Cina-ASEAN, la CAFTA ed il suo potenziale

Il primo gennaio del 2010 è entrato in vigore l’accordo per l’area di libero scambio tra l’ASEAN e la Cina, che costituisce il terzo mercato, dopo Unione Europea e NAFTA (North American Free Trade Agreement), in termini di valore commerciale e, coinvolgendo quasi due miliardi di individui, il primo in termini di popolazione.

La China-ASEAN Free Trade Area (CAFTA) è nata in funzione della riduzione dei dazi doganali e delle barriere agli investimenti su oltre il 90% dei prodotti dei singoli Paesi, ferma restando la possibilità di ogni Paese coinvolto di stilare una lista di aree sensibili su cui le tariffe doganali sarebbero eventualmente rimaste applicate. La Cina ha inoltre acconsentito che i quattro membri dell’ASEAN meno avanzati, cioè Vietnam, Cambogia, Laos e Myanmar, avessero tempo fino al 2015 per abbattere i dazi d’importazione sui beni cinesi ed usufruire comunque dei vantaggi dell’area di libero scambio per le esportazioni, al fine di potenziare le industrie nazionali e renderle più competitive al momento dell’apertura dei propri mercati interni.

L’approdo alla costituzione di questo cruciale accordo economico è stato, tuttavia, il traguardo di un percorso cominciato diversi anni prima. Nel novembre 2001, in occasione del vertice ASEAN-Cina, l’allora premier cinese Zhu Rongji, per dissipare i timori di diversi partner del Sud-est asiatico riguardo l’ingresso di Pechino nel WTO e dimostrare che l’economia cinese si sarebbe rivelata molto più aperta e vantaggiosa per la regione, propose di esplorare la possibilità di creare entro dieci anni una zona di libero scambio tra le due parti. Un gruppo di esperti fu incaricato di analizzare la proposta cinese e dopo diversi forum di consultazione, il 4 novembre 2002, in occasione del seguente vertice bilaterale, i rispettivi leader firmarono a Phnom Penh, in Cambogia, uno storico Accordo Quadro per la Cooperazione Economica.

Tre livelli di cooperazione

L’accordo, entrato in vigore già il 1 luglio 2003, si articolava su tre differenti livelli: il commercio dei beni, lo scambio dei servizi e gli investimenti. Dava inoltre avvio alle negoziazioni e alle procedure diplomatiche per la costituzione di un’area di libero scambio tra la Cina e l’ASEAN entro il 2010, ed includeva anche un’importante disposizione di attuazione immediata (Early Harvest Programme) per l’abbattimento dei dazi su circa 600 tipi di prodotti agricoli.

Sempre nell’ottica degli impegni preliminari contemplati nell’Accordo Quadro, il 29 novembre 2004, nella capitale laotiana Vientiane, fu concluso un Accordo sullo Scambio di Beni che prevedeva due distinti percorsi per la liberalizzazione del commercio di merci classificate come “normali” o come “sensibili”. Per le prime era previsto un graduale processo di eliminazione dei dazi doganali entro il 2010, mentre per le seconde venivano stabilite due fasi di riduzione dei dazi fino ad un margine compreso tra lo 0 e il 5%. Entrata in vigore il 1 gennaio 2005, questa disposizione ha cancellato in soli cinque anni i dazi commerciali sul 90% dei prodotti industriali. Il 14 gennaio 2007, a Cebu, nelle Filippine, prese forma l’Accordo per lo Scambio di Servizi mentre, a conclusione degli impegni presi nell’Accordo Quadro, il 15 agosto 2009, a Bangkok, le parti ratificarono l’accordo relativo agli investimenti, che ha di fatto completato l’architettura del CAFTA.

Da allora, in meno di un decennio il volume degli scambi tra la Cina e il Sud-est asiatico ha subito un incremento notevole, balzando dai circa 20 miliardi di dollari del 2000 agli oltre 192 del 2008, crescendo dunque di quasi dieci volte, mentre il volume totale del commercio dei Paesi ASEAN con l’estero è nello stesso periodo passato da 576 a 1.710 miliardi di dollari. In altre parole, nel corso della prima decade di questo secolo, la quota cinese sul totale del volume commerciale del Sud-est asiatico è cresciuta ad un tasso di tre volte superiore alla sua media di crescita generale, facendo oggi della Cina il principale partner economico dell’ASEAN.

