Asia Centrale e stabilità regionale: il caso di Kazakhstan, Turkmenistan e Uzbekistan

La regione dell’Asia Centrale è stata al centro dei giochi di potere e geopolitici tra Occidente e Oriente per secoli. Il Great Game vedeva contrapposti l’allora Impero zarista con quello britannico per poi divenire lo scontro ideologico, politico e militare tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti culminato con la Guerra in Afghanistan 1979 – 1989 che vide la sconfitta di Mosca grazie alla strategia statunitense di supporto ai Talebani.

Nel 2001 gli Stati Uniti “invasero” l’Afghanistan con l’obiettivo di catturare Osama bin Laden e sconfiggere il terrorismo internazionale, evento che ridiede centralità ed importanza alla regione divenuta in seguito, a partire dal 2013, elemento portante della strategia di Pechino One Belt, One Road (Nuova Via della Seta, tra economia e cultura).

Con l’affermazione del terrorismo internazionale e con l’ascesa dello Stato Islamico, anche l’Asia Centrale è stata interessata dalla minaccia dei gruppi jihadisti che hanno riguardato principalmente l’Uzbekistan (in primis il Movimento Islamico dell’Uzbekistan – IMU), il Kazakhstan ed il Kyrgyzstan (Daesh alla conquista dell’Asia Centrale: la nasicata del Vilayat Khorasan).

Parlando di sicurezza occorre tenere conto dell’aspetto economico ritenuto fondamentale per la stabilità di uno stato: dopo venticinque anni dalla frammentazione dell’Unione Sovietica, le economie dell’Asia centrale, che hanno beneficiato delle politiche di ristrutturazione economica, mostrano di aver raggiunto strade e risultati contrapposti.

Nel Turkmenistan il progresso stenta a manifestarsi, e si mostra sotto forma di costruzioni imponenti finanziate dalla propaganda del regime e da tanti gasdotti dalla dubbia utilità. Il Turkmenistan è un paese ricchissimo, con abbondanza di gas e minerali, ma la maggior parte della popolazione vive ancora sotto la soglia della povertà e il PIL dipende in gran parte dalle esportazioni di cotone.

La centralità del Kazakhstan nell’Unione Economica Euroasiatica, nella Nuova Via della Seta e nel controllo del Caspio, costringe i decisori politici ad adottare le strategie più corrette per garantire la stabilità del Paese, pena la sopravvivenza stessa del sistema Kazakhstan che potrebbe essere infranto proprio dalle numerose etnie che vivono nei suoi confini, quanto dalle ingerenze esterne.

L’Uzbekistan, altra ex repubblica sovietica ricca di materie prime e caratterizzata dalla fiorente coltivazione del cotone, dopo aver raggiunto il proprio equilibrio economico sembra aver voluto volgere il suo sguardo a Oriente, verso il mercato asiatico, e trascurare i rapporti con la vecchia madre Russia.

Stabilità e sicurezza del Kazakhstan

Si è iniziato a parlare maggiormente di instabilità in Kazakhstan quando alcuni atti terroristici hanno permesso ai fedeli musulmani di assurgere alle cronache. L’etnia musulmana nel paese è circa il 60% della popolazione, i gruppi etnici sono 140 di cui il 23% è russo, e questo ha convinto la governance kazaka a considerare i pericoli derivanti dal fenomeno dell’eversione musulmana.

Tale consapevolezza ha reso la Dottrina Militare del Kazakhstan particolarmente attenta all’estremismo, benché attualmente l’ISIS non minacci direttamente il Paese, anche se la propaganda del Califfato ha creato proselitismo fra molti kazaki soprattutto nelle aeree rurali (L’ombra del terrorismo aleggia sul Kazakhstan). Alcuni militanti kazaki dello Stato Islamico sono rientrati in patria per trasformarsi nel maggior veicolo di destabilizzazione, una minaccia che ha indotto i decisori ed i governanti a rafforzare la legislazione ed affermare con forza la laicità del Kazakhstan, mantenendo, però, la prerogativa alla nomina dei predicatori nelle moschee della Nazione.

