Libia, Mediterraneo e quale sicurezza?

Da oltre un anno a questa parte, l’Italia si è assunta il ruolo principe nella risoluzione della crisi libica che tiene in scacco gran parte della politica degli stati mediterranei.  Roma ha già preso una posizione netta sul futuro politico della Libia e militarmente il Dicastero della Difesa è pronto ad offrire supporto al neonato Governo di Unità Nazionale qualora gli fosse richiesto. Lo scopo della mediazione politica, che vede il Generale italiano Paolo Serra in prima linea accanto al mediatore Onu Martin Kobler,  è quello di formare un Governo.  Quest’ultimo dovrebbe essere capace di costruire uno Stato libico con cui poter dialogare per la pacificazione della regione e per contrastare l’avanzata dello Stato Islamico.
Allo stato dell’arte, la collaborazione tra il Governo di Tobruk e quello di Tripoli appare come un lontano miraggio e per questo le cancellerie europee ( Italia compresa ) si stanno muovendo per coordinare le operazioni militari terrestri.

La missione multinazionale non dovrà solo garantire la sicurezza dei pozzi petroliferi vitali per l’economia del califfato ma punterà anche e soprattutto alla messa in sicurezza di porti e sbocchi sul mare. Lo Stato Islamico non ha mai fatto mistero di ambire alle coste libiche per espandere il suo regno anche sulle acque del Mediterraneo per poi colpire direttamente gli interessi dei paesi che vi si affacciano.

La Libia è un connubio perfetto tra risorse economiche, posizione strategica e bacino di reclutamento d’eccellenza. Il fervente attivismo dei porti e delle coste rende il paese una via di comunicazione e di commercio con gran parte dell’Europa a cui l’IS non può rinunciare per espandere la sua onda destabilizzatrice .

L’obbiettivo di creare una “autostrada marittima” del Califfato,  capace di garantire l’invio di milizie fantasma nel cuore della civiltà occidentale, mina dal basso la sicurezza di tutta la regione mediterranea.

Su Sirte e Bengasi sventolano le bandiere nere e proprio da questi porti viaggiano clandestinamente gran parte dei carichi illegali che escono dal paese dal greggio fino alle armi destinate alle jiha europea.  Dai porti è inoltre possibile coordinare azione di guerriglia verso imbarcazioni straniere estendendo il campo di battaglia dalla terraferma al mare aperto.

La domanda da porsi allora è la seguente: quali sono i reali rischi per la sicurezza nel Mediterraneo se la Libia non dovesse riuscire a garantire l’incolumità dei suoi sbocchi nella regione?

A preoccupare davvero non dovrebbero essere i barconi carichi di profughi ma soprattutto quelle navi di grandi dimensioni che commerciano con regolarità in medioriente.  Lo Stato Islamico come qualsiasi altra organizzazione terroristica tende a funzionare come una grande industria, mira all’efficienza e al massimo ritorno in termini di profitto. Caricare sui barconi terroristi addestrati pronti al martirio non rientra per nulla in quest’ottica di efficienza, questi mezzi di trasporto sono instabili e il più delle volte si ribaltano in mare uccidendone il carico.
Perdere personale pronto a portare la jihad in Europa non farà di certo aumentare le capacità tattiche dello Stato Islamico, per questo il metodo “terroristi sui barconi” funziona solo sulla carta.

Come abbiamo accennato esistono metodi più fruttuosi per trasportare jihadisti dai centri di reclutamento fino in Occidente.

Uno di questi è l’uso di navi commerciali o petroliere, più stabili e meno controllate.

La Windward, azienda israeliana, ha comparato i dati dei registri pubblici e privati su migliaia di navi che hanno percorso grandi distanze nel Mediterraneo. L’azienda ha evidenziato come nel solo mese di gennaio 2016 almeno 540 navi cargo sono approdate nei principali porti del Vecchio Continente dopo aver attraversato le acque territoriali libiche senza un motivo conosciuto.

Le così definite ‘navi fantasma’ sono il vero pericolo che più mette in allarme le capitali europee e la stessa Bruxelles.
A differenza dei barconi su questi mastodontici mercantili si possono caricare armi, esplosivi e qualsiasi altro artifizio volto a minare la sicurezza nel mondo. Inoltre l’affidabilità di una nave cargo è preferibile rispetto a barche piccole e straripanti di persone, non solo ma anche numericamente i cargo possono trasportare piccole cellule già pronte a colpire.

