Globalizzazione: fenomeno positivo o negativo?

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, i governi hanno cooperato per ridurre o eliminare le restrizioni alle importazione ed i sussidi all’esportazione, motivati dalla convinzione che un commercio liberalizzato aumenterebbe il volume degli scambi, promuoverebbe la crescita economica e migliorerebbe gli standard di vita in tutto il mondo.Tale processo globalizzante presenta, ovviamente, delle aree oscure e delle conseguenze “collaterali” aventi un certo peso specifico, nonostante gli Stati mostrino la necessità di sempre maggiore globalizzazione.

La globalizzazione è un processo storico, frutto dell’innovazione umana e del progresso tecnologico. Promotore della (crescente) integrazione delle economie mondiali attraverso il movimento di beni, servizi e capitali cross-border. Il termine si riferisce anche alla circolazione di persone (il lavoro) e conoscenza (la tecnologia) attraverso i confini internazionali, correlata a più ampie dimensioni culturali, politiche e ambientali.

Il fenomeno ha avuto inizio, de jure, dopo la Seconda Guerra Mondiale (SGM), ma ha subito una forte accelerazione durante la metà degli anni ’80, trascinato da due principali fattori:

  • Il progresso tecnologico: ha abbassato i costi del trasporto, della comunicazione e della computazione, permettendo alle imprese di delocalizzare differenti fasi della produzione (spesso in Paesi terzi);
  • La liberalizzazione del commercio e dei mercati finanziari:[1] i governihanno iniziato a smettere di proteggere le proprie economie dalla competizione straniera attraverso tariffe sulle importazioni e Non-TariffMeasures[2] (NTMs).

Giocoforza, progressivamente, la liberalizzazione del mercato interno, l’apertura al commercio internazionale e l’allentamento dei controlli sui cambi si sono diffusi a livello globale.

Commercio

Come accennato, gli avanzi nella comunicazione e nella tecnologia di trasporto, in combinazione con l’ideologia del libero mercato, hanno concesso una mobilità senza precedenti a beni, servizi e capitali.

A livello regionale, il “rilassamento” delle barriere commerciali si è presentato attraverso l’avvento di zone di libero scambio, tra cuil’UE, il NAFTA e l’ASEAN[3].

Il commercio è debitamente esploso quando ha cominciato a coinvolgere le economie emergenti, diversificandosi altresì geograficamente:

  • L’export totale afferente agli Stati membri dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) è stato pari a $18,5 mila miliardi nel 2014, circa 4 volte il valore registrato nel 1995 ($5 mila miliardi). I Paesi in via di sviluppo (PVS) hanno rappresentato il 44% del commercio mondiale (26% nel 1995), mentre i Paesi industrializzati (PI) sono scesi al 52% (rispetto al 70% del 1995).[4]
  • La quota di export verso i PVS è aumentata dal 26% nel 1995 al 39% nel 2014, mentre verso i PI è diminuita dal 68% al 56%.[5]

 Limitare il commercio internazionale – assurgendo a forme di protezionismo – genera conseguenze negative per un paese, questo perché:

  1. Le tariffe aumentano i prezzi dei beni importati danneggiando i consumatori, molti dei quali possono essere poveri.
  2. Il protezionismo tende a premiare i gruppi concentrati, ben organizzati e politicamente collegati, a discapito di coloro i cui interessi sono diffusi (come ad esempio i consumatori).
  3. Si riduce la varietà di prodotti disponibili generando inefficienza, riducendo la concorrenza e incoraggiando le risorse a fluire in settori protetti .

Verso la fine degli anni ‘80, molti paesi in via di sviluppo hanno iniziato a smantellare le rispettive barriere al commercio internazionale a causa della scarsa performance economica in politiche protezionistiche e varie crisi economiche. Nel 1990, molti paesi dell’ex blocco sovietico integrati nel sistema commerciale globale, di concerto ad un’Asia in via di sviluppo – una delle regioni più chiuse al commercio nel 1980 – progressivamente smantellarono le barriere commerciali. Nel complesso, mentre il tasso di tariffa medio applicato dai paesi in via di sviluppo è superiore a quello applicato dai paesi avanzati, è diminuito significativamente nel corso degli ultimi decenni.

