Cresce l’instabilità economica e la precarietà del Tagikistan

Ai margini delle cronache internazionali a causa della mancanza di risorse energetiche rispetto ai più fortunati Uzbekistan, Kazakhstan e Turkmenistan, la Repubblica del Tagikistan registra una situazione di stabilità interna sempre più delicata e preoccupante con un regime, quello del presidente Emomali Rahmon, rafforzato e padrone del paese dopo il referendum di maggio e fautore di una campagna mirata a contrastare le formazioni politiche musulmane ma non a favorire la crescita economica e la riduzione della povertà diffusa.

I recenti cambiamenti costituzionali hanno ovviamente rafforzato la posizione del presidente il quale potrà governare a vita un paese posto sotto la sua guida fin dal 1992 che potrebbe essere “dato in eredità” a suo figlio visto come probabile successore. Il referendum del 22 maggio, che ha visto il supporto del 94.5% della popolazione, ha consolidato maggiormente la posizione politica di Rahmon e permesso al governo di Dushanbe di ampliare la politica di contrasto all’opposizione politica rappresentata in maggioranza da partiti il cui programma si fonda su una base religiosa islamica.

L’etichettare come “organizzazioni terroristiche” i partiti dell’opposizione permette al governo tagiko di guadagnare sempre più potere politico sfruttando la minaccia della radicalizzazione islamica e terroristica. Spesso Dushanbe ha focalizzato l’attenzione sul problema del terrorismo dichiarando come un grave pericolo la presenza di più di un migliaio di combattenti tagiki in Siria. Tra questi emerge la figura di Gulmurod Halimov, ex capo delle forze speciali del Ministero degli Interni il quale ha abbandonato il proprio incarico per appoggiare lo Stato Islamico nel 2015 portando il proprio bagaglio di conoscenza nel campo della guerriglia urbana e dell’anti-terrorismo grazie ai corsi promossi da Russia e Stati Uniti a cui aveva preso parte.

Sfruttando proprio la lotta alla radicalizzazione islamica, nell’agosto del 2015 Rahmon ha potuto eliminare il Partito di Rinascita Islamica del Tagikistan (IRPT) inserendolo nelle liste delle organizzazioni terroristiche ed estremiste ed avviando procedimenti penali nei confronti di diversi esponenti di quello che una volta era il principale partito dell’opposizione nazionale.

Oltre a livello politico, anche a livello religioso il governo di Dushanbe ha avviato uno stretto “giro di vite” controllando maggiormente le moschee del paese ed autorizzando le forze di polizia a costringere gli uomini a tagliare le proprie barbe qualora considerate troppo lunghe o indice di una affiliazione religiosa estremista.

Il reale problema del Tagikistan non è pero la radicalizzazione, ma la precaria situazione economica e l’incremento della povertà visto dagli stessi tagiki, secondo i dati del report pubblicato dalla US Commission on International Religious Freedom, come una minaccia alla stabilità e sicurezza nazionale.

Fin dal crollo dell’Unione Sovietica la repubblica tagika è stata considerata una delle economie più povere della regione dell’Asia Centrale e delle quindici ex repubbliche sovietiche. Sconvolto dalla guerra civile del 1992-1997, che ha visto coinvolte le diverse fazioni politiche interne e permesso a Rahmon di continuare a governare grazie ad un accordo politico, a seguito del conflitto il paese ha presentato una situazione interna di grande instabilità con la maggior parte delle infrastrutture economiche danneggiate ed un netto declino a livello di produzione industriale ed agricola.

L’economia nazionale si è da sempre basata sulle rimesse dei cittadini tagiki emigrati all’estero, di cui il 90% in Russia, sull’estrazione dei minerali e sulla lavorazione dei metalli (che poggiano su fabbriche e strutture obsolete) e sulla coltivazione del cotone. La mancanza di terra per l’agricoltura ha imposto al paese di importare circa il 60% di cibo. A questa situazione drammatica il governo di Dushanbe aveva cercato di rispondere attraverso un processo di privatizzazione e puntando sullo sviluppo dell’energia idroelettrica in modo da rendere il Tagikistan indipendente per quel che concerne l’energia, ma la recente crisi economica russa ed il rallentamento cinese hanno avuto un effetto negativo sull’economia nazionale.

Secondo i dati della Banca Centrale russa, a causa della crisi economica che ha coinvolto il Cremlino, nel 2015 le rimesse dei migranti tagiki residenti in Russia hanno subito un calo pari ad un terzo (nel 2014 hanno rappresentato il 44% del PIL tagiko). In aggiunta, la Cina ha rallentato e diminuito gli investimenti all’interno del paese e lo stesso Fondo Monetario Internazionale, seppur convinto di voler aiutare il Tagikistan nei suoi sforzi di promuovere una macroeconomia stabile e la crescita economica, è ancora in fase di trattativa per un finanziamento di 500 milioni di dollari.

In conclusione è possibile affermare che, a fronte di un rafforzamento politico notevole da parte del presidente Rahmon e della leadership politica, il paese sta vivendo un difficile periodo di crisi economica a cui si deve andare ad aggiungere uno scontento sociale causato sia dalla povertà che dalla forte proibizione religiosa. Il pericolo, quindi, è che l’accordo del 1997 che aveva portato alla fine della guerra civile possa saltare ed il Tagikistan possa di nuovo piombare in un periodo di conflitti interni e grande instabilità, elementi che causerebbero un vuoto di potere e favorirebbero in questo caso l’affermazione di gruppi estremisti religiosi.

AUTORE

Giuliano Bifolchi. Analista geopolitico specializzato nel settore Sicurezza, Conflitti e Relazioni Internazionali. Laureato in Scienze Storiche presso l’Università Tor Vergata di Roma, ha conseguito un Master in Peace Building Management presso l’Università Pontificia San Bonaventura specializzandosi in Open Source Intelligence (OSINT) applicata al fenomeno terroristico della regione mediorientale e caucasica. Ha collaborato e continua a collaborare periodicamente con diverse testate giornalistiche e centri studi.