La minaccia alla stabilità e sicurezza del paese è nei traffici internazionali di armi e droga, una condizione che comunque è estesa a tutta l’Asia Centrale. Infatti le vie che collegano l’Europa e la Russia al mercato degli stupefacenti che originano dall’Afghanistan, passano proprio attraverso il territorio del Kazakhstan.

Il traffico è reso florido dalla corruzione, ma anche dal labile controllo delle frontiere. Per arginare la criticità e negare il passaggio delle merci illegali è stata istituita l’operazione Kanal nata sotto l’egida della Organizzazione per il Trattato della Sicurezza Collettiva (CSTO), ma l’efficacia di questa istituzione tarda a stroncare la floridezza del commercio di stupefacenti ed armi. È auspicabile dunque una implementazione dei controlli quanto la lotta alla corruzione interna ed una maggiore collaborazione a livello internazionale per bloccare alla fonte le spedizioni illecite.

Il settore Difesa del Kazakhstan

Lo sviluppo del settore della Difesa kazako passa anche attraverso l’Italia con un accordo sulla cooperazione militare. Principalmente le intese sono imperniate sull’export e sull’import di materiale di difesa nei settori aeronautico e navale militare, sull’approvvigionamento di armi da fuoco, munizionamento, e su progetti congiunti di formazione ed addestramento militare. Questo nell’intento di consolidare le rispettive capacità difensive e di migliorare la comprensione reciproca sulle questioni in materia di sicurezza e di contrasto al terrorismo internazionale di matrice islamista attraverso la condivisione di informazioni classificate.

Le Forze Armate kazake sono nate nel 1992, e le truppe terrestri sono quello che rimane della 40° armata dell’Unione Sovietica. Naturalmente la Russia ha un rapporto privilegiato come fornitore di armi ed alta tecnologia: ne è la prova la consegna di due dei quattro caccia multiruolo Su-30SM ordinati alla Sukhoi e che sono stati schierati presso la 604° base aerea di Taldykorgan. L’aeronautica Militare con i suoi oltre 200 velivoli da combattimento sembra essere sovradimensionata rispetto alle esigenze puramente difensive del Paese, ma è comunque un valido deterrente. La Marina Militare è ovviamente ridotta a qualche pattugliatore che incrocia nelle acque del Mar Caspio.

A tal proposito, i presidenti delle cinque nazioni rivierasche che vi si affacciano, Azerbaigian, Iran, Kazakhstan, Russia e Turkmenistan, hanno identificato come questione di maggior rilevanza geopolitica la definizione e l’accordo sullo status legale del Caspio. Attualmente l’accordo di massima si impernia sul principio che impedisce la presenza militare di una nazione “terza”, ovvero non caspica, nel territorio di una delle cinque nazioni. Con questo si preclude l’eventualità di creare delle basi ai militari statunitensi o formazioni sotto l’egida della NATO. Di fatto, solo le nazioni rivierasche potranno dispiegare le loro navi militari nel bacino del Caspio, al fine di garantire stabilità e sicurezza.

Pertanto l’attuale scenario geopolitico seguito alla fine del bipolarismo, preclude la possibilità di installare una base militare straniera: infatti, la costituzione azerbaigiana e turkmena, sulla base del principio di neutralità, non consente la costruzione di infrastrutture straniere nel territorio nazionale, ed anche il Kazakhstan, membro della CSTO, non può ospitare una base militare di un paese terzo senza previo accordo dei membri.

La chiave di lettura di tale mossa geostrategica è di impedire la creazione di un presidio navale NATO ad Aktau, il quale sarebbe funzionale allo sviluppo e sfruttamento del giacimento petrolifero kazako di Kashagan: infatti le compagnie energetiche statunitensi ExxonMobil e Conoco Philips sono parte del relativo consorzio internazionale. Inoltre, il rafforzamento di questo porto kazako sul Caspio, faciliterebbe la futura realizzazione del progetto denominato Kazakhstan Caspian Transport System, finalizzato a rafforzare la sicurezza energetica dell’UE.

