La politica del “Ramoscello d’ulivo” di Erdogan

L’operazione “Ramoscello d’ulivo”, nome di reminiscenza biblica che suscita l’idea di un pacifico programma di cooperazione, è invece un’azione militare turca diretta contro i curdi siriani che controllano il cantone di Afrin. Si tratta di un territorio al confine mediterraneo tra Siria e Turchia sotto il controllo delle milizie curde YPG (una delle componenti la coalizione delle SDF – Syrian Democratic Forces), che con il sostegno degli americani sono riuscite a riconquistare l’intera area da Afrin fino al confine iracheno.

Una regione di enorme significato politico per il Califfato: vi si trova infatti Raqqa, che fu il simbolo del potere dell’ISIS. L’esercito turco, con l’appoggio dei carri armati e dell’artiglieria pesante e il sostegno dell’aviazione, oltre l’ausilio di almeno 10000 miliziani dell’Esercito libero siriano (un gruppo armato arabo sunnita dell’opposizione siriana che si è formato, con il sostegno turco, dopo lo scoppio della rivolta contro Assad nel 2011), sarebbe avanzato con facilità conquistando diversi villaggi, fino alla periferia di Afrin. I curdi siriani affermano invece il contrario sostenendo che la resistenza sta impedendo all’esercito di Ankara di procedere nel territorio.

Afrin fa parte della provincia settentrionale a maggioranza curda di Rojava, costituitasi nel 2012, autonoma de facto ma non ufficialmente riconosciuta da parte del governo, ove i curdi si sono stabiliti col consenso Americano, Europeo e della NATO: un consenso mai condiviso da Erdogan. Ankara ha sempre rivendicato il proprio diritto a difendere il confine sud da un’organizzazione che ritiene terroristica, il PYD-YPG, e strettamente legata con il PKK, partito separatista con cui la Turchia è in guerra dal 1984. Il governo turco considera una minaccia alla sicurezza nazionale la creazione di un’entità territoriale autonoma curda ai suoi confini e teme che la sua realizzazione possa rinfocolare l’irredentismo dei separatisti curdi del PKK all’interno del territorio turco.

La battaglia di Afrin (Fonte: France 24)

L’operazione ha sicuramente avuto il via libero di Mosca, trasformandosi in una grande vittoria russa perché ha dimostrato ai Curdi che non possono contare sugli Stati Uniti, e che quindi devono rinunciare alle loro mire indipendentistiche. In quest’ottica va interpretato il ritiro delle truppe russe presenti nel cantone di Afrin, poche ore prima dell’inizio delle operazioni e poche ore dopo uno scambio diplomatico fra gli emissari di Putin ed Erdogan.

Il piano degli Stati Uniti di creare nel Kurdistan siriano una milizia di 30.000 uomini al confine fra Siria e Turchia (di fatto un’entità statale curda) non è mai stato ben visto dalla Russia. Il Cremlino, pur controllando lo spazio aereo sulla regione di Afrin, ha permesso alle forze aeree turche di usare la propria aviazione. Un via libero che ha irretito il governo di Damasco. L’offensiva, infatti, è stata duramente condannata dal presidente siriano, Assad, così come dal ministro francese delle Forze armate, Florence Parly, che ha rivolto un appello alla Turchia perché cessi le sue operazioni contro i curdi siriani. Da qui, la richiesta di una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per valutare tutti i rischi umanitari, “che sono molto seri“, ha proseguito il capo della diplomazia francese.

Debole invece la protesta degli Stati Uniti che, di fronte all’offensiva turca contro le forze curde YPG, alleati però di Washington nella lotta contro l’ISIS, si sono limitati a esortare Ankara a “esercitare moderazione e ad assicurarsi che le sue operazioni militari restino limitate per portata e durata e scrupolose nell’evitare vittime civili“.

Alle richieste Erdogan ha risposto: “Il Consiglio di sicurezza dell’Onu non si è riunito quando in passato sono state commesse atrocità ad Afrin, e quindi ora non ha il diritto di riunirsi per discutere la nostra operazione contro un’organizzazione terroristica nell’enclave curda nel nord-ovest della Siria”.