Questo fenomeno è difficilmente arginabile a causa dell’enorme traffico commerciale che attraversa il Mediterraneo.

In un solo mese sono circa 9000 le navi che approdano in porto di medie dimensioni, di queste bisogna considerare tutte quelle battenti bandiera diversa da quella di nazionalità della compagnia proprietaria. Anche se si volessero controllando a tappeto tutte le navi che escono dai porti libici oppure che approdano in Europa, la mole di lavoro richiesta sarebbe immensa e il danno economico incalcolabile. Una soluzione attuabile sarebbe quella di scegliere una tantum dei cargo ed inviare personale specializzato per ispezionarlo ma anche in questo caso nascerebbero diversi problemi giurisprudenziali e politici.

Il problema delle navi fantasma che possono trasportare piccoli eserciti ben armati dovrebbe mettere in allarme i servizi di Intelligence in particolar modo quelli italiani.

I porti siciliani potrebbero essere direttamente coinvolti nello sbarco di jihadisti da distribuire nel resto dell’Europa. E’ già stato appurato che l’Italia più che un possibile obbiettivo è un grande ponte tra il medioriente e l’Occidente. Lo scarso contenimento del fenomeno migratorio e la poca incisività delle politiche di controllo potrebbero aver aperto una falla nella sicurezza europea difficilmente arginabile.

Il Mediterraneo e gli stati che compongono la regione rischiano di dover fare i conti con micro cellule dormienti che vivono nell’ombra, organizzate in modo tale da non destare sospetti e da non essere rintracciate.  Un maggior controllo politico da parte dei governi libici sarebbe auspicabile o almeno sarebbe bene che venisse richiesto l’aiuto di paesi come l’Italia per controllare zone sensibili come i porti.

L’altra grave minaccia che la Libia rappresenta per la sicurezza nel Mediterraneo è rappresentata dalla sua progressiva somalizzazione.

La Somalia è da diversi decenni vittima indiscriminata delle varie milizie e dei signori della guerra che pensano di poter rovesciare il fragile governo, una situazione molto simile a quella libica.

Dal 2005 la presenza di pirati somali nel Golfo di Aden ha gravemente danneggiato l’economia della regione destando seria preoccupazione  nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’Organizzazione marittima internazionale.

In Libia, il rischio di una nuova ondata di pirateria mutuata dalle tecniche somale non è poi così irragionevole. Una delle principali caratteristiche delle organizzazioni come lo Stato Islamico è quella di puntare a facili guadagni con il minor dispendio di energie e con il minor rischio possibile.

La pirateria per essere efficace deve avere diverse caratteristiche la prima possedere una struttura organizzativa alle spalle capace di dare asilo ai pirati quasi sono in porto. La Libia sicuramente garantisce facili nascondigli e le fazioni che sostengono l’IS sono pronte a dare mutua assistenza in cambio di denaro o protezione da altre fazioni rivali.

In seconda analisi la pirateria necessita di personale capace di compiere atti di guerriglia marittima.

Conquistare una nave di grandi dimensioni necessita di addestramento o almeno di esperienza, si è già appurato lo spostamento di personale specializzato dal teatro siriano ed iracheno verso la Libia ed è possibile immaginare l’arrivo di pirati somali ( affiliati ad Al-Shabaab ). Le possibili minacce potrebbero arrivare direttamente dai porti di Misurata e Tripoli andando a danneggiare anche le coste tunisine già gravemente colpite dal terrorismo.

Nel Mediterraneo, inoltre, non ci sono solo le rotte commerciali ma anche quelle turistiche, obbiettivi più rischiosi ma sicuramente più remunerativi.

L’attacco verso navi da crociera è plausibile ma le gravi ripercussioni internazionali porterebbero ad accelerare le iniziative militari occidentali, per questo gli obbiettivi rimangono le navi cargo con carichi importanti. In Somalia per contrastare la pirateria è stata creata una task force navale internazionale denominata Combined Task Force 150, che si assunse il compito di contrastare militarmente l’azione dei pirati. Nel Mediterraneo già si trovano le pattuglie della marina militare italiana che si limitano al soccorso e all’assistenza alle imbarcazioni dei migranti in difficoltà.

