Il cambiamento climatico come “moltiplicatore” di minaccia in Medio Oriente

Quando si pensa alle difficili sfide che la comunità internazionale si troverà ad affrontare nel prossimo futuro, la mente va immediatamente al fondamentalismo islamico, di cui l‘ISIS costituisce al momento la più chiara manifestazione, all’ondata migratoria già in atto nel continente europeo o alle potenziali conseguenze del crollo del prezzo del petrolio sull’economia globale. In realtà, un’altra grave minaccia si affaccia all’orizzonte, una minaccia in grado di avere effetti rilevanti su fattori di instabilità e di insicurezza già presenti in alcune aree del globo: il cambiamento climatico.

Il legame esistente tra climate change, scarsità di risorse ed emergere di nuovi seri rischi per la sicurezza globale è stato già da qualche tempo e da più parti messo in evidenza.

Come emerge dalla Quadrennial Defense Review del 2014 realizzata dal Dipartimento della Difesa statunitense, il cambiamento climatico risulta essere un “moltiplicatore di minaccia“. Ciò sta a significare, molto brevemente, che esso è suscettibile di esacerbare altri rischi per la sicurezza di determinate aree, quelle più vulnerabili, del nostro pianeta. In sostanza, il rischio non deriva dal cambiamento climatico in sé, ma da come quest‘ultimo interagisce con altri fattori, quali quelli ambientali, economici, sociali e politici. A pagina 8 dell’Introduzione si legge quanto segue:

“Climate change may exacerbate water scarcity and lead to sharp increases in food costs. The pressures caused by climate change will influence resource competition while placing additional burdens on economies, societies, and governance institutions around the world. These effects are threat multipliers that will aggravate stressors abroad such as poverty, environmental degradation, political instability, and social tensions – conditions that can enable terrorist activity and other forms of violence“.

Nel 2015 il Pentagono è tornato nuovamente sulla questione dei potenziali gravi pericoli per la pace e per la sicurezza internazionale derivanti dai cambiamenti climatici, sostenendo che il cambiamento climatico globale avrà implicazioni di vasta portata per gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti in un prossimo futuro in quanto aggraverà i problemi esistenti, quali la povertà, le tensioni sociali, il degrado ambientale nonchè la presenza di leadership inefficace e di deboli istituzioni politiche, fattori, questi ultimi, che minacciano la stabilità interna in un certo numero di Paesi.

Infine, in occasione dell‘ultimo World Economic Forum, svoltosi a Davos nel gennaio di quest‘anno, il cambiamento climatico è emerso come top global risk che la comunità internazionale si troverà ad affrontare nel 2016.

Il fenomeno del cambiamento climatico va ad inserirsi all’interno di uno scenario globale che vede le risorse naturali sempre più sotto pressione. Tra queste, vi è senza dubbio l’acqua. Si stima che entro il 2025 quasi due miliardi di persone si troveranno a vivere in aree caratterizzate da assoluta scarsità idrica.

Il fatto che la scarsità d‘acqua costituisca una delle più difficile sfide che la comunità internazionale si troverà ad affrontare nel ventunesimo secolo è stata sostenuta fin dal 2006 dalle Nazioni Unite. Sull‘UN’s Website On The Global Water Outlook si legge, infatti, che:

“Water scarcity is among the main problems to be faced by many societies and the World in the XXIst century. Water use has been growing at more than twice the rate of population increase in the last century, and, although there is no global water scarcity as such, an increasing number of regions are chronically short of water”.

Fattori quali l‘aumento della popolazione globale, la crescita economica, l‘inquinamento industriale e gli effetti del cambiamento climatico rischiano di aggravare in maniera ulteriore la scarsità idrica in alcune regioni del globo. Conseguentemente, tali elementi andranno ad inserirsi all’interno di scenari regionali, come, ad esempio, quello mediorientale, che sono già tra i più instabili ed insicuri del pianeta, con il potenziale di esacerbare ulteriormente le tensioni preesistenti.