Mentre la Cina ha accresciuto la sua importanza di partner commerciale per l’ASEAN, superando già nel 2008 gli Stati Uniti, questi ultimi, ancora nel 2003 principale partner commerciale del Sud-est asiatico, si ritrovano oggi abbondantemente superati, oltre che dalla Cina, anche dal Giappone e dall’Unione Europea. Più complessa risulta essere la corretta lettura dei dati riguardanti il settore degli investimenti. In questo caso, infatti, la percentuale degli investimenti diretti esteri (IDE) provenienti dalla Cina sul totale in entrata nei Paesi ASEAN, era pari appena al 2,3% nel 2007, per passare a 4,3% nel 2008, e ridiscendere al 3,8% nel 2009. La media nel triennio 2007-2009 è stata del 3,2%, laddove gli IDE di provenienza europea hanno contribuito nello stesso periodo al 21,1% del totale, quelli statunitensi all’11,5%, e quelli giapponesi al 10,1%. I flussi di capitale provenienti dal Sud-est asiatico in entrata in Cina sembravano invece nel 2008 in leggero aumento rispetto al 2007, ma permane la difficoltà a quantificarli con esattezza poiché una considerevole parte degli investimenti diretti in Cina passa attraverso istituti finanziari con sede nella regione amministrativa speciale di Hong Kong.

Tuttavia, stando a quanto si evince dalle comunicazioni ufficiali di Pechino, gli IDE delle aziende cinesi nel Sud-est asiatico saranno incoraggiati quale opportunità che – citando il China Daily -permetterà alle compagnie della Repubblica Popolare «di utilizzare questa regione come trampolino di lancio per la conquista dei mercati esteri», grazie anche alla possibilità di sfruttare i numerosi accordi commerciali firmati dall’ASEAN negli ultimi anni. Quindi è lecito attendersi nei prossimi tempi un aumento degli IDE cinesi nel Sud-est asiatico.

Gli asset strategici

Qualche cenno va fatto anche rispetto alle attività delle grandi controllate cinesi, impegnate negli ultimi anni nell’acquisto di asset strategici per l’accaparramento di risorse naturali  quali gas, petrolio, rame e alluminio, la cui limitatezza in Cina potrebbe costituire un freno oggettivo alla crescita del Paese. Ciò detto, occorre notare che se l’entrata in vigore degli accordi del CAFTA ha contribuito ad una considerevole crescita nel volume d’interscambio, i dati disponibili mostrano una tendenza che nel lungo periodo tende a favorire un surplus nella bilancia commerciale cinese a scapito delle economie ASEAN.

Benché i dati cinesi, forniti dal Dipartimento Nazionale di Statistica, non concordino perfettamente con i dati della Segreteria dell’ASEAN, entrambi sembrano comunque confermare una tendenza all’aumento del deficit commerciale dei Paesi ASEAN nei confronti della Cina. Tuttavia, nell’ottica del rilancio del settore dei consumi interni da parte cinese per i prossimi anni, tale dato è destinato ad adeguarsi sul medio termine.

È altrettanto interessante considerare il fatto che le maggiori importazioni cinesi dal Sud-est asiatico si concentrano su materie prime e minerali grezzi, risorse fondamentali per sostenere il rapido sviluppo industriale cinese, mentre viceversa le esportazioni cinesi nei mercati dell’ASEAN riguardano principalmente i semi-lavorati e i prodotti manifatturieri a medio-basso tasso tecnologico.

Inoltre, l’economia cinese si è configurata negli ultimi anni, all’interno dei network produttivi dell’Asia Orientale e grazie alla sua capacità di attrarre investimenti e capitali stranieri, come il centro di assemblaggio manifatturiero di componenti provenienti dal Sud-est asiatico. Il valore aggiunto apportato dall’ulteriore lavorazione dei prodotti verrebbe a costituire, quindi, un fattore determinante nel surplus commerciale della Cina sui Paesi dell’ASEAN, a testimonianza di quanto la lettura di dati economici non sempre specifici e dettagliati possa risultare complessa.

In definitiva, l’accordo è nato dalla volontà di ridurre le politiche protezionistiche adottate a livello regionale e ha trovato ulteriori motivi nella recente crisi economica mondiale, spingendo i Paesi della regione a ritagliarsi un proprio spazio, anche per diversificare le loro relazioni e smarcarsi dalla dipendenza dalle economie statunitense e giapponese.

