Attentato di Istanbul: analisi, sviluppi futuri e collegamenti con lo spazio ex-sovietico

Il 28 giugno 2016 un commando di uomini dal numero ancora imprecisato muniti di armi automatiche e giubbotti esplosivi ha preso d’attacco l’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul, centro logistico mondiale per quanto riguarda il traffico aereo, provocando 41 morti ed il ferimento di più di 230 persone. Anche se lo Stato Islamico non ha ancora rivendicato tale attacco, le autorità turche puntano il dito contro i militanti fedeli ad al-Baghdadi escludendo invece una azione del PKK.Ovviamente un simile attacco ha portato gli esperti in sicurezza infrastrutturale ad una dura e sempre più complessa riflessione sulle reali misure da adottare per prevenire nuove stragi. La politica di sicurezza del presidente Recep Tayyp Erdogan non è bastata ad arginare il fenomeno terroristico che sta diventando sempre più complesso nelle sue forme riuscendosi ad adattare perfettamente ai nuovi modelli di controlli e sicurezza imposti.

Le prime indiscrezioni trapelate dal rigoroso silenzio stampa imposto dal Governo di Ankara, parlavano di almeno tre terroristi armati di kalashnikov che hanno aperto il fuoco intorno alla zona dei controlli di sicurezza degli arrivi dell’aeroporto Ataturk intorno alle ore 22 circa. Durante lo scontro a fuoco che ne è seguito gli attentatori si sono fatti esplodere provocando una seconda ondata di morti.

La CIA evidenzia dell’operazione turca la chiara firma dello Stato Islamico, riportando come esempio quanto accaduto all’aeroporto di Bruxelles nel mese di marzo 2016. Per quanto le similitudini siano effettivamente molte, prima tra tutte l’importanza delle strutture colpite ed il numero delle vittime considerevole, l’analisi tattica dell’operazione merita una disquisizione.

Partendo dal presupposto che l’aeroporto Ataturk è uno dei meglio sorvegliati al mondo, perché già nelle mire di diversi gruppi terroristici tra cui il PKK, pianificare con un commando di tre uomini un attentato appare decisamente riduttivo.

Più l’obbiettivo è premiante più l’attenzione per annientarlo è imponente seguendo una logica militare che in questo caso viene meno: occorre sottolineare, infatti, che lo Stato Islamico per attaccare strutture di una certa rilevanza opera con gruppi armati ben addestrati come si è visto nell’attentato di Dacca (rivendicato ufficialmente tramite il portale Amaq dal Califfato), ma in questo caso ha ingaggiato personale la cui esperienza potrebbe essere messa in dubbio.

La sequenza dell’attacco appare altrettanto discordante con le tecniche utilizzate dallo Stato Islamico a cui il mondo si è abituato scandite da una prima esplosione mirata a diffondere il panico ed in una secondo momento dall’irruzione del commando per falcidiare le rimanenti vittime.

All’aeroporto di Istanbul invece le prime vittime sono state uccise a colpi di arma da fuoco, una tecnica efficace visto l’assembramento di persone, ma che potrebbe essere anche dettata dallo scarso numero di aderenti al commando che, se avesse optato per una prima esplosione dei suoi uomini e poi in una irruzione non avrebbe avuto nessun combattente per portare avanti la seconda fase dell’attentato. L’essersi fatti esplodere quando ormai la maggior parte delle persone era fuggita appare più come una exit strategy di convenienza che una vera è propria prosecuzione dell’attentato.

Il problema principale è che fino ad oggi lo Stato Islamico non ha ancora rivendicato tale attacco, fattore singolare che appare discorde con il classico modus operandi del Califfato. Quindi, se anche l’obiettivo e la modalità utilizzata ad Istanbul potrebbe indurre a puntare il dito contro i combattenti di al-Baghdadi, non vi sono complete certezze in merito.

Quest’evoluzione dei terroristi per rendere più efficace la loro strategia rispetto alle contromisure turche si evince soprattutto negli attentanti agli aeroporti, target funzionali per diversi motivi primo tra tutti la presenza di molte potenziali vittime. Gli scali delle grandi città sono infrastrutture che si definirebbero critiche per la morbosa attenzione che stanno riscuotendo da parte delle organizzazioni terroristiche, ma risultano ancora molto complesse da proteggere perché hanno una superficie troppo estesa, un gran traffico di persone e beni in transito.