 Finanza e rischi

Il mondo è diventato più integrato non solo attraverso il commercio, ma anche con i flussi finanziari. L’integrazione finanziaria offre vantaggi ma pone anche dei rischi sostanziali derivanti, spesso, dalla volatilità di tali mercati.

Il principale strumento attraverso cui si estrinseca tale integrazione è quello dei flussi di investimenti posti in essere da operatori residenti in paesi diversi da quello dove il centro della loro attività è insediato: gli investimenti diretti esteri (IDE).

A livello globale gli IDE sono incrementati esponenzialmente nel corso degli ultimi vent’anni, con uno stock di $23 mila miliardi nel 2012. La ricomposizione geografica verso gli (Stati) emergenti, ha portato gli stock da essi detenuti dal 2% nel 1990 a un’incidenza del 34% nel 2012. [6]

Secondo alcuni economisti, i benefici degli IDE sono effettivi quando le multinazionali collaborano con la fornitura locale, piuttosto che quando entrano in concorrenza per la vendita di prodotti finali simili [7]. Sono gli investimenti greenfield [8] a rappresentarla quota più remunerativa per il sistema locale: l’evidenza passata ha mostrato una maggiore esposizione degli ultimi a variazioni del ciclo economico, soprattutto in settori ad alto contenuto scientifico e tecnologico.

E’ importante sottolineare che gli investimenti internazionali detengono un certo peso specifico per la maggior parte delle economie e possono essere particolarmente importanti per i PVS. Difatti, in molti casi, questi ultimi presentano sia la domanda di un bene o servizio, sia il lavoro e le risorse naturali per produrlo o fornirlo, ma non hanno accesso al capitale necessario per iniziare tale processo.

Giocoforza, un effetto collaterale positivo nel finanziare gli imprenditori in attività iniziale è la creazione di posti di lavoro, il che comporta un aumento dei livelli dei reddito e, di conseguenza, un aumento della domanda dei consumatori. Quest’ultima a sua volta innesca opportunità per altre imprese e, attraverso tale effetto moltiplicatore, il capitale proveniente dagli investimenti stranieri spesso incentiva la crescita economica.

Nonostante ciò, secondo economisti di merito come Krugman, dagli inizi del 1980 ci sono state diverse ondate di flussi di capitale a breve termine verso i PVS, di cui nessuna fautrice di una crescita miracolosa. Al contrario, tali grandi ondate possono seriamente compromettere lo sviluppo sostenibile, come constatato nelle crisi finanziarie del passato nella Federazione Russa, in Asia orientale e in America Latina. [9]

Un improvviso aumento dei flussi in uscita generalmente provoca un deprezzamento del tasso di cambio, aumentando il debito in valuta estera. Questo può costringere le imprese al fallimento, distruggere posti di lavoro ed aumentare l’instabilità macroeconomica. I fallimenti degli esportatori possono derivare anche da impennate di afflusso di capitali, che apprezzano il tasso di cambio, rendendo in tal modo le esportazioni meno competitive. Contrariamente a quanto sostenuto dai fautori della liberalizzazione del conto capitale, tali flussi a breve termine non contribuiscono all’aumento del settore finanziario nazionale. [10] Di converso, essi possono aumentare tale fragilità e aumentare il rischio di crisi finanziarie e bancarie, come osservato nel sud-est asiatico durante il 1997-98.

Nonostante ciò, è importante sottolineare quanto asserito dall’UNCTAD: [11]

La crisi e la sua ricaduta hanno accelerato la tendenza verso un ruolo maggiore dei PVS nell’economia mondiale. Tra il 2006 e il 2012, il 74% di crescita del PIL mondiale è stato generato in PVS e solo il 22% in PI. Ciò, in netto contrasto con i rispettivi contributi alla crescita globale nei decenni precedenti, dove i PI ne hanno rappresentato il 75% negli anni ‘80 e ‘90, attestandosi a poco più del 50% tra il 2000 e il 2006.

