L’Eurasia e il destino del mondo

Correva l’anno 1904 quando il geografo inglese Halford Mackinder pubblicò “The Geographical Pivot of History”, esponendo la teoria dell’Heartland. L’impero britannico, essenzialmente una talassocrazia, era uscito dallo splendido isolamento, preoccupato dalla Weltpolitik tedesca, dalla questione d’Oriente, dallo scramble for Africa, dal Great Game in Asia centrale. Sullo sfondo della fine dei cent’anni per il riemergere di revanscismi e risentimenti tra le potenze europee, proliferarono le cattedre di geopolitica, un’innovativa disciplina che indagava il legame esistente tra un territorio e il popolo, o Stato, ivi localizzato.

Mackinder, per primo, capì l’importanza della rivoluzione ferroviaria, ipotizzando che i progressi conseguiti nel trasporto terrestre avrebbero spostato il baricentro geopolitico mondiale in Eurasia, l’Heartland (il “cuore della terra”), riducendo drasticamente l’importanza del controllo dei mari e – quindi, le capacità britanniche di mantenere la propria egemonia.

Nell’Eurasia, le minacce principali provenivano da potenze emergenti: Germania, Russia e Giappone. Onde evitare che, sfruttando l’enorme bacino di risorse umane e naturali offerte dall’Heartland, potesse affermarsi una grande potenza, magari ostile, l’obiettivo britannico avrebbe dovuto essere il contenimento dei principali attori eurasiatici, ricorrendo ad alleanze strategiche, creando stati-cuscinetto ma, soprattutto, impedendo la formazione di un asse russo-tedesco: le risorse naturali e territoriali russe congiunte alla potenza navale e industriale tedesca avrebbero costituito un grave pericolo.

Come fu accolta la teoria? I britannici, dopo la disfatta russa contro il Giappone, ne ridimensionarono notevolmente il potenziale minaccioso, siglando un’alleanza durata fino alla prima guerra mondiale. L’idea degli stati-cuscinetto fu ripresa durante la conferenza di pace di Parigi del 1919, circoscritta all’ambito europeo, per evitare contatti tra quelli che furono gli imperi centrali.

Nel secondo dopoguerra, la geopolitica fu accolta con interesse negli Stati Uniti, affermatisi come unica superpotenza e intenzionati a far durare il nuovo status quo. La geostrategia statunitense perseguita dal 1945 ad oggi è frutto della combinazione del pensiero di Mackinder con quello di altri autori: Alfred Mahan, Nicholas Spykman e, ultimo, Zbigniew Brzezinski.

Mahan, ammiraglio statunitense, coevo di Mackinder, vedeva anch’egli una contrapposizione tra potenze continentali e talassocrazie, ma le sue conclusioni erano diverse: essenziale per il mantenimento di un’egemonia sarebbe il controllo dei mari, sia in tempo di pace che di guerra. L’enfasi si sposta sulla potenza navale e sulla necessità di ottenere porti sicuri oltreoceano, essenziali per proiettare la forza. Quanto il suo pensiero sia stato importante lo si deduce dal fatto che la US Navy sia la marina militare più grande al mondo, con appoggi nel Pacifico, nell’Atlantico e nel Mediterraneo e capace di una proiezione rapida e globale della forza.

Spykman rivisitò la teoria di Mackinder, spostando l’attenzione sul Rimland, la fascia marittima e costiera che circonda l’Heartland. La concentrazione di paesi dall’alto potenziale di sviluppo e di grandi giacimenti di risorse naturali farebbe del Rimland la chiave per il controllo dell’Heartland e, quindi, del mondo. Il pericolo geopolitico non verrebbe dall’emergere di un’egemonia nell’Heartland, ma da un’unione di intenti tra le potenze di Rimland e Heartland, che potrebbe danneggiare anche il commercio mondiale, chiudendosi ad ogni traffico, essendo autosufficiente. L’obiettivo statunitense dovrebbe essere l’instaurazione di una presenza fissa nell’area, allo scopo di mantenerla frammentata ed evitare la formazione di alleanze potenzialmente ostili.

Le amministrazioni statunitensi seguirono con austerità i moniti di Mackinder, Mahan e Spykman per l’intero corso della guerra fredda: le possibili spinte egemoniche provenienti dal Vecchio Continente furono neutralizzate atomizzando la Germania, costituendo l’Alleanza Atlantica e americanizzando le società. Convertendo il Giappone in una sorta di stato-satellite ed facendo entrare la Turchia nella NATO furono creati due solidi avamposti in Asia, con cui contenere l’espansionismo sovietico e attenzionare la Repubblica Popolare Cinese.