La guerra civile attualmente in corso in Siria è un chiaro esempio di come il cambiamento climatico possa fungere da moltiplicatore di minaccia all’interno di scenari di crisi. Una delle cause spesso poco considerate del conflitto è stata, infatti, proprio la carenza idrica. Ovviamente non si sta affermando che la scarsità d‘acqua, in sè considerata, abbia provocato la guerra civile siriana, ma piuttosto che essa sia andata ad inserirsi all’interno di uno scenario di crisi, già profondamente fragile, finendo per interagire con elementi di instabilità preesistenti e fungendo, appunto, da “threat multiplier“.

Tra il 2007 ed il 2011, infatti, la Siria è stata colpita da una grave ondata di siccità, che ha indotto migliaia di persone a fuggire dalle aree agricole verso le zone urbane. Come riportato in un articolo di Tom Bawden pubblicato dal The Independent, “La Siria è stata destabilizzata da 1,5 milioni di migranti, provenienti dalle comunità rurali, in fuga da una siccità di tre anni, resa più intensa e persistente dal cambiamento climatico provocato dall‘uomo, che sta rendendo la regione del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente ancora più arida“. Questo è quanto sostenuto dal professor Seager della Columbia University di New York, secondo il quale “La Siria non è l’unico Paese colpito da questa siccità. Lo sono anche il Libano, la Giordania, Israele, l‘Iraq e l’Iran”.

Il sociologo tedesco Harald Welzer, che ha reso popolare il termine “climate wars“, sostiene che la scarsità di risorse, quali terreni coltivabili, cibo ed acqua, costituisce una delle nuove potenti forze destinate a modellare il 21° secolo. Nel libro “Climate Wars: What People Will Be Killed for in the 21st Century”, Welzer afferma che gli spazi abitabili si restringono, le risorse già scarse lo diventano ancora di più e le ingiustizie crescono ulteriormente, non soltanto tra il Nord ed il Sud del mondo ma anche tra le generazioni. Secondo lo studioso, i Paesi del Sud del mondo subiranno periodi di siccità, inondazioni e l’erosione del suolo. Il nostro futuro non troppo lontano, ha sostenuto Welzer, sarà caratterizzato da violenti conflitti per l’acqua potabile, da enormi movimenti di rifugiati e da guerre civili nei paesi più poveri del mondo.

Più recentemente, anche il Segretario di Stato americano John Kerry ha messo in guardia dal pericolo per la sicurezza globale rappresentato dalla scarsità di risorse essenziali alla sopravvivenza umana, nel momento in cui ha affermato:

“You think migration is a challenge in Europe today because of extremism, wait until you see what happens when there’s an absence of water, an absence of food, or one tribe fighting against another for mere survival”.

In sostanza, sebbene qualcuno continui a sostenere che i fattori climatici ed ambientali non abbiano e non avranno un ruolo nello scatenare conflitti o, quantomeno nell’incrementare la probabilità che questi scoppino, nel terzo millennio il ruolo che il cambiamento climatico e le sue pesanti conseguenze possono giocare all’interno di scenari regionali già molto insicuri e fragili non può e non deve essere assolutamente sottovalutato.

Water scarcity: alcuni dati indicativi

“L’agguerrita concorrenza per l’acqua dolce potrebbe diventare una fonte di conflitto e di guerre in futuro”. In questi termini si esprimeva, già nel 2001, l’allora Segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi A. Annan.L’acqua, risorsa indispensabile per la sopravvivenza di individui e stati, non è equamente distribuita a livello globale. Ad esempio, i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa ospitano il 5% della popolazione mondiale ma possiedono meno dell’1% delle risorse idriche utilizzabili. Molte aree del mondo stanno già sperimentando situazioni di stress idrico estremo. Si stima che 1,2 miliardi di persone, per lo più nelle regioni aride e semi-aride del Medio Oriente e del continente africano, vivono in condizioni di scarsità idrica.