Ergo,durante una crisi i legami finanziari trasmettono tensioni finanziarie tra le frontiere, ma in tempi normali facilitano l’efficiente allocazione internazionale dei capitali, ovvero: i capitali si spostano dove sono più produttivi.

Forza lavoro

Uno studio del FMI datato 2012 [12] ha esplicato come la liberalizzazione del conto capitale abbia contribuito ad un aumento delle disuguaglianze, redendo il capitale straniero più “incline” a lavoratori qualificati, accrescendo le lacune salariali e le disuguaglianze inter ed intra-Stato.

A partire dagli anni ’70, la diffusione delle imprese multinazionali ha avuto un’accelerazione e si è estesa soprattutto nei PVS, dove gli investimenti sono stati dettati dall’opportunità di sfruttare i vantaggi offerti dalla manodopera locale a buon mercato. Questa tendenza ha portato ad una scomposizione dei diversi cicli produttivi, perché in molti casi sono stati trasferiti all’estero solo segmenti di produzione, e non l’intero procedimento; oppure l’intero processo è stato dislocato in più sedi, proprio in funzione del costo e della convenienza.A loro volta, i diritti equi del lavoro e le condizioni di quest’ultimo sono stati soppressi in nome del mercato libero competitivo, fenomeno denominato “race to the bottom”.

La teoria capitalistica, riverberante l’auto-aggiustamento del mercato, detiene una visione differente: un’impresa che trasferisce la sua fabbrica in un PVS, per sfruttare costi del lavoro più bassi e aumentare i propri profitti, attira ulteriori imprese che dovranno (necessariamente) ridurre i prezzi per competere in tale mercato. Con l’aumento della concorrenza, i consumatori potranno beneficiare di prezzi più bassi, mentre il PVSne guadagnerà in termini di know-how, posti di lavoro [13] e relativa domanda interna.

 Povertà

L’età della globalizzazione ha portato a uno straordinario calo della povertà di massa. In Asia orientale e nel Pacifico, la percentuale di popolazione che vive con meno di $1,25 al giorno a parità di potere d’acquisto (PPA) è scesa dal 77% nel 1981 al 14% nel 2008. [14] In Asia meridionale, la percentuale in estrema povertà è scesa dal 61% nel 1981 al 36% nel 2008. In Africa sub-sahariana, invece, la percentuale di persone in condizioni di estrema povertà era del 51% nel 1981 e del 49% nel 2008.

Vi sono prove sostanziali, da paesi di diverse dimensioni e regioni, che nel momento in cui uno Stato si “globalizza” i loro cittadini ne beneficiano, sotto forma di accesso a una più ampia varietà di beni e servizi, prezzi più bassi, un numero maggiore di posti di lavoro meglio retribuiti, miglioramento della salute e più elevati standard di vita in senso generale. Probabilmente non è un caso se negli ultimi 20 anni, diversi paesi sono diventati più aperti alle forze economiche globali e, di conseguenza, la percentuale degli individui nel mondo (in via di sviluppo) che vive in estrema povertà – con meno di $1 al giorno – è stata dimezzata. [15]

Al riguardo, è da annoverare un rapporto [16] del 2011 della Banca africana di sviluppo che, per spiegare l’ascesa della classe media africana, offre il seguente motivo:

“La forte crescita economica in Africa nel corso degli ultimi due decenni è stata accompagnata dalla comparsa di una classe media consistente e una significativa riduzione della povertà. In forte aumento è risultata anche la crescita in spese di consumo [conseguenza diretta dell’ascesa della classe media].”