Proprio quest’ultimo punto rischia di essere uno dei più grandi ostacoli alla sicurezza dei passeggeri, perché più i controlli si faranno serrati maggiori saranno le file che si creeranno ai check-point, assembramenti di gente che sono un facile bersaglio.

E’ chiaro che servono nuovi filtri per tenere lontani gli “assalitori”, ma dove inizia la prima linea di difesa?
Le misure adottate in Israele, per esempio, comportano tempi d’attesa molto lunghi, severissime restrizioni comportamentali e una grande disponibilità di risorse: tali misure, considerate tra le più efficaci, non azzerano però il rischio di attacchi.

In Turchia, vi è poi una grossa aggravante politica, perché fino a poche settimane fa il Presidente Erdogan risultava uno dei principali sostenitori delle bandiere nere in Siria. Attraversare la frontiera turca è risultato per lungo tempo relativamente facile, soprattutto se una parte dei controlli è stata elusa grazie ai simpatizzanti del movimento presenti tra le guardie di frontiera. Esiste così un ponte con complici, conoscenze e possibilità che ha appena dato alla Turchia la nuova etichetta di bersaglio prediletto.

La questione della complicità e simpatia che qualche turco nutre verso lo Stato Islamico ha permesso ai terroristi del 28 giugno di eludere i controlli del primo anello dell’aeroporto, un’evidenza che dovrebbe portare a riflettere su quanto sia facile organizzare un attentato decisamente più premiante senza troppe difficoltà.

Secondo il Presidente Erdogan, l’attuale momento storico è propizio per un cambio di rotta della politica estera ed interna di Ankara, il Paese sta cercando di ottenere e ridisegnare la propria strategia per il Medio Oriente. Il primo passo verso una maggior distensione con i paesi chiave in Medio Oriente passa dall’abbandonare le pulsioni islamiste più estreme, dunque distaccarsi da eventuali sovvenzioni o lassismi verso organizzazioni con tali prerogative.

Il governo di Ankara apre così una delicata fase di dialogo con Russia e Israele proiettata ad un futuro e più stabile assetto geopolitico sullo scenario mediorientale. Assetto che preoccupa non poco lo Stato Islamico e i suoi alleati, che continuano a vedere nell’asse Ankara-Mosca il punto di non ritorno per la propria sopravvivenza.

Gli sforzi di questa nuova politica puntano a ricucire gli strappi seguiti a due momenti storici di particolare importanza per la politica internazionale. Il primo e forse il più conosciuto è l’abbattimento del jet russo sui cieli turco-siriani da parte di sistemi d’arma turchi: nella visione strategica di Erdogan, questo riavvicinamento avrebbe lo scopo di ristabilire gli scambi commerciali con Mosca garantendo magari un nuovo canale di comunicazione tra il Cremlino ed Ankara.

Per quanto attiene Israele, l’incidente porta la data del 2009 e vede protagonista la Mavi Marmara, nave battente bandiera turca che tentò di forzare il blocco imposto da Gaza. Le forze speciali israeliane non persero tempo ed assaltarono la nave con relative conseguenze a livello diplomatico.

Russia ed Israele rappresentano non solo due nodi della politica estera di Ankara, ma soprattutto due grandi patners militari. Se si riuscisse a trovare una strada comune per la lotta contro il Califfato, unendo le potenzialità di questi tre paesi con una strategia di lungo termine, si potrebbe ottenere non solo un insperato successo, che fin dal 2014 appariva nebuloso, ma un nuovo assetto geopolitico per il Medio Oriente.

Gli uomini del Califfo, è risaputo, non hanno piacere ad avere dei rivali soprattutto se questo implica perdere uno dei più importanti sostenitori strategici e finanziari del progetto politico estremista. Alle bandiere nere, tuttavia, non è mai piaciuto ricoprire la parte della debole organizzazione terroristica sottomessa alla volontà dei suoi oppositori per questo, dopo essere stata indebolita in modo non poco significativo dalla stretta che il governo turco ha effettuato sul confine siriano, è possibile immaginare una nuova ondata di attacchi.

Il collegamento con le Repubbliche ex Sovietiche.

Anche se il numero esatto dei componenti del commando non è stato ancora appurato, e gli arresti in Turchia continuano a dimostrazione di un network del terrorismo ben radicato nel paese, le origini dei tre assalitori morti all’aeroporto Ataturk creano un collegamento con lo Spazio ex Sovietico, in special modo Caucaso del Nord ed Asia Centrale.