In quest’ottica, dovrebbe essere adottata la moneta unica, che, nelle aspettative cinesi, dovrebbe essere lo yuan. Non mancano però le difficoltà, se solo si tiene conto che la divisa cinese non è convertibile. Questa realtà soddisfa interessi convergenti tra le parti contraenti. Infatti, se la Cina punta all’approvvigionamento di materie prime a basso costo per alimentare la sua smisurata produzione, i Paesi dell’ASEAN trovano un dinamico retroterra industriale per il commercio dei loro prodotti. L’accordo pone infatti di fronte due differenti realtà politiche: da una parte la Cina, che si presenta in una posizione statuale solida e definita, con una crescita ormai stabilizzata, e dall’altra parte i Paesi dell’ASEAN, caratterizzati da differenti dinamiche e orientamenti politici, spesso non convergenti. Il nuovo quadro commerciale delineatosi merita attenzione anche negli altri Paesi industrializzati per le ricadute positive riscontrate sui rispettivi mercati come ad esempio le trattative, in fase avanzata, tra l’ASEAN, l’India, la Nuova Zelanda, l’Australia e la Corea del Sud. In effetti, il quadro delle relazioni all’interno e all’esterno dell’ASEAN risulta abbastanza complesso, se si considera che da diversi anni stanno prendendo forma le iniziative dell’ASEAN+3, che vede coinvolti Cina, Giappone e Corea del Sud, e dell’ASEAN+6, esteso ad Australia, India e Nuova Zelanda.

Un trampolino per le ambizioni cinesi

Quest’anno, dopo l’accordo con la Corea del Sud, Pechino ha incassato un altro successo nella grande regione del Pacifico, concludendo dopo dieci anni di trattative un accordo di libero scambio con l’Australia, la sua sesta maggiore fonte di import e la prima per risorse minerarie quali ferro, carbone e oro. Con il China-Australia Free Trade Agreement (ChAFTA) più dell’85% delle esportazioni dall’Australia non sarà tassato (95% quando l’implementazione sarà completa), mentre l’Australia eliminerà le tasse sulle importazioni cinesi.

Pechino vede l’accordo strategico, il primo del genere con un Paese avanzato, come significativo per le sue ambizioni regionali. Esso prepara la strada per la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), progetto cinese che vorrebbe legare fra loro, come accennato, i dieci Paesi ASEAN, Australia, Cina, Giappone, Corea del Sud, India e Nuova Zelanda, ovvero un’area dall’ipotetico valore di un terzo del PIL mondiale. Le negoziazioni sono complesse a causa della grande diversità tra gli interessi dei diversi Paesi, alcuni dei quali hanno barriere tariffarie elevate e non immediatamente omologabili.

La Cina è il maggior partner commerciale del blocco: nel 2014 il commercio bilaterale è cresciuto dell’8,3% rispetto all’anno precedente, toccando quota 480 miliardi di dollari. Secondo il China Daily, l’obiettivo è quello di promuovere le relazioni bilaterali e multilaterali fra questi Paesi e la Cina in vari ambiti commerciali. Le aree della cooperazione si sono estese negli anni sino ad includere la finanza, l’alta tecnologia, l’industria ambientale e quella navale ma Pechino vorrebbe sondarne altre al fine di portare a 2.000 miliardi di dollari il commercio bilaterale entro il 2020 e a 100 miliardi di dollari gli investimenti aggiuntivi. Grazie anche all’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), recentemente lanciata a Pechino, la Cina intende sostenere lo sviluppo dei Paesi ASEAN fornendo supporto finanziario agevolato, una strategia che ha avuto e avrà ancora molto successo nel ricondurre molte di queste realtà alla sua sfera di influenza.

In un simile quadro di estrema sovrapposizione tra iniziative bilaterali e multilaterali, possiamo tuttavia tracciare alcune considerazioni riepilogative. Negli ultimi anni, durante i quali si sono susseguiti i più importanti vertici delle grandi organizzazioni regionali asiatiche (ASEAN, ADB, APEC, SCO e AIIB), la Cina ha palesato la volontà di intraprendere la via della diplomazia multilaterale come first-best option, attraverso l’attivismo e la partecipazione ai vari forum istituzionali. La strategia di Pechino non è quella di dominare la propria area di influenza geopolitica, ma di tessere un ampio raggio di pacifiche e vantaggiose relazioni.