Il rapporto stima che la classe media africana abbia raggiunto “quasi 350 milioni di persone” nel 2010. Il primo problema, però, riguarda la definizione della classe media secondo i canoni della Banca africana di sviluppo, ovvero: individui con un consumo giornaliero oscillante tra i $2 e i $20 a PPA, nel 2005. Inoltre, vi è una forte sperequazione geografica afferente a tale classe media, la cui maggioranza vive nel Nord Africa.

Come conseguenza del cambiamento macro-economico che si è verificato negli ultimi dieci anni, in parte accelerato dalla crisi finanziaria 2008-2009, le economie del Sud ora rappresentano poco più della metà del potere d’acquisto globale, un rapido cambiamento che si traduce in un aumento del 10% nell’ultimo decennio.

 Gli Stati nel 2016

Oggi il mondo è alla ricerca del suo motore economico e le politiche monetarie dimostrano, giorno dopo giorno, i loro limiti. Il titolo dell’ultimo rapporto del FMI è abbastanza sintomatico delle preoccupazioni economiche globali, “troppo lento per troppo tempo”.[17]Nei paesi sviluppati, la crescita non dovrebbe superare il 2% nel 2016. Gli Stati Uniti presentano una cifra leggermente superiore, ma gli analisti sono sempre più convinti che il ciclo di crescita dell’economia USA volgerà al termine dopo 7 anni di crescita ininterrotta dopo la crisi finanziaria del 2008, l’Europa rimarrà in panne e il PIL del Giappone potrebbe diminuire leggermente l’anno prossimo.

I Paesi BRICs presentano tassi di crescita sempre più eterogenei: la crescita cinese ha rallentato al suo tasso più basso degli ultimi 25 anni in un contesto di instabilità finanziaria; la gravità della recessione in Brasile e Russia si conferma, e si accompagna (per la prima) a una grande crisi politica.

Mentre i paesi OPEC, e più in generale i produttori di materie prime, subiscono il peso del crollo della domanda e dei prezzi osservata nei diversi mercati. Solo l’India, e alcuni territori asiatici (tra cui la Birmania), mostrano ancora un vero e proprio dinamismo.

In ultima analisi, il FMI ha abbassato le sue previsioni di crescita al 3,2% per il 2016 (3,5% per il 2017) e, allo stesso tempo, l’OMC ha fatto lo stesso per il commercio internazionale che non dovrebbe crescere oltre il 2,8%. Tale impotenza rappresenta una sfida particolare in quanto coincide con un una quasi-stagnazione economica in un contesto di bilancio negativo in molte parti del mondo. Questo nuovo paradigma richiede una (ri)discussione sulla governance globale su tre livelli: il coordinamento delle politiche monetarie, la revisione del sistema monetario internazionale e la cooperazione economica e fiscale degli Stati.

Conclusioni

Bisogna premettere che, sulla base di esperienze globali, alcuni principi basilari sembrano sostenere una maggiore prosperità. Questi includono: investimenti (diretti esteri in particolare), diffusione della tecnologia, istituzioni forti, politiche macroeconomiche sane, forza lavoro istruita ed esistenza di un’economia di mercato. Inoltre, un denominatore comune che sembra collegare quasi tutti i paesi ad alto tasso di crescita è la loro partecipazione in, e l’integrazione con, un’economia globale.

La globalizzazione appare come un fenomeno inevitabile e, nonostante diverse aree grigie detenenti un certo peso specifico, nel complesso positivo(oltre che strutturalmente incardinato nella società). Si ravvede, dunque, la necessità di aggiustamenti soprattutto in ambito finanziario, in merito alla risoluzione delle controversie in materia di investimenti, alle garanzie degli investimenti sostenibili, al controverso ruolo delle rating agencies, riconducendo tale normativa all’interno dei vincoli del diritto internazionale purnon ostacolando gli investimenti.

Una propensione in tal senso sembra già sussistere, soprattutto in seguito alla crisi finanziaria del 2008-09, in quanto è possibile notare come paesi e regioni continuino la loro ricerca per una riforma del regime degli accordi di investimento internazionali (AII). Difatti, trentuno nuovi AII sono stati conclusi nel 2014, la maggior parte dei quali contenenti disposizioni relative allo sviluppo sostenibile.