L’acqua, risorsa indispensabile per la sopravvivenza di individui e stati, non è equamente distribuita a livello globale. Ad esempio, i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa ospitano il 5% della popolazione mondiale ma possiedono meno dell’1% delle risorse idriche utilizzabili. Molte aree del mondo stanno già sperimentando situazioni di stress idrico estremo. Si stima che 1,2 miliardi di persone, per lo più nelle regioni aride e semi-aride del Medio Oriente e del continente africano, vivono in condizioni di scarsità idrica.

Si pensi, tra gli altri, allo Yemen, poverissimo Paese del Medio Oriente devastato da un conflitto di lunga data. Secondo la World Bank, lo Yemen è uno dei Paesi maggiormente affetti da water scarcity. Come afferma la Glass:.

“Yemen is a country with one of the highest rates of population growth in the world. It is also the country with the highest rate of exhaustion of water sources in the Middle East. Sana’a is the only capital city in the world that may run out of water within the next decade. The combination of high population growth and exhaustion of water has contributed to a severe water crisis in Yemen that may be one of the most catastrophic in the world”.

Nello Yemen il legame tra scarsità d’acqua ed emergere della conflittualità è molto evidente. “La crisi idrica e l’aumento della militanza non sono pericoli indipendenti l’uno dall’altro”, ha sostenuto Abdulrahman Al Eryani, il ministro per l‘acqua e l’ambiente del Paese mediorientale; “Gran parte della crescente militanza nel Paese è un conflitto per le risorse”.Nel prossimo futuro situazioni di water stress sono destinate inevitabilmente ad aumentare, anche a causa degli effetti del cambiamento climatico e dell’incremento della popolazione globale. La domanda di acqua a livello globale è, infatti, destinata a crescere di oltre il 40 per cento entro il 2050.

Nel prossimo futuro situazioni di water stress sono destinate inevitabilmente ad aumentare, anche a causa degli effetti del cambiamento climatico e dell’incremento della popolazione globale. La domanda di acqua a livello globale è, infatti, destinata a crescere di oltre il 40 per cento entro il 2050.Tra le aree del globo a maggior rischio di water stress vi sono il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Asia meridionale. Le perdite di riserve d’acqua verificatesi nell’area mediorientale negli ultimi anni sono impressionanti. A partire dal 2003, intere aree della Turchia, della Siria, dell‘Iraq e dell‘Iran lungo i fiumi Tigri ed Eufrate hanno perso circa 144 chilometri cubici di acqua dolce.

Tra le aree del globo a maggior rischio di water stress vi sono il Medio Oriente, il Nord Africa e l’Asia meridionale. Le perdite di riserve d’acqua verificatesi nell’area mediorientale negli ultimi anni sono impressionanti. A partire dal 2003, intere aree della Turchia, della Siria, dell‘Iraq e dell‘Iran lungo i fiumi Tigri ed Eufrate hanno perso circa 144 chilometri cubici di acqua dolce.

In Medio Oriente le ondate di siccità sono particolarmente frequenti. Gli effetti della desertificazione sono più che visibili in Siria, Giordania, Iraq ed Iran. Tra le cause dell’avanzare della desertificazione vanno menzionate pratiche agricole non sostenibili e pascolo eccessivo.

Gli Emirati Arabi Uniti stanno assistendo ad una notevole diminuzione delle risorse idriche disponibili. Un rapporto della Emirates Industrial Bank del 2005 ha evidenziato come negli ultimi trent’anni la falda acquifera di questa regione sia scesa di circa un metro all’anno. A questo ritmo, gli Emirati Arabi Uniti sono destinati a vedere esaurite le proprie risorse naturali di acqua dolce nell’arco di cinquant‘anni.
Come si legge nell’articolo di Daniel Pipes “The Middle East Runs out of Water”, gli esperti prevedono che le acque del fiume Eufrate si dimezzeranno in breve tempo. Nel 2011, la diga di Mosul, la più grande dell’Iraq, è stata chiusa interamente a causa del flusso insufficiente. Nel nord dell’Iraq, la carenza d’acqua ha portato all’abbandono dei villaggi e ad una diminuzione del 95 per cento della produzione di orzo e frumento per l‘allevamento. Le palme da dattero sono diminuite da 33.000.000 a 9.000.000 di unità.

