Intelligence Italia : panoramica di rischio.

Fu il governo Prodi II che varò la legge 3 agosto 2007 n. 124 (“Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto“) un nuovo sistema di sicurezza della Repubblica italiana, in particolare ponendo i servizi sotto un più stretto controllo del presidente del consiglio cui compete la nomina di direttori e vicedirettori di ciascuna agenzia.Affidando a questi il coordinamento delle politiche dell’in azione per la sicurezza, il potere di impartire le direttive e, sentito il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, di emanare ogni disposizione necessaria per l’organizzazione e il funzionamento del suddetto sistema.

I servizi vengono così uniformati alle principali agenzie estere con la divisione non più tra servizi civili e militari ma per competenze, con l’ AISE che si occupa dell’intelligence all’estero, e l’ AISI, il controspionaggio interno. La norma infine dettò disposizioni anche in tema di segreto di stato, restringendo le maglie.

Questa la parte legislativa, quella operativa invece si pone su più assi, forse unico stato al mondo a possedere una cosi fitta rete di copertura. Il nostro paese dispone di servizi d’Intelligence con una grande attività alle spalle.

Abbiamo strutture come il Comitato di Analisi strategica antiterrorismo, AISI e AISE appunto, possediamo la direzione della Polizia di Prevenzione (l’Ufficio Antiterrorismo), il ROS dei carabinieri, la DIGOS. E abbiamo in un certo senso pagato e imparato da esperienze come “gli anni di piombo”. Come non ricordare la strage di Fiumicino del 1985, un duplice attentato terroristico ad opera del gruppo palestinese estremista facente capo ad Abu Nidal?

Come è successo per Bruxelles e come racconta l’ammiraglio Fulvio Martini (all’epoca direttore del SISMI) nella sua autobiografia Nome in codice: Ulisse i servizi riuscirono a individuare l’arco temporale preciso in cui sarebbe avvenuto l’attentato. Ma qualcosa non funzionò. Abbiamo costruito una rete diplomatica più o meno efficiente, ma comunque presente. Come non fare riferimento ad Eni e Mattei. La lotta alla mafia ha prodotto un laboratorio di “lavoro” d’anticipo assai preciso, sfruttabile anche in stagioni particolari come questa.

Molti si pongono questa domanda: il terrorismo di matrice islamica non attacca l’Italia a causa della presenza di mafie? Risposta negativa, dato che le mafie controllano non interi territori dello stato italiano ma piccole e singole porzioni. Dati d’Intelligence recenti hanno fotografato la Sicilia come luogo meno “infiltrato” d’Italia. La regione non fu bersaglio nemmeno del terrorismo di “brigata”, o di sequestri, se non per “punizione mafiosa”.

L’Italia oltre a ciò per adeguare gli strumenti giudiziari e investigativi ha ridefinito il reato di cui all’art. 270 bis, ovvero l’associazione con finalità di terrorismo anche internazionale. Ma non finisce qui : è stato istituito da qualche anno il CASA (Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo), ovvero Polizia e Servizi d’Intelligence in collaborazione stretta col Viminale. Solo gli Usa possiedono una struttura simile.

In pratica in Italia appena si fiuta l’insorgenza d’atti di un certo stampo scattano misure del tutto particolari, precise e rapide atte ad eliminare la minaccia. Esempio di quest’approccio molto tattico fu il fallito attentato alla caserma militare Perrucchetti di Milano del 12 ottobre 2009. Un “lupo solitario”, di origini libiche, Game Mohamed, 35enne e residente regolare, non riusci nell’intento di far saltare in aria la caserma. Quel tentativo però permise di scoprire la sua vicinanza alla jihad. A questo si aggiunge una sinergia con i reparti speciali ( si va dal Col Moschin, agli incursori di Marina ed Aeronautica) dislocati in zone strategiche e pronti ad intervenire in caso di presenza d’ostaggi, scontri a fuoco con armi pesanti ed altro.

In Belgio invece l’apparato di sicurezza è molto meno snello e più elaborato a livello decisionale. A Bruxelles la collaborazione tra polizia vallone non comunica con quella fiamminga e viceversa. Lo scrittore Aspe, intervistato dal Manifesto ha dichiarato : “La segnalazione che parte da Anversa o Liegi deve essere prima centralizzata a Bruxelles, presso l’Intelligence nazionale, e quindi inviata alle autorità competenti della zona in cui vive il sospetto. Se poi, alla fine di questo lungo percorso si scopre che la persona ha cambiato casa, spostandosi anche di un solo chilometro e mutando perciò il proprio comune di residenza, l’intero iter deve riprendere pressoché da capo. Una vera follia”. Una spaccatura che ai belgi è costata carissimo e che dovrà far riflettere sulla cooperazione futura.

A questo s’aggiunge l’ormai atavica non voglia europea di condividere informazioni, di setacciarle comunque od ignorarle del tutto. I servizi francesi ad esempio, molto diffidenti verso americani, inglesi ed italiani. Forse in questa circostanza è quello italiano il modello da seguire, ma farlo significa attivare una collaborazione totale ed una condivisione al millimetro delle informazioni. In gergo il rischio zero è impossibile da garantire ma va creata una cassa di risosanza informativa europea, una rete che riesca a rispondere colpo su colpo, senza dover ad ogni passaggio chiedere permessi e compilare carte.

Un database dei sospetti registrati unico ed un monitoraggio transfrontraliero delle attività potenzialmente a rischio, segnalando e bloccando (con espulsioni immmediate, fermi o lunghe pene se autoctoni). Tutto questa senza minare il vivere democratico e libero dei comuni cittadini. In Italia molti di questi obiettivi in passato furono raggiunti, i posteri ci diranno quanto e come l’Europa recepirà il messaggio.

*Analisi basata su report Aisi 2015 e documenti declassificati


AUTORE

Marco Pugliese. Originario di Bolzano, collabora  con diverse testate come articolista d’analisi geopolitiche, storiche ed economiche. Tra le sue attività di studio e ricerca figurano anche l’organizzazione e partecipazione a conferenze in ambito storico, economico e geopolitico e la consulenza presso enti culturali formatore in ambito storico.