglienza e il trattamento dei migranti dimenticando, però, che proprio l’Italia è stato il primo paese a dotarsi di una legge unica (la l. 47/2017) in cui sono riuniti tutti i diritti dei MSNA e il modo in cui deve essere gestita la loro accoglienza. Uno strumento pensato anche per snellire e regolamentare le procedure altrimenti complesse e farraginose e che ha ricevuto apprezzamento in molte sedi internazionali. Uno degli aspetti più importanti della legge dal punto di vista sociale, umano ma anche normativo, è l’equiparazione dei diritti dei minori stranieri non accompagnati a quelli dei minori italiani.

Il fenomeno dei minori stranieri non accompagnati è caratterizzato da decine di sfaccettature tutte correlate tra loro. Analizzarle spesso non è semplice: a volte mancano dati certi, altre volte, invece, gli stessi dati ufficiali riportano valori difficilmente confrontabili tra loro. Si va dal riconoscimento dell’età al paese di provenienza (quasi sempre i minori che hanno attraversato il Mar Mediterraneo sono sprovvisti di documenti di identità) alla definizione dell’età (e gli strumenti scientifici per il rilevamento dell’età sono poco affidabili – molti hanno un margine d’errore di uno o due anni), alla definizione stessa di “maggiore età”.

Anche in questo caso, non mancano le difficoltà. Ad esempio, la legge italiana considera “minore” colui il quale non ha ancora compiuto 18 anni . Ciò non tiene conto del fatto che, in alcuni paesi, la maggiore età viene raggiunta prima (in Yemen, ad esempio, a 15 anni) e in altri dopo (in Egitto o in Namibia, paesi da cui provengono molti dei MSNA che arrivano in Italia, a 21 anni). Questo significa che, ad esempio, un ragazzo egiziano minorenne in base alle leggi del proprio paese, in Italia, in base a quanto previsto dalle leggi vigenti, sarebbe considerato maggiorenne. Con tutte le conseguenze che è facile immaginare.

Ciò che è importante è che, in base ai regolamenti internazionali, quando si tratta di minori, la definizione di “straniero” passa in secondo piano e vengono considerati prioritari i diritti soggettivi della persona riconosciuti dalle Convenzioni internazionali come la Convenzione di New York del 1989 (ratificata e resa esecutiva con la legge n. 176/91) [8], la Convenzione di Strasburgo del 1996 (resa esecutiva con l. n. 77/03) [9] e la Convenzione di Lanzarote del 25 Ottobre 2007 (resa esecutiva con l. n. 172/12) [10].

Secondo il rapporto Protezione dei minori migranti [11] della Comunicazione della Commissione Europea, presentato al Consiglio e al Parlamento Europeo il 12 Aprile 2017, il 30 per cento dei richiedenti asilo tra il 2015 e il 2016 era costituito da minori. Un fenomeno che, fatta eccezione per rari momenti di stallo, legati più a fattori tecnici che altro, è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni. La richiesta di protezione internazionale, nel 2016, è stata accolta nel 40,2 per cento dei casi.

A questo si aggiunge che esistono rilevanti difformità a livello territoriale. Mentre i migranti presenti in Italia sono distribuiti, più o meno equamente, su tutto il territorio nazionale, quasi la metà dei MSNA, oltre il 43 per cento, è concentrato, inspiegabilmente, in un’unica regione: la Sicilia.

L’unica cosa evidente è che l’arrivo di minori stranieri non accompagnati (MSNA) non è un fenomeno circostanziale o transitorio, ma un aspetto rilevante del fenomeno migratorio verso l’Unione Europea.

A questo si aggiunge che nessun paese europeo è dotato di strutture di accoglienza né primaria né tanto meno secondaria sufficienti per far fronte ai flussi migratori di questi minori. In questo caso, anche l’Italia, il paese che sembrerebbe essere meglio attrezzato in questo ambito, presenta ritardi (i minori restano nei centri di prima accoglienza anche otto mesi a fronte di un limite di soli 30 giorni previsto dalla legge 47/2017) e strutture spesso inadeguate.

