La corsa all’Artico nello scacchiere geopolitico internazionale

Il cambiamento climatico tra rischi ambientali permanenti e/o di lungo termine ed opportunità economiche e geopolitiche di medio periodo. Le ripercussioni dello scioglimento dei ghiacci artici sulle attuali rotte commerciali, sulla posizione geoeconomica dell’Eurasia, sulla stabilità egemonica degli Stati Uniti e sull’ascesa di nuove potenze (Russia, Repubblica Popolare Cinese).

Nella storia, la corsa alla conquista di nuovi territori ha sempre avuto esiti determinanti sulla posizione geopolitica degli Stati. La scoperta delle Americhe permise all’impero spagnolo di monopolizzare il commercio transatlantico dei metalli preziosi e di tentare di egemonizzare l’Europa per almeno due secoli, mentre la penetrazione coloniale nell’Oceano Indiano e in Asia sommata alla costruzione di una forza militare basata sul dominio dei mari permisero all’impero britannico, all’apice della sua estensione, di dominare su quasi un quarto dell’intera superficie terrestre.

Nuovi territori, storicamente sinonimi di nuove opportunità di crescita e sviluppo, ma anche di rischi e minacce che potrebbero minare uno status egemonico, precarizzare le relazioni internazionali o sconvolgere un “ordine tradizionale”.

Finita la guerra fredda ed iniziata la guerra al terrore, Stati Uniti ed Unione Europea hanno rivolto i loro sguardi sul conflittuale ed instabile mondo musulmano, rappresentato essenzialmente dalla regione MENA (Middle East and North Africa), dando priorità strategica alla lotta al terrorismo e all’approfondimento della cooperazione atlantica in tema di sicurezza, difesa ed economia, sottovalutando invece le avvisaglie provenienti dall’Eurasia, in particolare da Russia e Repubblica Popolare Cinese.

Mentre nel 2001 l’attenzione di tutto il mondo era rivolta al terrorismo, la Russia ridefiniva i propri obiettivi strategici alla luce della ritrovata stabilità interna con l’entrata nel panorama politico di Vladimir Putin. L’allora governo Kasyanov il 20 dicembre presentò domanda in sede ONU, alla Commissione per i Limiti della Piattaforma Continentale (CLCS), per l’estensione della propria Zona Economica Esclusiva nell’Artico di circa 370 kilometri, allo scopo di inglobare diverse aree, tra cui la dorsale di Lomonosov e l’altopiano Mendeleev.

La richiesta russa fu declinata dalla Commissione per assenza di dettagliate informazioni geologiche utili a stabilire se la dorsale fosse effettivamente collegata via sottomarina alla sua piattaforma continentale – come richiesto dalla convenzione di Montego Bay, e, da allora, nella disputa sul controllo del Lomonosov sono entrati anche Canada (2013) e Danimarca (2014), che hanno presentato medesime richieste. Nel 2015 la Russia ha presentato una nuova domanda, che è attualmente (2018) in fase di discussione.

L’Artide è divenuta oggetto di mire espansionistiche da parte di diversi Stati perché si presume siano bloccati sotto i ghiacci oltre 5 miliardi di tonnellate di idrocarburi, una fonte immensa di risorse oggi inattingibile a causa del clima e dell’ambiente proibitivi, che diventerà accessibile nel prossimo futuro per via del surriscaldamento globale. La particolarità della regione è di possedere lo status di “acque internazionali”, è perciò amministrata dall’Autorità Internazionale per i Fondali Marini e le sue problematiche discusse ai forum del Consiglio Artico, del quale sono membri 13 paesi.

Risorse naturali dell’Artico (Fonte: Sputnik International)

La radicale trasformazione dell’Artide non avrà solo ripercussioni dal punto di vista ambientale e faunistico, ma anche dal punto di vista geopolitico. In un ipotetico scenario in cui il Polo Nord fosse navigabile, abitabile, sfruttabile e mite, le tradizionali rotte commerciali eurasiatiche e africane come il Mediterraneo, il mar Rosso, il golfo Persico e l’oceano indiano perderebbero la loro importanza strategica, insieme agli Stati che vi si affacciano e alle compagnie che vi hanno interessi.

Il baricentro dell’economia globale si è più volte spostato nel corso della storia, proprio a causa della scoperta di nuove terre e della conseguente ristrutturazione delle relazioni commerciali. La deglaciazione dell’Artide avrà ripercussioni su ogni tratta commerciale ed area di libero scambio (UE, ASEAN, NAFTA, ecc), riducendo il tradizionale ruolo delle tradizionali rotte eurafrasiatiche suscritte, ma anche pesando sulle dinamiche di sviluppo dell’area pacifica ed africana, riportando l’attenzione sull’Eurasia settentrionale.