Perché queste navi siano davvero efficaci anche verso le operazioni di guerriglia marittima si dovranno modificare le regole d’ingaggio e sicuramente sarà necessario un maggior coordinamento con gli altri paesi interessati dall’insicurezza libica.  L’Italia è già al limite della sua prontezza operativa in termini di capacità navali, aumentare la sorveglianza nel Mediterraneo richiederebbe sforzi enormi cui non si può far fronte. L’unica via percorribile è quella di creare una Task Force come quella creata per la Somalia in grado di pattugliare capillarmente le coste libiche senza invaderne la sovranità nazionale.

Considerate le gravi ripercussioni economiche e sociali che derivano dalla mancanza di sicurezza nel bacino del Mediterraneo è auspicabile una presenza costante di truppe direttamente al nascere della minaccia cioè nei porti libici.
Questo richiederebbe uno specifico accordo politico con Tripoli e Tobruk che sostengono di poter vigilare autonomamente sulle loro coste senza il supporto di forze armate straniere.
I fatti tuttavia smentiscono questa teoria visto che tutti i principali scali portuali sono sotto il controllo dello Stato Islamico o sotto il controllo indiretto di qualche milizia ad esso collegate.
Lo scenario più plausibile, viste le forti opposizione alle forze internazionali, è che anche sulle navi che attraversano il Mediterraneo saranno inserite aliquote di personale militare privato addestrato a fronteggiare la minaccia.

La Libia rappresenta dunque uno dei principali scenari di crisi per il Governo italiano, una crisi che potrebbe continuare a costare enormi quantità di denaro mettendo a repentaglio anche il settore turistico oltre che quello commerciale.

In ultima analisi ma non per importanza, la presenza delle milizie islamiche nei porti libici influisce notevolmente sull’ondata migratoria in Europa.

Abbiamo già detto che non è conveniente per i gruppi terroristici inviare militanti tramite i barconi, questo non vuol dire che attraverso la tratta di esseri umani non sia possibile una destabilizzazione simile a quella terroristica. I profughi che vengono inviati, talvolta con la coercizione, in Europa partono per la gran parte dai porti libici, Bengasi e Tripoli in prima linea. Senza la presenza costante dei gruppi armati dell’IS nei porti le partenze in massa sarebbero molto più difficoltose e più arginabili.

Una delle teorie che si è sviluppata in quest’ultimo anno riguardo un certo “Progetto Pandemonio“. Questo progetto futurista montato direttamente da Al Baghdadi prevede l’invio di centinaia e centinaia di barconi stracolmi di migranti  verso le coste europee per destabilizzare le società che li ospiteranno.

Il fine ultimo è favorire l’avanzata dei partiti di estrema destra in gran parte dell’Europa grazie al continuo arrivo di profughi e delle conseguenti politiche di accoglienza sempre più permissive ed inclusive. La difficile integrazione di questi musulmani di nuove generazione porterà ad una radicalizzazione dei partiti xenofobi ed islamofobici potenziando il malcontento verso l’Occidente dei musulmani moderati.

L’idea di fondo e lo scopo ultimo del Progetto Pandemonio sarà quello di spingere gli immigrati scontenti verso la jihad e lo Stato Islamico  creando dei veri propri terroristi home made direttamente in Occidente. L’operazione sembra che abbia già preso piede in Francia e in altre parti dell’Europa da sempre considerate moderate.

Dai porti e dalle coste libiche sembra dipendere dunque gran parte della futura sicurezza del Mediterraneo.


AUTORE

Denise Serangelo. Dottoressa in Scienze Strategiche laureata presso la Scuola di Applicazione e studi militari dell’esercito, è stata tirocinante al IV reparto logistico dello Stato Maggiore Esercito a Roma. Si è occupata specificatamente di Counter IED e di politiche d’impiego delle Forze Armate nei teatri operativi. Dall’inizio della crisi libica si occupa di analizzare le forze in campo nel paese e le riposte che possono portare alla sua risoluzione. Per lo scenario siriano si occupa dell’analisi dei sistemi d’arma russi. Collabora con diverse riviste specializzate nel settore sicurezza e difesa trattando le analisi politico-militari.