Uno degli aspetti più preoccupanti legati ai flussi migratori dall’Africa o dal Medio Oriente versi l’Europa, passando dal Mar Mediterraneo, è il numero di minori scomparsi. Non tanto e non solo quelli annegati durante la traversata o morti durante il viaggio (secondo i dati forniti dall’IOM i migranti morti nel Mediterraneo, da gennaio a settembre 2018, sono 1728, di cui la gran parte – 1260 – nel Mediterraneo centrale, 109 nel Mediterraneo orientale e i restanti nel Mediterraneo occidentale [12]). Ciò che impressiona di più è il numero di minori, spesso ancora bambini “irreperibili” come li definisce il rapporto ministeriale: scomparsi dopo essere entrati in Europa e, quindi, essere entrati sotto la tutela e la protezione delle autorità nazionali. In Italia il numero dimMinori stranieri non accompagnati “irreperibili”, ovvero di cui le autorità pur responsabili della loro vita, hanno perso le tracce è spaventoso: il Report pubblicato nel mese di Agosto 2018 dalla Direzione generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione Divisione II parla di quasi cinquemila (4.809) minori di cui le autorità non hanno più notizie. Minori che potrebbero essere finiti nelle mani della malavita organizzata, essere diventati schiavi di sfruttamento del lavoro minorile o della prostituzione (alcune ricerche parlano addirittura di gruppi criminali che organizzano i viaggi per queste adolescenti già in Africa).  [13]

Le problematiche legate all’accoglienza dei MSNA accomunano, sebbene negativamente, i vari paesi europei. In Grecia, secondo un recente rapporto UNICEF, i minorenni rifugiati e migranti arrivati sulle isole della Grecia tra gennaio e agosto 2018 è aumentato del 32% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Oltre 7.000 minori – in media più di 850 al mese. La maggior parte di loro è rinchiusa in strutture sovraffollate e non sicure. Lucio Melandri, Coordinatore UNICEF per la Risposta alla crisi Rifugiati e Migranti in Grecia, sottolieando che la maggior parte dei bambini che aveva incontrato aveva vissuto il trauma della guerra, ha anche dichiarato che:

“Con la capacità di ospitare 3.100 persone, il centro di Moria ospita oggi circa 9.000 persone, tra cui oltre 1.700 bambini”. [14]

Il sovraffollamento nei centri di accoglienza delle isole greche per rifugiati e migranti ha reso le condizioni per i bambini sempre più “terribili e pericolosi”, ha dichiarato il Fondo delle Nazioni Unite per l’ Infanzia, sottolineando che molti sono colpiti da “grave disagio emotivo” e che l’autolesionismo è un rischio continuo.

“Mentre il numero di minorenni rifugiati e migranti che arrivano sulle isole della Grecia continua ad aumentare, le condizioni presso i centri che li ospitano diventano sempre più spaventose e pericolose”, ha dichiarato Melandri. Circa l’80 per cento dei 20.500 migranti e rifugiati che ora si trovano nelle isole greche si trovano in centri “insalubri e sovraccarichi”. [15].

Sono più di 5.000 i bambini presenti nelle sole strutture sulle isole greche. Il funzionario dell’UNICEF ha evidenziato particolari preoccupazioni riguardo le strutture di accoglienza dell’isola di Moria a Lesbo e Vathi a Samo.

Anche l’ONG Medici Senza Frontiere ha parlato di  una situazione insostenibile, sia per la salute fisica che psicologica degli uomini, donne e soprattutto dei bambini che vi sono bloccati, in particolare per il campo di Moria, in Grecia.  A Lesbo, solo nelle prime due settimane di settembre, sono arrivate più di 1.500 persone che, senza spazio disponibile, dormono senza alcun riparo, senza cibo sufficiente e con un accesso estremamente limitato alle cure mediche.

“I bambini sono esposti a qualsiasi tipo di minaccia: minacce dirette; abusi violenze e scontri,” ha detto Melandri. “Sono esposti a minacce indirette nel non avere la possibilità di accedere ai servizi vitali di base: accesso a un’alimentazione appropriata, accesso a condizioni igieniche adeguate, accesso alle opportunità di istruzione…E’ la situazione peggiore in cui un bambino potrebbe trovarsi…In situazioni simili non sorprende che il tasso di suicidi stia diventando preoccupante: i casi di autolesionismo, violenza contro i bambini, purtroppo, diventano una possiblità a causa delle condizioni in cui questi bambini vivono”.

A confermarlo anche Alessandro Barberio, psichiatra del dipartimento di salute mentale di Trieste:

“Dopo tanti anni di professione medica, posso dire di non aver mai assistito un numero così grande di persone bisognose di assistenza psicologica come a Lesbo. La stragrande maggioranza dei pazienti presenta sintomi di psicosi, ha pensieri suicidi o ha già tentato di togliersi la vita. Molti non sono in grado di svolgere nemmeno le più basilari attività quotidiane, come dormire, mangiare o comunicare”.