Dall’avvio delle manovre militari Washington si è trovata in una difficile situazione: dover mediare tra il secondo esercito della NATO, un alleato cui non si può rinunciare, e le forze siriane più organizzate e fedeli, armate e addestrate dagli stessi militari americani. Sono state proprio le YPG ad aver contribuito più di tutti alla disfatta dell’ISIS in Siria, perdendo migliaia di uomini.

Distribuzione della popolazione curda nella regione mediorientale (Fonte: ABC)

Gli Americani, non avendo altra scelta, hanno abbandonato i curdi al loro destino, come peraltro era già avvenuto negli anni Novanta in Iraq, dopo la prima Guerra del Golfo. La conferma è arrivata attraverso la nota del Segretario di Stato Mattis, secondo cui i Turchi hanno preventivamente avvisato la Casa Bianca dell’attacco, e le dichiarazioni del ministro degli Esteri britannico che ha definito l’operazione militare un diritto della Turchia per la sua stessa sicurezza, legittimandola di fatto.

Davanti alla determinazione di Erdogan nel volersi spingere fino a Manbij, città curda a 80 km da Afrin, un distretto ove operano le forze americane, la situazione sta tuttavia cambiando. 
”Quello che dicono gli Stati Uniti non ha più importanza per noi. L’operazione ad Afrin ha inizio, poi toccherà a Manbij. Ripuliremo tutto fino all’Iraq”, ha dichiarato Erdogan.
 “Non abbiamo alcuna intenzione di ritirarci da Manbij”, ha dichiarato alla Cnn Joseph Votel, capo del comando centrale americano.

E’ un nuovo e preoccupante capitolo della guerra siriana dalle conseguenze imprevedibili, che conferma ancora una volta il pericoloso raffreddamento dei rapporti tra Turchia e Usa. Un cambio di rotta rispetto al passato, iniziato al domani del fallito golpe del 16 luglio 2016, il cui ideatore, secondo i turchi, sarebbe stato Fetullah Gulen, miliardario predicatore esiliato in Pennsylvania e del quale gli Usa hanno negato l’estradizione. Peraltro gli Stati Uniti non hanno mai preso una posizione ufficiale sul caso, e lo stesso Trump non ha mai espresso una sua opinione riguardo il delicato argomento.

Nonostante il clima dei rapporti tra Ankara e Washington non sia al momento idilliaco, nessuno dei due attori ha certamente intenzione di interromperli definitivamente. Erdogan non può perdere l’appoggio degli Usa pena la mancata risoluzione della questione curda e del problema Gulen, mentre Washington non può rinunciare con leggerezza al ruolo determinate delle forze armate turche all’interno della NATO: un enigma che il solo il tempo e i nuovi scenari politici potranno dissolvere.

L’Iran, principale potenza regionale, a sua volta potrebbe trarre dei vantaggi dall’operazione dell’esercito turco, inducendo i Curdi iracheni a rinunciare alle pretese di indipendenza e ad abbandonare le loro incursioni nei territori iraniani. In ultimo bisogna decifrare la posizione di Assad, che ha commentato con estrema durezza l’iniziativa di Ankara. Per Damasco, impegnata nella riconquista del governatorato di Idlib, ultimo sacca di resistenza della ribellione islamista contro Assad, l’operazione dei Turchi può, in caso di successo, ridurre le pretese dei Curdi siriani al tavolo della trattativa. Se invece l’azione di Ankara dovesse rivelarsi un insuccesso militare, il governo siriano non dovrebbe più temere i condizionamenti turchi al processo di pace che disegnerà le sorti della Siria di domani.


AUTORE

Antonciro Cozzi. Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma discutendo la tesi “Nagorno-Karabakh: tra processi di pace e sfide energetiche”, ha conseguito il Master in Formazione Alti Funzionari Internazionali e in Studi Diplomatici presso la SIOI di Roma. Master CESI in Security and Defence, ha preso parte alla Summer School dell’a Azezrbaijan Diplomatic Academy di Baku sul tema “Energy of the Caspian Region”. Dal 2015 al 2016 Assistant Professor e Lecturer presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma. Negli anni ha collaborato e scritto pubblicazioni con diverse riviste e think tank.