L’altra via della Seta: gli scambi commerciali tra UE e Singapore

Un commercio di beni e servizi da un fatturato di più di 85 milioni di dollari, stock di investimenti che si aggirano intorno ai 147 milioni di euro e più di diecimila compagnie europee stanziatesi nella regione: queste sono solo alcune delle stime degli scambi tra Singapore e Unione Europea nel 2015. I floridi commerci hanno avuto modo di svilupparsi anche grazie al recente accordo di libero scambio siglato tra UE e Singapore nel 2012.

Dopo la Cina e gli Stati Uniti il terzo grande alleato commerciale dell’Unione Europea è proprio l’ASEAN, l’associazione delle nazioni del sud est asiatico di cui Singapore è il più fervente sostenitore e partner trainante, nonché maggior interlocutore economico dell’UE. Ma che importanza ha per noi europei Singapore?

Chi è Singapore? 

Sulla cartina geografica Singapore appare come una piccola città-stato ai bordi della Malesia.  A seguito dell’indipendenza, raggiunta solo nel 1965, l’economia singaporiana era poco sviluppata e in gran parte dipendente dall’agricoltura. Il governo del post indipendenza decise di implementare lo sviluppo del paese con un’ampia ristrutturazione dell’economia, migliorando il commercio, le infrastrutture e sfruttando la posizione strategica di Singapore nel sud est asiatico, fattore che è stato fondamentale per la produzione di ricchezza nel paese.

Singapore si è infatti aperta agli scambi commerciali con i paesi limitrofi e con il resto del mondo, in primis entrando a far parte dell’ASEAN e nel WTO e continuando a stipulare accordi commerciali con partner esteri come l’Unione Europea.

Tuttavia, il governo singaporiano ha voluto ovviare la sua dipendenza dalle esportazioni investendo massicciamente in ricerca, educazione, sviluppo e tecnologia, con risultati notevoli: ad oggi, questo piccolo porto dell’oceano indiano ed ex economia agricola vanta un pil pro capite di 78.424 dollari, ed è il punto d’accesso dei maggiori commerci tra il sud est asiatico e il resto del mondo.

Compagnie europee e statunitensi hanno dislocato le loro sedi a Singapore, sfruttando la posizione strategica e lo sviluppo economico che rendono la città un polo finanziario di estrema importanza.

Non è un mistero agli occhi di noi europei come Singapore ormai sia un esempio di sviluppo tecnologico e urbano, si pensi solo alle immagini dello skyline singaporiano pullulante di grattacieli. Tuttavia, Singapore è ormai anche altro: si parla di Singapore come una città-giardino, all’avanguardia nella creazione di energia pulita e nel trattamento delle acque reflue. Singapore è inoltre uno degli stati con i più bassi tassi di criminalità al mondo, e il governo favorisce le iniziative volte a sviluppare l’educazione, la ricerca e l’efficienza del settore medico.

Gli accordi commerciali tra Unione Europea e Singapore

I primi accordi commerciali tra Singapore e Unione Europea sono iniziati nel 2010, dopo che l’UE ha cercato senza successo di concludere un accordo di libero scambio con l’ASEAN. Grazie a questi primi malriusciti negoziati l’Unione Europea ha deciso di partire dalla base, stipulando accordi con i singoli componenti dell’ASEAN stessa. Si è subito notato il costante aumento del commercio con Singapore: dal 2008 al 2013 il commercio di beni è cresciuto del 17% e il commercio di servizi del 40%, senza contare le 10mila compagnie europee stanziatesi nella città stato.

Singapore si è immediatamente rivelato un partner commerciale di vitale importanza per l’Europa, posizionandosi al primo posto tra tutti i paesi ASEAN a intraprendere rapporti con l’UE, e rappresentando 1/3 degli scambi in beni tra ASEAN e UE. Questi particolari hanno permesso che i negoziati tra le due parti giungessero più fluentemente a un accordo definitivo.