A complicare la situazione è proprio la carenza delle infrastrutture:  nell’area principale del campo di Moria e Olive Grove c’è un servizio igienico funzionante ogni 72 persone, una doccia ogni 84. Numeri ben al di sotto degli standard umanitari raccomandati in situazioni di emergenza.

Inutili gli appelli dell’UNICEF che continua a denunciare una situazione insostenibile: la maggior parte dei rifugiati rimane in campi sovraffollati dove vivono in condizioni pericolose. Due siti ospitano circa 13.000 persone in totale, più di tre volte la loro capacità. Ad esempio, il centro Moria sull’isola di Lesbo con una capacità di 3.100 persone, accoglie quasi 9.000 persone, tra cui oltre 1.700 bambini.

Intanto i flussi migratori non sembrano voler cessare. E non cesseranno fino a quando non verranno eliminate le cause che sono alla base di questi fenomeni geopolitici naturali che da sempre caratterizzano  i rapporti tra i paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo.

Note

[1]  http://www.iom.int/wmr/world-migration-report-2018

[2] N.Myers, “Esodo ambientale. Popoli in fuga da terre difficili”, Edizioni Ambiente

[3] Giuseppe De Marzo “Buen vivir, per una democrazia della terra” Ed. EDIESSE Novembre 2009

[4] MacroGeo and The Euro-Mediterranean Center on Climate Change (CMCC), “Food & Migration. Understanding the geopolitical nexus in the Euro-Mediterranean”

[5] UN and WB, “Making Every Drop Count: An Agenda for Water Action”, 2018

[6]  https://news.un.org/fr/story/2018/09/1024182

[7] http://data2.unhcr.org/en/situations/mediterranean

[8] http://www.camera.it/_bicamerali/leg14/infanzia/leggi/Legge per cento20176 per cento20del per cento201991.htm

[9] http://www.camera.it/_bicamerali/leg14/infanzia/leggi/legge per cento2077 per cento20del per cento202003.htm

[10]    http://www.garanteinfanzia.org/sites/default/files/documenti/2013-11-18_Convenzione per cento20Lanzarote.pdf

[11]    https://ec.europa.eu/transparency/regdoc/rep/1/2017/IT/COM-2017-211-F1-IT-MAIN-PART-1.PDF

[12]    http://missingmigrants.iom.int/region/mediterranean

[13] Direzione generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione Divisione II, REPORT MENSILE MINORI STRANIERI  NON ACCOMPAGNATI (MSNA)  IN ITALIA Dati al 31 luglio 2018

[14] https://news.un.org/fr/story/2018/09/1024182

[15]    https://news.un.org/en/story/2018/09/1020052

Fonti

  1. http://www.iom.int/wmr/world-migration-report-2018 (ultimo accesso 25.09.2018)
  2. N.Myers, “Esodo ambientale. Popoli in fuga da terre difficili”, Edizioni Ambiente
  3. Giuseppe De Marzo “Buen vivir, per una democrazia della terra” Ed. EDIESSE Novembre 2009
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  5. UN and WB, “Making Every Drop Count: An Agenda for Water Action”, 2018
  6. https://news.un.org/fr/story/2018/09/1024182 (ultimo accesso 25.09.2018)
  7. http://data2.unhcr.org/en/situations/mediterranean (ultimo accesso 25.09.2018)
  8. http://www.camera.it/_bicamerali/leg14/infanzia/leggi/Legge%20176%20%201991.htm
  9. http://data2.unhcr.org/en/situations/mediterranean
  10. http://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:2012-10-01;172!vig= (ultimo accesso 25.09.2018)
  11. https://ec.europa.eu/transparency/regdoc/rep/1/2017/IT/COM-2017-211-F1-IT-MAIN-PART-1
  12. http://missingmigrants.iom.int/region/mediterranean (ultimo accesso 25.09.2018)
  13. Direzione generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione Divisione II, Report Mensile Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) in Italia , dati al 31 luglio 2018
  14. https://news.un.org/fr/story/2018/09/1024182 (ultimo accesso 25.09.2018)
  15. https://news.un.org/en/story/2018/09/1020052 (ultimo accesso 25.09.2018)

Autore

C. Alessandro Mauceri. Autore di diversi saggi che interessano i settori economici e produttivi, collabora con varie testate affrontando argomenti di economia, finanza e problemi legati allo sviluppo sostenibile del territorio.