Dal 1991 ad oggi, la presenza militare statunitense in Eurasia è aumentata notevolmente, confermando l’attualità della teoria dell’Heartland. Il pensiero di Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale sotto l’amministrazione Carter ed autore dell’apertura a Pechino dopo la crisi sino-sovietica, è essenziale per comprendere l’evoluzione della geostrategia americana nel dopo-guerra fredda.

Nella sua opera più nota, “La grande scacchiera”, sostiene che l’unico modo per mantenere lo status di superpotenza nel nuovo millennio sia aumentare l’attenzione sull’Eurasia, alla luce dell’agglomerazione di potenziali minacce ivi presente, ridefinendo i cardini della geostrategia statunitense, identificati in area ex sovietica, Medio Oriente e golfo Persico.

Allargamento dell’Unione Europea (pedina statunitense nella grande scacchiera) e della NATO sarebbero funzionali al contenimento dell’influenza russa in Europa e Caucaso. In quest’ottica si inquadrerebbero anche le destabilizzazioni che hanno portato governi filo-occidentali al potere in Georgia e Ucraina. Sebbene Brzezinski ritenesse molto scarse le possibilità di uno sganciamento dell’UE dagli Stati Uniti, invitava a fare attenzione alla Francia, per via di mai sopite ambizioni egemoniche – le pressioni di Sarkozy alla base dell’intervento in Libia nel 2011 lo confermerebbero, e alla Germania, da tenere lontana dalla Russia (un ritorno al timore mackinderiano di un asse russo-tedesco).

Più ostica la situazione in Medio Oriente e golfo Persico per via della collisione d’interessi tra diverse potenze, aspiranti egemoni regionali (Turchia, Siria, Iran, Arabia Saudita, Israele, Iraq), e contemporaneamente essenziale per gli interessi americani, in quanto area di snodi petroliferi. L’unico modo di evitare l’insorgere di un’egemonia regionale potenzialmente ostile sarebbe il perpetuamento dell’instabilità e della frammentazione nell’area. In questo contesto, s’inquadrerebbero interventi come le due guerre del Golfo, l’invasione dell’Afghanistan, l’appoggio ai ribelli anti-Assad in Siria e la costante linea dura contro l’Iran.

In Estremo Oriente, annichilita la minaccia giapponese, il pericolo maggiore sarebbe Pechino, per via dello straordinario potenziale di sviluppo fornito da peculiarità demografiche, economiche, tecnologiche e militari e per le mire espansionistiche su Asia e Pacifico. Non deve sorprendere che l’inaugurazione delle relazioni bilaterali tra Pechino e Washington sia avvenuta grazie alla mediazione di Brzezinski e che il sodalizio commerciale sia stato approfondito negli anni.

Nel 2017, ad oltre un secolo da “The Geographical Pivot of History”, la geostrategia per l’Eurasia di Mackinder, seppure rielaborata e approfondita dai diversi autori citati, sembra essere ancora valida, come dimostrato dall’attivismo militare e diplomatico statunitense in Medio Oriente e Asia centrale, dai tentativi di evitare la costruzione di un asse russo-tedesco e dalle attenzioni riservate all’Estremo Oriente.

Anche l’amministrazione Trump, abbandonando gli iniziali propositi isolazionisti, ha evidenziato nuovamente l’importanza dell’Eurasia ai fini dell’egemonia americana con la ripresa della linea dura contro l’Iran, l’escalation con la Corea del Nord, il deterioramento dei rapporti con la Russia, l’attacco a Shayrat e, last but not least, l’incrinamento dei rapporti con Pechino e il maggiore attivismo sul sensibile teatro del Mar Cinese Meridionale, dove a febbraio è stata inviata la portaerei Nimitz USS Carl Vinson a scopo di pattugliamento.

Sebbene il futuro sia imprevedibile anche per l’analista più esperto, una cosa è certa: il controllo dell’Heartland continuerà ad essere motivo di scontro tra grandi potenze e aspiranti egemoni, perchè, parafrasando Mackinder, chi controlla l’Heartland, comanda il mondo.


AUTORE

Emanuele Pietrobon. Studente dell’università di Torino in Scienze internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione, appassionato di geopolitica, analisi politica estera, pensiero politico e sicurezza, parla correttamente inglese, spagnolo, rumeno.