I tratti di questa strategia diplomatica incentrata sul multilateralismo e sul mutuo vantaggio furono sanciti in un discorso dell’ex primo ministro cinese Wen Jiabao durante il 14° Summit Cina-ASEAN, tenutosi nel novembre del 2011 a Bali. L’atteggiamento maturo evidenziato dalla nuova strategia regionalista di Pechino è considerato come la più forte ed efficace risposta alle sfide poste dalla crisi economica finanziaria e dalla globalizzazione:

«Con una sostenuta e rapida crescita economica e con la stabilità sociale – osservò Wen Jiabao – l’Asia Orientale è la regione più dinamica del mondo, con il maggior potenziale di sviluppo, e sia l’ASEAN che la Cina hanno ottenuto un ampio riconoscimento internazionale e hanno richiamato una grande attenzione per il loro importante contributo. Dovremmo cogliere l’opportunità di rafforzare la cooperazione e affrontare congiuntamente le sfide».

Tale visione maturava dalla piena consapevolezza del cambiamento di assetto geopolitico dell’era contemporanea, tanto che aggiunse: «In quest’era di stretta interdipendenza economica, nessuna regione o paese può sperare di prosperare da solo ed essere immune agli shock esterni».

All’indomani della crisi del debito, che ha investito le economie degli Stati Uniti e dell’Europa, ma che negli ultimi mesi sembra aver in parte contagiato anche il mercato cinese, Pechino vuole concentrare i propri sforzi sulla crescita e sullo sviluppo di mercati regionali alternativi a quelli storicamente di riferimento. In tal senso, quello asiatico è di vitale importanza strategica. In effetti, sempre nell’autunno 2011, appena qualche giorno prima del summit dell’ASEAN, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama aveva annunciato dal vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) di Honolulu, la conclusione di un accordo di massima per un partenariato commerciale transpacifico e l’apertura di una zona di libero scambio per 800 milioni di consumatori, tra gli Stati Uniti e dieci Paesi asiatici che si affacciano sull’Oceano. Un progetto che, tuttavia, si è concretizzato soltanto nell’ottobre del 2015, con la ratifica della Trans-Pacific Partnership (TPP) tra dodici Paesi, di cui solo cinque asiatici.

D’altra parte, al fine di rassicurare partner e competitor, Pechino ha insistito da un lato a concentrare i propri sforzi sulla dimensione della diplomazia, vincolandosi al coordinamento multilaterale, e dall’altro a mostrare la volontà di compiere un’ascesa pacifica in un ordine internazionale multipolare senza mire egemoniche. Il governo cinese e il presidente Xi Jinping hanno confermato in svariate occasioni che l’obiettivo della Cina non è quello di ottenere il dominio né quello di instaurare uno stallo conflittuale con gli Stati Uniti o tanto meno con la Russia, piuttosto quello di costruire relazioni di buon vicinato e rafforzare il partenariato con i Paesi vicini.

Di certo, nel groviglio delle relazioni diplomatiche e delle direttrici geopolitiche del mondo odierno, per Pechino l’ASEAN+3 è, nel breve termine, il veicolo principale finalizzato ad istituire una sorta di Comunità Economica dell’Asia Orientale, forse sul modello dell’Unione Europea, che agevoli la cooperazione economica nel Sud-est asiatico, rinforzi le relazioni diplomatiche e il partenariato commerciale tra i Paesi membri. I cinesi sono convinti che solo attraverso l’ASEAN si possa realizzare l’obiettivo dell’integrazione regionale, e pertanto è stata ufficialmente annunciata l’inaugurazione di una missione permanente in seno all’organizzazione e il progetto di ampliare la sfera di attuazione della CAFTA.


AUTORE

Marco Costa. E’ dottore in Filosofia presso l’Università degli Studi di Genova. È autore di “Soviet e Sobornost. Correnti spirituali nella Russia sovietica e post-sovietica” (Parma, 2011), “Conducator. L’Edificazione del Socialismo in Romania” (Parma, 2012), “Una fortezza ideologica. Enver Hoxha e il Comunismo Albanese” (Cavriago, 2013), “Etica, Religione e Origine del Socialismo” (Cavriago, 2014), “Il Tibet tra Passato e Futuro. Storia, Sviluppo e Potenzialità della Regione Autonoma Cinese” (Cavriago, 2014). È coautore de “La Grande Muraglia. Pensiero politico, territorio e strategia della Cina Popolare” (Cavriago, 2012) e “La Via della Seta. Vecchie e Nuove Strategie Globali tra la Cina e il Bacino del Mediterraneo” (Cavriago, 2014). Attualmente è redattore della rivista di affari globali “Scenari Internazionali” e responsabile area eurasiatica per il CeSEM.