I tre attentatori morti sono un cittadino daghestano, un uzbeko ed un kirghiso, elementi che rimandano alla militanza armata e gruppi terroristici locali: i media nei giorni seguenti l’attentato hanno spesso nominato Ahmed Chataev come la mente dell’attacco, combattente di origine cecena inserito tra le liste russe dei terroristi fuggito dalla Georgia nel 2013 per andare a combattere per lo Stato Islamico.

Seppur non si conosce molto sul commando, sui chi sia l’ideatore dell’attentato e quale gruppo sia dietro, tale evento ha posto l’attenzione internazionale sulla minaccia terroristica proveniente dallo Spazio ex Sovietico che merita una analisi per comprendere gli sviluppi futuri.

Quando si parla di Caucaso l’attenzione va posta sul Distretto Federale russo del Caucaso del Nord (DFCN), regione che fin dagli anni ’90 ha registrato un incremento delle azioni dei militanti locali i quali hanno assunto connotati di estremismo religioso di matrice islamica fino a quando nel 2007 è stato creato Imarat Kavkaz (Emirato del Caucaso), organizzazione il cui autoproclamato emiro Doku Umarov predicava la creazione di uno stato islamico nella regione caucasica dove far rispettare la sharia.

L’Emirato del Caucaso è stato per anni una spina nel fianco della Federazione Russa conducendo attacchi contro autorità politiche, membri delle forze di sicurezza e civili: tra gli attentati principali è possibile citare l’esplosione avvenuta nel 2009 sul treno Nevsky, l’attentato alla metro di Mosca del 2010 dove persero la vita 40 persone, l’esplosione all’aeroporto Domodedovo di Mosca nel 2011 che uccise 36 persone e l’attacco esplosivo alla stazione degli autobus di Volgograd a fine 2013 che precedette i Giochi Olimpici Invernali di Sochi 2014.

Proprio in previsione delle Olimpiadi, il Cremlino aveva attuato una politica di contrasto al terrorismo locale per proteggere i partecipanti a Sochi 2014, evento la cui portata internazionale aveva un valore commerciale superiore ai 50 miliardi di dollari e avrebbe permesso il rilancio economico del DFCN, regione verso la quale Mosca ha speso ingenti somme di denaro per incrementare lo sviluppo economico e contrastare la disoccupazione giovanile vista come uno dei motivi principali dell’arruolamento tra le file dei gruppi terroristici.

Come sottolineato dall’International Crisis Group, la strategia russa precedente le Olimpiadi è stata quella di favorire l’emigrazione dei militanti locali e degli aderenti all’estremismo religioso di matrice islamica verso la Siria e l’Iraq: se nel DFCN la posizione dell’Emirato si andava così piano piano ad indebolire grazie a tale strategia ed alle ripetute operazioni antiterrorismo in loco, la presenza caucasica in Medio Oriente andava via via sempre ad aumentare grazie anche a figure di primo piano come Abu Omar al-Shishani (il Ceceno), comandante e leader dello Stato Islamico ucciso lo scorso marzo. La mossa successiva del Cremlino, con il timore che questi cittadini russi caucasici potessero tornare in patria ed utilizzare le tecniche di guerriglia apprese in Medio Oriente tra le file dello Stato Islamico o dei vari gruppi terroristici locali, è stata quella di vietare il rimpatrio pena una detenzione superiore ai 20 anni.

In questo modo l’Emirato del Caucaso ha perso la sua forza e, con l’uccisione per avvelenamento di Doku Umarov nel 2013 e l’eliminazioni dei suoi successori Aliaskhab Kebekov e Magomed Suleimanov nel 2015, il gruppo terroristico ha intrapreso la strada verso il declino favorendo però l’affermazione dello Stato Islamico con i giuramenti di fedeltà da parte di leader delle Jama’at in Dagestan e Cecenia ad Abu Bakr al-Baghdadi. Nel giugno 2015 veniva creato il Vilayat Kavkaz, compagine caucasica del Califfato posta sotto la guida di Rustam Asildarov.

