Come sopravvivere all’economia di transizione tra Kazakistan e Turkmenistan

Astana è un tripudio di grattacieli: gli investimenti nelle infrastrutture e la previsione dell’Expo 2017  mostrano come la capitale kazaka miri a diventare una nuova Dubai dell’Asia centrale e cerchi di scacciare l’ombra del passato sovietico dalla sua economia. Nel Turkmenistan invece il progresso stenta a manifestarsi e si mostra ancora sotto forma di costruzioni imponenti finanziate dalla propaganda del regime e da tanti gasdotti dalla dubbia utilità. Il Turkmenistan è un paese ricchissimo, con abbondanza di gas e minerali, ma la maggior parte della popolazione vive ancora sotto la soglia della povertà e il PIL dipende in gran parte dalle esportazioni di cotone.

Dopo venticinque anni dal crollo dell’Unione Sovietica queste due economie dell’Asia centrale hanno beneficiato delle politiche di ristrutturazione economica, ma con risultati opposti.

L’Aquila kazaka

Durante il periodo sovietico il Kazakistan era un’economia rurale, sfruttata dall’URSS per i test atomici e dove l’estrazione intensiva di uranio aveva lasciato nel paese elevati tassi di radioattività. A seguito della caduta del regime sovietico Nursultan Nazarbayev ha preso il potere e ha cercato di reprimere l’inflazione crescente e di regolamentare il mercato del lavoro con riforme sociali ed economiche.

Nazarbayev sa bene che il proprio paese è ricco in petrolio e altre risorse naturali, ma è anche a conoscenza del fatto che soltanto attraverso il reinvestimento dei proventi l’economia potrà continuare a crescere a seguito della fragile transizione che ha attraversato il paese dopo il 1991. Nel corso degli anni il presidente ha quindi intuito la necessità di diversificare la propria economia in modo tale da non farla dipendere unicamente dal petrolio, e ha ampliato gli investimenti in altri settori favorendo le piccole-medie imprese con agevolazioni e sgravi fiscali.

Nazarbayev ha inoltre implementato i rapporti internazionali con il resto del mondo. Sin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietiva Astana ha aderito ai principali meccanismi di cooperazione regionale sostenuti dalla Russia, primo fra tutti la Comunità degli Stati Indipendenti e l’unione doganale con Russia e Bielorussia. Di natura principalmente economica, e legati allo sfruttamento di risorse, sono anche le relazioni che il governo kazako ha costruito con la Cina e l’Unione Europea.

“Se vuoi conoscere il reale stato di prosperità di una nazione devi dare un’occhiata alle sue strade”

dice un detto kazako. E proprio Nazarbayev nel suo ambizioso piano quadriennale Nurly zholil patto con il futuro- ha dichiarato di voler ammodernare le infrastrutture e le vie di comunicazione del Kazakistan per poter migliorare l’economia di un paese così vasto.

Il piano è stato avviato il primo gennaio 2015 e non prevede solo il rinnovo della rete stradale, ma si inquadra in un progetto più ampio di rinnovo delle infrastrutture, delle scuole e degli ospedali, grazie al quale il presidente mira a rendere Kazakistan la nuova via della seta tra Europa e Cina e far rientrare il paese tra le 50 economie più sviluppate al mondo nei prossimi anni.

Campi di cotone e gasdotti

Al florido futuro kazako si contrappone l’anonima sorte del Turkmenistan. L’economia è basata sull’agricoltura e sulla pesca e il paese regge il proprio export sulle esportazioni di cotone, rientrando tra i primi dieci paesi produttori al mondo.

La maggior parte della popolazione non ha accesso a luce e gas, sebbene queste risorse continuino ad essere fornite gratuitamente dal governo. L’economia è ancora per gran parte sotto il controllo del potere centrale e non vi è stata una piena transizione verso una libera economia di mercato.

Anche il Turkmenistan è una delle ex repubbliche sovietiche che insieme al Kazakistan viene classificata come regime autoritario, con poca libertà di stampa e un potere quasi totalmente focalizzato nelle mani del presidente. E’ infatti ormai nota ai media occidentali la statua ricoperta d’oro che il presidente turkmeno avrebbe fatto costruire a sua immagine ad Ashgabat, o la volontà del presidente kazako Nazarbayev di cambiare il nome della capitale in Nursultan, come il suo nome di battesimo.

Nel 1992 il Turkmenistan ha cominciato a muovere i primi passi verso una ricostruzione del paese e della propria economia. L’allora presidente Nayazov prese in mano le redini senza tuttavia attuare reali riforme: il Turkmenistan ha continuato ad essere legato al rublo e alla liberalizzazione dei prezzi russi fino al 1993, anno in cui è entrato in corso legale il manat, la moneta ufficiale turkmena. Tuttavia l’inflazione ha continuato a salire e si è attestata intorno all’esorbitante valore del 1000% tra il 1995 ed il 1996. La moneta si deprezzò notevolmente, favorendo comunque le esportazioni di cotone.

La privatizzazione nel paese ha seguito un corso molto lento e negli anni 2000 quasi duemila piccole aziende sono risultate privatizzate, ma il settore del gas e del petrolio continuano ad essere diretti dal potere centrale e l’agricoltura continua ad essere pesantemente sussidiata.

Il settore privato rimane comunque estramente debole e il governo continua a imporre restrizioni sulle esportazioni e a finanziare un’economia privata rivolta alla sotituzione delle importazioni. Successivamente al crollo dell’Urss il Turkmenistan si è ritrovata ad avere un’eccedenza di gas naturale, ma i gasdotti presenti nel paese erano diretti solo in Russia: sono stati così costruiti nuovi gasdotti per soddisfare il sogno turkmeno di vendere il proprio gas direttamente sul mercato europeo. Nel 2015 è stato inaugurato un nuovo gasdotto che dovrebbe collegare il Turkmenistan all’Azerbaigian, ma che sostanzialmente si esaurisce sulle coste del Mar Caspio, diventando un gasdotto collegato verso il nulla. Un progetto ben lontano dal rendere il paese indipendente e forte economicamente, se si pensa inoltre che i proventi del commercio del petrolio sono stati poi reinvestiti nella costruzione di strade e aeroporti che tuttavia lavorano ancora al di sotto del loro reale potenziale.

Inoltre, ultimo punto a sfavore è il regime fiscale oppressivo e spesso poco trasparente che non consente un adeguato sviluppo dell’economia privata.

Si intuisce come le inadeguate riforme economiche non saranno per Asggabat alla base di un florido futuro economico e commerciale, ma probabilmente porteranno il paese alla deriva, nell’arena di quegli innumerevoli paesi ricchi di risorse ma poveri di politiche efficienti.


AUTORE

Chiara Campanelli. Laureata in Scienze politiche, relazioni internazionali e studi europei all’università “Aldo Moro” di Bari con una tesi in diritto d’asilo, attualmente frequenta il Master in International Business alla Università di Modena e Reggio Emilia. Ha collaborato con Cronache Internazionali ed il Caffè Geopolitico prendendo in esame la regione MENA.