In ultimaanalisi, la globalizzazione ha prodotto una colluttazione tra norme giuridiche, generando la diffusione delle regole democratiche anche in paesi governati da regimi autoritari, di concerto alla creazione di istituzioni transnazionali.

La conseguente affermazione di un pensiero unico e di un’unica concezione (occidentale) dell’uomo ha prodotto reazioni di natura fondamentalista o integralistica di opposizione identitaria, ai quali si aggiungono le green voices, critiche per l’assenza di norme ambientali precettive e, spesso, per la loro violazione da parte di imprese transnazionali poco inclini ad adeguarsi a determinati standard.

Tali conflitti rappresentano la vera sfida congiunturale (e strutturale)con la quale la globalizzazionedeve confrontarsi, ed il cui esito rimane ancora incerto.

Note:

[1] Ancor prima, il sistema istituzionale derivante gli accordi di Bretton Woods nel 1945 ha giocato un ruolo preponderante nella promozione del libero mercato.

[2] Misure di protezione, diverse dalle tariffe, che hanno lo scopo di ridurre le importazioni (o le esportazioni). Possono consistere in restrizioni quantitative o in regole, applicate in modo tale da rendere impossibile, difficile o particolarmente costoso il loro recepimento e/o rispetto da parte dei produttori stranieri. Esempi: embarghi, quote all’import, restrizioni quantitative, licenze, barriere tecniche e di standard. Fonte: http://argomenti.ilsole24ore.com/parolechiave/barriere-non-tariffarie.html?refresh_ce=1

[3] Cfr http://www.limesonline.com/principali-aree-di-libero-scambio-nel-mondo/76551?refresh_ce

[4] Una quota notevole rappresentata da Brasile, Russia, India e Cina (BRICs). International Trade Statistics,WTO,2015

[5] Ibidem.

[6] World Investment Report, UNCTAD, 2013.

[7] ALFARO RODRIGUEZ-CLARE, Multinationals and linkages:an empirical investigation, 2003

[8] Diretti a costruire un nuovo stabilimento in uno Stato estero. Si contrappongono ai brownfield, direttiverso processi di fusione aziendale o nell’acquisizione di strutture già esistenti e Costituiscono la quota maggioritaria degli IDE.

[9] How Did Economists Get It So Wrong?, Paul Krugman, in New York Times, 02/09/2009

[10] J.STIGLITZ,Making Globalization Work,2006.

[11] Trade and Development Report, 2012, UNCTAD, 2012.

[12] Who Let the Gini Out?, D.Furcerie P.Loungani, 2003

[13] La Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) stima che le affiliate estere di imprese transnazionali impiegavano 69 milioni di lavoratori nel 2011, generando un fatturato di $28 miliardi.(World Investment Report, UNCTAD2012)

[14] World development report, World Bank, 2014.

[15] Ibidem.

[16] The Middle of the Pyramid: Dynamics of the Middle Class in Africa, AFDB, 20/04/2011

[17] Too slow for too long, FMI, Aprile 2016.

Bibliografia

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ALFARO RODRIGUEZ-CLARE, Multinationals and linkages: an empirical investigation, 2003

Confronting the Long Crisis of Globalization, Alex Evans, Bruce Jones, David Steven, in Brookings, 26/01/2010

Engaging and Integrating a Global Workforce, SIRM Foundation, Giugno 2015

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http://www.globalization101.org/

http://www.limesonline.com/principali-aree-di-libero-scambio-nel-mondo/76551?refresh_ce


AUTORE

Massimo Pascarella. Laureato in “Scienze politiche e relazioni internazionali”, possiede un Master in “Analisi d’intelligence e conflittualità non convenzionale”. Collabora con il quotidiano nazionale boliviano “El Deber” e con vari Think Tanks italiani occupandosi dei conflitti e dei cambiamenti di potere nel Vicino Oriente e dell’analisi dei gruppi jihadisti.