Dalla fine del 2015 ad oggi il Dagestan è stata la repubblica caucasica che ha registrato la maggiore attività terroristica come dimostrano gli attentati avvenuti alla fortezza di Naryn-Kala a fine dicembre 2015, i successi attacchi esplosivi al checkpoint vicino Dzhemikent dello scorso febbraio a cui sono seguiti gli attacchi ai danni della polizia del 29 e 30 marzo nel distretto della capitale daghestana Makhachkala ed in quello del villaggio di Sirtych. A questi è possibile aggiungere anche l’attività in Kabardino-Balkaria, Inguscezia e Cecenia: una delle repubbliche considerate maggiormente stabili attualmente, la Cecenia ha registrato un attacco in un checkpoint della capitale Grozny che ha visto la morte dei due attentatori ed il ferimento di sei agenti di polizia lo scorso 9 maggio.

Questi attacchi e le frequenti imposizioni del regime antiterrorismo nelle repubbliche del DFCN (tra il 16 ed il 18 giugno in Dagestan e Kabardino-Balkaria sono stati eliminati 16 militanti) dimostrano come la minaccia terroristica sia ancora presente nella regione a fronte di sforzi in termini economici e di uomini avviati da Mosca. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato lo scorso marzo da Vladimir Makarov del Dipartimento per la Lotta al Terrorismo del Ministero degli Interni russo, i cittadini russi impegnati a combattere in Siria ed Iraq sarebbe superiore alle 3500 persone, dato in crescita rispetto ai 2500 dichiarati dalla Commissione della Camera russa nel 2015. Un ritorno in patria di questi cittadini russi rappresenta quindi un forte elemento di instabilità ed una minaccia alla sicurezza regionale e nazionale.

Per quanto riguarda l’Asia Centrale un recente campanello di allarme era stato rappresentato dagli eventi della città di Aqtobe in Kazakhstan a circa 100 chilometri dal confine con la Russia dove si sono registrati tre attacchi simultanei perpetrati da un gruppo di uomini armati che hanno preso d’assalto due negozi di armi ed una base della Guarda Nazionale uccidendo in tutto otto persone (L’ombra del terrorismo aleggia sul Kazakhstan).

Negli ultimi anni la regione centroasiatica ha registrato un incremento delle attività delle organizzazioni terroristiche: in Kazakhstan, ad esempio, i gruppi operano all’interno del paese reclutando ed addestrando militanti nelle loro basi da dove organizzano azioni di sabotaggio ed attacchi alle vicine repubbliche di Uzbekistan e Kyrgyzstan.

L’Asia Centrale è entrata nelle mire dello Stato Islamico con la creazione del Vilayat Khorasan avvenuta nel 2015 e rappresentata in primis dalla fedeltà del Movimento Islamico dell’Uzbekistan ad Abu Bakr al-Baghdadi (Daesh alla conquista dell’Asia Centrale: la nascita del Vilayat Khorasan). L’espansione del Califfato verso l’Asia Centrale è cementata dal numero sempre crescente di cittadini centroasiatici che militanto tra le file dello Stato Islamico in Siria il cui numero, secondo l’International Crisis Group, avrebbe raggiunto quota 2000 persone. Seppur esiste una discrepanza tra le statistiche dei centri studi e quelle governative, le stesse autorità ammettono la presenza dei loro connazionali in Medio Oriente al fianco Califfato: le autorità tagike parlano di 400 fedeli ad Abu Bakr al-Baghdadi, il Kyrgyzstan di 300-350 connazionali, il Kazakhstan 250 ed il Turkmenistan di 300 persone.

La minaccia terroristica a livello regionale nelle Repubbliche ex-Sovietiche dell’Asia Centrale è esacerbata dal largo supporto che i movimenti radicali di matrice islamica ricevono dalla popolazione: recenti studi dimostrano come non solo coloro che abitano direttamente in Asia Centrale, ma anche i cittadini centroasiatici che vivono in Russia per motivi di lavoro subiscono la propaganda mediatica e religiosa dei gruppi terroristici che li spinge ad andare in Medio Oriente a combattere.

Nella regione per anni la minaccia è stata rappresentata da IMU, organizzazione estremista formata a fine degli anni ’90 con quartier generale nelle Aree Tribali di Amministrazione Federale del Pakistan (FATA) che ha come obiettivo quello di rovesciare il governo uzbeko e creare un califfato islamico in tutto il “Turkestan”, ossia un’area considerata essere la regione centroasiatica che va dal Mar Caspio fino allo Xinjiang nella Cina occidentale. Nel tempo IMU è diventata una organizzazione sempre più attiva nell’insorgenza armata guidata dai talebani nel nord dell’Afghanistan: nel 2010 in un video messaggio un portavoce dell’organizzazione ha rivendicato l’attacco avvenuto ad un convoglio militare in Tajikistan, mentre nel 2014 IMU si è unita ai combattenti pakistani di Tehrik-e Taliban nell’assedio dell’aeroporto internazionale di Karachi che ha provocato la morte di 37 persone. Nel 2015 poi, come visto precedentemente, l’organizzazione ha dichiarato fedeltà allo Stato Islamico portando avanti la campagna di reclutamento e la lotta del Califfato all’interno della regione dell’Asia Centrale.