Gran parte delle trasformazioni geoeconomiche positive del cambiamento climatico ricadranno sulla Russia, un paese che ha storicamente rivolto le proprie direttrici espansionistiche verso terre e mari caldi, alla luce delle difficoltà di realizzare un efficiente apparato agroindustriale in un clima sostanzialmente gelido, che potrebbe quindi fungere da volano per la crescita economica di lungo termine.

Secondo le stime della FAO, il 2017 è stato l’anno d’oro del settore cerealicolo, galvanizzato da una maggiore concorrenzialità del mercato, dall’aumento della domanda mondiale e dall’estensione dei terreni adibiti alla coltivazione di cereali. In tutto questo, un contributo essenziale è stato giocato dal riscaldamento globale, che ha permesso a paesi come Canada, Russia e Repubblica Popolare Cinese di aumentare esponenzialmente la percentuale di terreni coltivabili. La Russia, in particolare, con circa 83 milioni di tonnellate di grano, ha superato Unione Europea e Stati Uniti quali maggiori esportatori mondiali del bene, un trend destinato ad aumentare negli anni a venire per via dell’aumento delle temperature, che permetterà al paese di recuperare quasi 140 milioni di acri di terra, sino ad oggi incoltivabilli a causa del freddo.

Il disgelo della Siberia ha reso possibile all’agricoltura di diventare il secondo settore chiave dell’economia nazionale, superando quello militare per numero di esportazioni, nel periodo 2011-16, secondo le stime del Ministero per lo Sviluppo Economico: un evento su cui riflettere, perché il cambiamento climatico potrebbe permettere alla Russia di raggiungere quella diversificazione dell’economia mai realizzata e tanto necessaria alla sopravvivenza in un contesto sempre più globalizzato e aspramente concorrenziale, emancipando il paese dalla dipendenza dal settore idrocarburo e delle armi, quindi rendendo meno vulnerabile alle dinamiche internazionali non soltanto l’apparato economico, ma anche la moneta nazionale, periodicamente colpita da fluttuazioni legate all’andamento della vendita del petrolio.

Il surriscaldamento globale sarà quindi un’occasione per la Russia di diversificare la propria economia, ma anche di avere accesso ad un ulteriore, enorme, bacino di idrocarburi.

Soltanto il mese scorso il cargo Eduard Toll, carico di gas naturale liquefatto e progettato per navigare in condizioni estreme, è riuscito a completare la tratta Sabetta (Russia) – Montoir (France), senza il supporto di alcun rompighiaccio. Un evento storico simboleggiante la prossima apertura della rotta artica.

La rotta artica (Fonte: OBOR Europe)

Grandi manovre strategiche riguardanti l’Artide sono in corso anche a Pechino, da dove partono miliardi di yuan destinati alla realizzazione della Nuova Via della Seta e della linea ferroviaria transasiatica.

Le ragioni che spingono Pechino a voler ritagliarsi un ruolo di primaria importanza nella rotta polare sono stati esposti nel Libro bianco sulla Politica Cinese per l’Artico pubblicato il 26 gennaio di quest’anno dall’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato e possono essere così riassunte: siede nel Consiglio Artico con lo status di osservatore permanente, ed essendo prossima all’Artide ogni fenomeno naturale o iniziativa umana che vi han luogo hanno ripercussioni sul paese; l’importanza per i paesi polari di cooperare sui grandi temi internazionali con un grande produttore/consumatore di beni quale Pechino; la volontà del paese di avere voce in capitolo sulla regolamentazione e lo sfruttamento dell’Artico.

In pratica, Pechino punta a trasformarsi in una potenza regionale polare negli anni a venire, sfruttando lo status di superpotenza economica acquisito attraverso il controllo quasi totale delle attuali rotte commerciali. L’apertura di una rotta artica fungerebbe da arteria settentrionale della Nuova Via della Seta, ridurrebbe i tempi di trasporto via mare verso l’Europa occidentale rispetto all’attuale tratta Pacifico-Indiano-Persico-Mediterraneo e sarebbe preferibile per la sicurezza delle merci (ossia del capitale) in quanto più sicura, poiché percorrente pochi paesi, avanzati e stabili, ossia Russia, Norvegia ed Unione Europea.