Turkmenistan e lo sviluppo economico incompleto

L’economia del Turkmenistan è basata sull’agricoltura e sulla pesca e il paese regge il proprio PIL sulle esportazioni di cotone, rientrando tra i primi dieci paesi produttori al mondo. La maggior parte della popolazione non ha accesso a luce e gas, sebbene queste risorse continuino ad essere fornite gratuitamente dal governo. L’economia è ancora per gran parte sotto il controllo del potere centrale e non vi è stata una piena transizione verso il libero mercato.

Anche il Turkmenistan è una delle ex repubbliche sovietiche che insieme al Kazakhstan è stata classificata come regime autoritario, con poca libertà di stampa e un potere quasi totalmente focalizzato nelle mani del presidente. È infatti ormai nota ai media occidentali la statua ricoperta d’oro che il presidente turkmeno avrebbe fatto costruire a sua immagine ad Ashgabat, iniziativa pari per eccentricità alla volontà del presidente kazako Nazarbayev di cambiare il nome della capitale in Nursultan, come il suo nome di battesimo.

Nel 1992 il Turkmenistan ha cominciato a muovere i primi passi verso una ricostruzione del paese e della propria economia. L’allora presidente Nayazov ne prese in mano le redini senza tuttavia attuare reali riforme: il Turkmenistan ha continuato ad essere legato al rublo e alla liberalizzazione dei prezzi russi fino al 1993, anno in cui è entrato in corso legale il manat, la moneta ufficiale turkmena. Tuttavia l’inflazione ha continuato a salire e si è attestata intorno all’esorbitante valore del 1000% tra il 1995 ed il 1996. La moneta si deprezzò notevolmente, favorendo comunque le esportazioni di cotone.

La privatizzazione nel paese ha seguito un corso molto lento e negli anni 2000 quasi duemila piccole aziende sono risultate privatizzate, ma il settore del gas e del petrolio continuano ad essere diretti dal potere centrale e l’agricoltura continua ad essere pesantemente sussidiata.

Dopo le collaborazioni energetiche con la Russia e il vicino Kazakistan, il Turkmenistan si è accorto che poteva approfittare della crisi politica in Ucraina e aprirsi verso i mercati europei. Così è nato il progetto di collegamento tra Ashgabat e Baku dal nome Trans Caspian Pipeline (TCP).

Tuttavia, se Mosca o Astana non si preoccupavano troppo del  regime autoritario vigente nel paese, il nuovo presidente Gurbanguly Berdimuhammedov, insediatosi alla morte di Nayazov, ha intuito che con l’Unione Europea doveva invece dimostrare di guidare un paese moderno dal punto di vista economico e politico, impegnandosi a favorire un multipartitismo di facciata e promuovendo discutibili politiche di welfare, come la promessa di garantire servizi pubblici gratuiti a tutte le donne che avrebbero avuto almeno otto figli.

Il settore privato rimane comunque estremamente debole e il governo continua a imporre restrizioni sulle esportazioni e a finanziare un’economia privata rivolta alla sostituzione delle importazioni. Successivamente al crollo dell’Urss il Turkmenistan si è ritrovata ad avere un’eccedenza di gas naturale, ma i gasdotti presenti nel paese erano diretti solo in Russia: sono stati così costruiti nuovi gasdotti per soddisfare il sogno turkmeno di vendere il proprio gas direttamente sul mercato europeo.

Nel 2015 è stato inaugurato un nuovo gasdotto che dovrebbe collegare il Turkmenistan all’Azerbaigian, ma che sostanzialmente si esaurisce sulle coste del Mar Caspio, diventando un gasdotto collegato verso il nulla. Un progetto ben lontano dal rendere il paese indipendente e forte economicamente, se si pensa inoltre che i proventi del commercio del petrolio sono stati poi reinvestiti nella costruzione di strade e aeroporti che tuttavia lavorano ancora al di sotto del loro reale potenziale. Se vi si aggiunge il regime fiscale oppressivo e spesso poco trasparente si intuisce come le inadeguate riforme economiche non saranno per Ashgabat alla base di un florido futuro economico e commerciale, ma probabilmente porteranno il paese alla deriva, nell’arena di quegli innumerevoli paesi ricchi di risorse, ma poveri di politiche efficienti.