L’EU-Singapore Free Trade Agreement è stato siglato il 16 Dicembre 2012, e l’UE lo ha accolto come il primo tassello per il miglioramento dei rapporti con l’intera ASEAN. Questo è ciò che prevede:

  • Aboliti i dazi: la metà dei prodotti che l’Unione Europea importa da Singapore non è coperta da dazi e altre barriere. Già dall’adesione al WTO Singapore è un paese che non apporta barriere tariffarie, solo in alcuni casi la combinazione di fattori ultimi rende molto costoso l’acquisto di prodotti. Inoltre Singapore non applica dazi sulla maggior parte delle merci importate dall’UE, e un accordo di libero scambio altro non farebbe che suggellare questo patto già esistenze. Oltre ai vari beni, con l’abolizione delle barriere tariffarie è permessa la circolazione senza dazi di bevande alcooliche e anche di automobili, seguendo il principio che se un’auto è sicura sulle strade europee lo sarà anche su quelle di Singapore. Lo stesso principio si applicherà ai dispositivi elettronici, i televisori e le apparecchiature per la produzione di energia rinnovabile, i quali si sottoporranno a forme più facilitate di valutazione della conformità prima di essere vendute sul mercato.
  • Origine dei prodotti e standard sanitari e fitosanitari: nessun problema, o quasi, sull’origine dei prodotti perché con i nuovi accordi entrambe le parti hanno acconsentito a mantenere un registro per la protezione delle indicazioni geografiche, consentendo così di tutelare l’origine di prodotti europei come il prosciutto di Parma e lo Champagne. È previsto inoltre un cumulo dell’origine dei prodotti, considerando che Singapore ha le proprie filiere produttive dislocate nei paesi limitrofi. Tale decisione che potrebbe essere una manna per i produttori alimentari italiani, nello specifico coloro che lavorano salumi e insaccati, con un alleggerimento delle procedure del controllo qualità che permettere all’Europa, e all’Italia, di aprirsi verso questo vastissimo mercato di circa 600 milioni di consumatori.

Si conta che nei prossimi 10 anni dal Free Trade Agreement le esportazioni della UE verso Singapore potrebbero aumentare di circa 1,4 miliardi di euro, con un aumento del PIL reale dell’UE di 550 milioni di euro. Per Singapore i dati sono ancora più favorevoli: un aumento delle esportazioni verso la UE aumenterebbe il pil per un valore di circa 2,7 miliardi.

Il “corteggiamento” tra Unione Europea e ASEAN

Dell’ASEAN fanno parte Thailandia, Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Brunei, Vietnam, Laos, Myanmar e Cambogia, paesi del Sud est asiatico che registrano un ottimo sviluppo economico.

Gli accordi ASEAN-UE hanno cercato di partire nel 2007 con la negoziazione di un primo free trade agreement. L’ASEAN è infatti il terzo partner commerciale dell’UE dopo l’USA e la Cina, con scambi che a si aggiravano intorno ai 235 miliardi di euro solo nel 2013. L’UE ha visto tuttavia lentamente erodere il suo primato nei rapporti con l’ASEAN, surclassata da altri partner come la Cina, il Giappone e l’Australia. Negli ultimi anni il commercio intra-ASEAN è cresciuto maggiormente rispetto agli scambi con l’UE e i partner esteri.

L’Unione Europea ha deciso così di iniziare i negoziati solo con i singoli paesi dell’Associazione, e nello specifico sono in avvio negoziati con la Thailandia, il Vietnam e la Malesia.

Tuttavia, la strada verso un libro scambio completo tra queste aree così lontane del mondo sembra non voler ancora vedere una sua fine: sono ancora molte le clausole sociali che l’Unione Europea vuole vedere rispettate nei suoi accordi, tra le quali vi sono la protezione dei diritti umani, dell’ambiente e il rispetto di standard sanitari e fitosanitari. Si preme inoltre sulla questione del lavoro minorile subordinati all’adesione di alcuni paesi ASEAN alla convenzione dell’Organizzazione mondiale del lavoro.

Un accordo di libero scambio con l’intera regione darebbe accesso a un mercato immenso di cui l’Europa non vuole privarsi, ma per il momento l’UE continua con i suoi negoziati con i singoli paesi provando a ricostruire, tassello dopo tassello, una nuova via della seta.


AUTORE

Chiara Campanelli. Laureata in Scienze politiche, relazioni internazionali e studi europei all’università “Aldo Moro” di Bari con una tesi in diritto d’asilo, attualmente frequenta il Master in International Business alla Università di Modena e Reggio Emilia. Ha collaborato con Cronache Internazionali ed il Caffè Geopolitico prendendo in esame la regione MENA.