Numerosi ed in aumento sono gli investimenti provenienti da Pechino e diretti all’Artide per la graduale realizzazione della Via della Seta polare, da costruire con l’importante collaborazione della Russia e sfruttando l’apertura (e vulnerabilità) del mercato europeo con l’arma della penetrazione economica. Ad esempio, nel 2016 la Shenghe Resources Holding Ltd, compagnia privata cinese a maggioranza statale, ha acquisito il 12,5% della Greenland Minerals and Energy Limited (GME), una società australiana con interessi nel complesso minerario groenlandese in apertura di Kvanefjeld, con la possibilità aperta di diventare azionista al 60% ad inizio lavori di estrazione e sfruttamento.

L’asse Mosca-Pechino coadiuvato dalle favorevoli dinamiche climatiche potrebbe quindi accelerare il declino dell’egemonia americana, in favore di un ordine internazionale eurasiatico-centrico incardinato sulla centralità della Cina, ma questo potrebbe accadere solo in presenza di alcune condizioni: stabilità e assenza di conflittualità nei paesi toccati dalla Nuova Via della Seta (difficile), politica dell’accomodamento da parte statunitense favorevole allo spostamento del baricentro degli affari internazionali dall’Atlantico ad un Artico sotto controllo russo-cinese (difficile), capacità di previsione e controllo delle conseguenze negative del cambiamento climatico (difficile).

A proposito di quest’ultima parte, per alcuni paesi il cambiamento climatico si configura come un’opportunità di crescita, ma per molti altri rappresenta invece un rischio potenzialmente letale. Secondo le previsioni del comitato scientifico internazionale Lancet Countdown on Health and Climate Change, entro il 2050 potrebbero essere un miliardo i migranti climatici, ossia persone obbligate a migrare in nuovi paesi o continenti a causa dell’aumento delle temperature e di tutto ciò che ne consegue. Oxfam ha stimato che ogni anno siano circa 21 milioni e 800mila i migranti climatici, una cifra destinata a crescere – a meno di una mitigazione degli effetti del surriscaldamento globale per mezzo di una seria cooperazione internazionale, e che difficilmente potrebbe essere accolta ed integrata dai paesi avanzati, anche alla luce delle difficoltà dimostrate da Unione Europea e Stati Uniti a gestire, rispettivamente, le ondate migratorie provenienti dalla regione MENA e dall’America Latina.

Se è vero che entro il 2050 l’Artide potrebbe essere quasi totalmente priva di ghiacciai e, tecnologia e lungimiranza permettendo, nuova rotta del commercio mondiale, è anche vero che una parte del pianeta subirà gravi danni a causa dell’aumento delle temperature. Interi ecosistemi e specie animali sono destinati all’estinzione e, con essi, interi Stati, le cui popolazioni migreranno in massa verso terre più miti e temperate, minacciando la tenuta degli apparati sociali ed economici di quei paesi che subiranno l’immigrazione climatica.

La sfida del prossimo futuro non sarà quindi solo l’egemonizzazione dell’Artico, quanto la capacità di non farsi sopraffare dagli effetti perversi del cambiamento climatico.

Riferimenti bibliografici

Giuseppe Agliastro (14/09/2017). Il riscaldamento globale trasforma la Russia in superpotenza agricola. La Stampa. http://www.lastampa.it/ (Ultimo accesso il 25/02/2018)

Roberto Giovannini (6/11/2017). Un miliardo di rifugiati climatici entro il 2050. La Stampa. http://www.lastampa.it/ (Ultimo accesso il 25/02/2018)

Xinhua (26/01/2018). China’s Arctic Policy. The State Council of the People’s Republic of China. http://english.gov.cn/ (Ultimo accesso il 25/02/2018)

United Nations (30/06/2009). Continental Shelf – Submission to the Commission by the Russian Federation. United Nations. https://www.un.org/ (Ultimo accesso il 25/02/2018)

Marzio Mian (27/01/2017). E ora la Groenlandia rischia di diventare la nuova Africa. Il Corriere della Sera.  http://www.corriere.it/ (Ultimo accesso il 25/02/2018)


Autore

Emanuel PietrobonLaureando in Scienze internazionali, dello sviluppo e della cooperazione all’università di Torino. Attualmente alla University of Economics and Humanities in Lodz (Polonia) per borsa di studio per lo studio di Scienze dell’informazione e della comunicazione. Appassionato di geopolitica religiosa ed energetica, religione nelle relazioni internazionali, sociologia delle religioni e delle masse. Parlo correttamente inglese, spagnolo e rumeno.