Uzbekistan ed il periodo di transizione post-Karimov

L’Uzbekistan si incastra tra le due Repubbliche del Kazakistan e del Turkmenistan, dividendole geograficamente e politicamente, a causa delle tensioni etniche mai assopite. L’Uzbekistan è però un paese che cerca di ottenere una posizione indipendente nel panorama economico internazionale, slacciandosi dai vecchi legami con la madre Russia e le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale.

Durante il periodo sovietico la produzione industriale del paese seguiva i dettami dell’Urss, le industrie venivano rifornite dei macchinari e delle attrezzature necessarie per produrre e dovevano seguire un criterio di produzione stabiliti dai piani quinquennali. L’Uzbekistan basava la sua economia per la maggior parte dalle esportazioni di cotone e importava circa il 60% del petrolio necessario per il suo fabbisogno interno.

Al crollo dell’Urss il Fondo Monetario Internazionale (FMI) chiese al governo del neo presidente Islam Karimov di seguire i dettami dell’economia di transizione: liberalizzazione dei mercati e dei prezzi, privatizzazione. La fase iniziale della transizione fu uno shock per il paese, che vide rallentare la sua già fragile economia.

Karimov decise di seguire una linea di sviluppo diversa, più autonoma e graduale, garantendo inoltre un primo sistema di assistenza sociale indirizzato alle fasce deboli della popolazione.  Queste iniziative procurarono una caduta del PIL molto più moderata rispetto ai paesi limitrofi, tanto che nel 1996, anno in cui tutte le ex Repubbliche sovietiche affrontavano un periodo di recessione, l’Uzbekistan vide il suo PIL crescere e nel 2001 il paese divenne la prima repubblica post sovietica a uscire dalla fase di transizione.

Si arriva poi al periodo della grave crisi economica del 2008. L’Uzbekistan è un paese molto fortunato: abbonda di risorse minerali e materie prime e riesce a soddisfare quasi autonomamente il proprio fabbisogno energetico. Inoltre, sebbene il presidente dedichi un po’ troppa importanza alle esportazioni di cotone, costringendo la popolazione a impegnarsi gratuitamente e “volontariamente” nella raccolta, il governo è riuscito a diversificare la propria economia e a sviluppare il settore agricolo e industriale quasi senza investimenti esteri. In tal modo l’Uzbekistan ha risentito poco della crisi economica del 2008 rispetto agli altri paesi dell’Asia Centrale e anche dell’Unione Europea.

Negli ultimi anni Tashkent ha inoltre dimostrato di voler sottrarsi all’ala protettiva della madre Russia, paese da cui riceve tuttavia la maggior parte dei rifornimenti militari: il governo uzbeko ha iniziato le trattative per entrare nel WTO e nella Shangai Cooperation Organisation. Tashkent non nasconde infatti di guardare sempre più a oriente, e di trarre vantaggio dall’impennata dell’economia cinese: il 20% delle importazioni e esportazioni avviene con la Cina, potenza che mira a espandere la propria influenza nella regione centro asiatica. Vengono inoltre negoziati accordi di collaborazione con un altro gigante, l’India, che monitora l’attività economica uzbeka.

Il governo dell’Uzbekistan sembra non voler avere molto a che fare con la sua vecchia madre Russia o con le potenze limitrofe anche se la recente scomparsa dello storico leader nazionale Islam Karimov, presidente fin dall’indipendenza ottenuta nel 1991, getta alcune ombre sulla vita politica e sulla impermeabilità interna dall’influenza del Cremlino (L’Uzbekistan post-Karimov si muove verso il miglioramento del clima imprenditoriale e degli investimenti).


AUTORI

Chiara Campanelli. Laureata in Scienze politiche, relazioni internazionali e studi europei all’università “Aldo Moro” di Bari con una tesi in diritto d’asilo, attualmente frequenta il Master in International Business alla Università di Modena e Reggio Emilia. Ha collaborato con Cronache Internazionali ed il Caffè Geopolitico prendendo in esame la regione MENA.