L’Unione della Jihad Islamica (IJU) è invece una organizzazione estremista che è nata all’interno di IMU per poi distaccarsene agli inizi del 2000 ed attualmente è localizzata nelle FATA: anch’essa ha come obiettivo quello di rovesciare il governo uzbeko, anche se tra le sue attività c’è il supporto ai talebani affiliati alla Rete di Haqqani impegnati in Afghanistan. Il gruppo, oltre ad aver condotto due attacchi nel 2004 ed uno nel 2009, è molto attivo nel reclutare i cittadini di nazionalità tedesca ed ha assunto importanza internazionale dopo la scoperta della cellula di Sauerland che programmava diversi attacchi in Germania.

Conclusioni

L’attacco perpetrato all’aeroporto di Istanbul ha permesso di scoperchiare il “vaso di Pandora” del terrorismo dello Spazio ex Sovietico fino ad ora relegato a fenomeno locale. Come evidenziano i recenti attacchi ad Istanbul, a Dacca, a Baghdad ed in Arabia Saudita la rete del terrorismo internazionale è ampia e permette la connessione di diverse regioni.

Tra queste regioni l’attenzione mediatica è stata spesso data al Medio Oriente e al Nord Africa, ma con i recenti eventi il Caucaso e l’Asia Centrale stanno ottenendo un’importanza dovuta alle minacce e pericoli che possono provenire da queste due regioni: nel DFCN anche se la lotta tra le forze di sicurezza di Mosca e la militanza armata sta registrando diverse perdite tra le file dei gruppi terroristici, la minaccia continua a pesare sulla regione, sul suo sviluppo economico ed umanitario favorendo un clima di instabilità ed insicurezza che genera un circolo vizioso dove la popolazione locale, specialmente quella giovanile, insoddisfatta delle attuali amministrazioni ed alla ricerca di lavoro, guarda allo Stato Islamico come ultima e forse unica soluzione ai problemi regionali.

In Asia Centrale, invece, i regimi imposti in paesi come Uzbekistan, Kazakhstan e Tajikistan  favoriscono il reclutamento da parte delle organizzazioni terroristiche le quali spesso, grazie alla loro propaganda, vengono viste come la soluzione alle problematiche economiche, politiche e sociali interne. Il caso del Tajiksitan è esemplare (Cresce l’instabilità economica e la precarietà del Tagikistan): nel paese al governo del presidente Emomali Rahmon ha consolidato la sua posizione bandendo i partiti di opposizione di matrice islamista ed arrestandone gli esponenti, generando quindi un ulteriore attrito che potrebbe far sprofondare la repubblica in una nuova guerra civile e favorire di conseguenza l’affermazione del terrorismo.


AUTORE

Giuliano Bifolchi. Analista geopolitico specializzato nel settore Sicurezza, Conflitti e Relazioni Internazionali. Laureato in Scienze Storiche presso l’Università Tor Vergata di Roma, ha conseguito un Master in Peace Building Management presso l’Università Pontificia San Bonaventura specializzandosi in Open Source Intelligence (OSINT) applicata al fenomeno terroristico della regione mediorientale e caucasica. Ha collaborato e continua a collaborare periodicamente con diverse testate giornalistiche e centri studi.

Denise Serangelo. Dottoressa in Scienze Strategiche laureata presso la Scuola di Applicazione e studi militari dell’esercito, è stata tirocinante al IV reparto logistico dello Stato Maggiore Esercito a Roma. Si è occupata specificatamente di Counter IED e di politiche d’impiego delle Forze Armate nei teatri operativi. Dall’inizio della crisi libica si occupa di analizzare le forze in campo nel paese e le riposte che possono portare alla sua risoluzione. Per lo scenario siriano si occupa dell’analisi dei sistemi d’arma russi. Collabora con diverse riviste specializzate nel settore sicurezza e difesa trattando le analisi politico-militari.