Mar Cinese Meridionale: ASEAN alla prova

La disputa territoriale che si gioca nel Mar Cinese Meridionale va assumendo una rilevanza e un’attenzione crescenti, e diversi analisti osservano come questa controversia rischi di compromettere il terreno comune sul quale si basa la cooperazione politica dei paesi dell’ASEAN.

La vicenda è particolarmente complessa, e riguarda il controllo sovrano su più di 250 tra isole, atolli, rocce e banchi di sabbia -molti dei quali emergono solo con la bassa marea- in un braccio di mare estremamente strategico: vi passa un traffico di merci dal valore annuale superiore a 3 mila miliardi di dollari; ed è per la Repubblica Popolare Cinese un passaggio fondamentale verso l’Oceano Indiano (e quindi l’Europa) e verso l’Oceano Pacifico.

Per di più, secondo diversi studi l’area nasconde riserve di gas e petrolio da far invidia a paesi come gli Emirati Arabi Uniti e la Nigeria. Anche se è probabile che simili aspettative siano sovrastimate, la presenza in sé di importanti giacimenti è ampiamente acclarata. Non è quindi un caso che Pechino rivendichi sovranità su grandissima parte degli isolotti o rocce dell’area, iniziando in molti casi a costruirvi basi navali e aeree.

Alle rivendicazioni cinesi si contrappongono quelle di Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore e Vietnam, ciascuna con le proprie specificità e le proprie argomentazioni giuridiche e storiche. Senza voler qui scendere nel dettaglio di ciascuna rivendicazione, risulta evidente che su un tema chiave come il controllo su un braccio di mare tra i più strategici al mondo, i paesi dell’ASEAN seguono ciascuno la strada del proprio interesse nazionale, lasciando le ragioni della cooperazione politica in secondo piano, e trovandosi così di fatto ad affrontare il colosso cinese da soli.

Del resto, non sfugge come, tra i membri dell’ASEAN, Myanmar e Laos siano da sempre molto vicini a Pechino, e la Tailandia non abbia ancora preso posizione ufficialmente sul merito della questione. Tutti gli altri sette membri, come detto, avanzano rivendicazioni proprie, spesso contrastanti tra loro sia nella sostanza che nella strategia per vederle riconosciute.

L’Indonesia preferisce ad esempio non definirsi “Stato parte della disputa”, sostenendo che la sua Zona Economica Esclusiva non collida con gli interessi di altri Stati, fingendo così di non vedere le rivendicazioni cinesi ma anche cambogiane sulle isole Natuna. D’altra parte, il Vietnam, forte del solido appoggio statunitense, sembra avere un approccio più muscolare nel controllo delle aree che considera soggette alla propria sovranità. Le Filippine hanno invece scelto la strada dell’arbitrato internazionale, davanti al quale hanno unilateralmente trascinato la Repubblica Popolare Cinese, forti del fatto di essere entrambi parti della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. L’arbitrato, iniziato nel 2013, sta presto giungendo ad una conclusione, che in molti si aspettano favorevole alle Filippine. È tuttavia difficile che Pechino riconoscerà la sentenza arbitrale e vi si adeguerà.

Cosa faranno a quel punto gli Stati ASEAN? Troveranno un punto di incontro tra le singole esigenze strategiche nazionali o continueranno ad avanzare in ordine sparso sulla questione?

A giudicare dalla Dichiarazione di Sunnylands, emessa nel febbraio 2016 al termine dei lavori del vertice USA-ASEAN, sembra difficile che l’ASEAN in quanto tale saprà interpretare un ruolo attivo nella disputa oggetto di questo articolo. Nel comunicato conclusivo, infatti, non solo il Mar Cinese Meridionale non viene citato, ma con riferimento al tema della sicurezza, la dichiarazione non va molto oltre ad un generico richiamo per il “rispetto della sovranità di ciascuno Stato e del diritto internazionale”.

Essendo proprio la sovranità su quelle isole -e di riflesso sul mare circostante- oggetto di disputa, la dichiarazione assomiglia più ad un’occasione persa che ad un rilancio della cooperazione politica nella regione. Pechino così guadagna tempo e intanto migliora la sua posizione strategica nell’area, e il principio divide et impera conferma di non perdere la sua efficacia nella politica internazionale.


AUTORE 

Andrea Salvoni. Laureato in Relazioni Internazionali alla Università di Torino, ha conseguito un Master italo-francese in Scienze Politiche ed Economia presso sempre l’Università di Torino e l’Università Lumière di Lione per poi specializzarsi in Diplomazia grazie al Master dell’Istituto di Studi Politici Internazionali (ISPI). Ha lavorato a Mosca presso l’Ambasciata italiana e per poi svolgere ulteriori incarichi in Russia, Nuova Zelanda e Gerusalemme.