Come affermano Alterman e Dziuban in “Clear Gold Water as a Strategic Resource in the Middle East”,

“The real wild card for political and social unrest in the Middle East over the next 20 years is not war, terrorism, or revolution-it is water. Conventional security threats dominate public debate and government thinking, but water is the true gamechanger in Middle Eastern politics”.

Il Medio Oriente come “most water stressed region in the world“: alcuni dati

L’area che viene complessivamente indicata con l’acronimo MENA (Middle East and North Africa) è la regione più scarsa d‘acqua al mondo. Qui vive il 6,3 per cento della popolazione mondiale, ma la regione dispone di un solo 1,4 per cento di acqua dolce. La rapida crescita della popolazione ha notevolmente esacerbato il problema della scarsità idrica in quest’area del globo.

In “Finding The Balance: Population and Water Scarcity in the Middle East and North Africa” si legge che la popolazione dell’area MENA è più che raddoppiata tra il 1970 ed il 2001, passando da 173 a 386 milioni di persone e la quantità media di acqua dolce disponibile pro capite si è ridotta di oltre la metà. Ma la media regionale maschera la gravità della scarsità d’acqua dolce in alcuni Paesi del Medio Oriente: tre quarti dell’acqua dolce disponibile è localizzata in Iran, Iraq, Siria, e Turchia. La quantità media di acqua dolce in Bahrain, Giordania, Kuwait, Libia, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Yemen è già al di sotto dei 250 metri cubi per persona all’anno.
Attualmente, la popolazione dell‘area mediorientale è in crescita ad un tasso del 2 per cento all’anno (quasi 7 milioni di persone all’anno), secondo soltanto all‘area dell’Africa sub-sahariana, e si prevede che raddoppierà nei prossimi 50 anni, portando ad una diminuzione della quantità media pro capite di acqua dolce di circa 1.100 metri cubi all‘anno.

Come risulta da uno studio pubblicato dal Climate Institute, il clima dell’area mediorientale è caratterizzato da temperature relativamente alte. Molti Paesi della regione si trovano a disporre di risorse idriche molto limitate. Di conseguenza, il Medio Oriente è particolarmente vulnerabile agli effetti del cambiamento climatico, con gran parte della regione destinata a sperimentare un significativo incremento della desertificazione nel prossimo secolo. Inoltre, temperature più elevate e l’aumento del livello del mare avranno gravi conseguenze in alcune parti della regione. L’incremento delle temperature in tutta la regione renderà alcune aree del Medio Oriente quasi invivibili. Una combinazione di temperature in aumento ed una maggiore umidità renderà la temperatura esterna, lungo la costa del Golfo Persico, insopportabilmente elevata. Queste temperature estreme interesseranno diverse grandi città della penisola arabica, tra cui Doha, Dubai ed Abu Dhabi.

“La combinazione di alte temperature ed umidità potrebbe, nel giro di un secolo, portare a condizioni estreme in tutto il Golfo Persico, intollerabili per gli esseri umani, se il cambiamento climatico non accenna a diminuire”,

ha affermato Christopher Schär dell‘Institute for Atmospheric and Climate Science (fonte).

Il ruolo del cambiamento climatico nella guerra civile siriana

Gli effetti del cambiamento climatico non vanno considerati alla stregua di un problema futuro, destinato a manifestarsi nel corso dei prossimi anni e, quindi, al momento non presente e non visibile. Al contrario, il cambiamento climatico è già quì e i suoi effetti hanno già iniziato a palesarsi.

Secondo Rudy Baum, il cambiamento climatico antropogenico potrebbe già avere avuto un profondo impatto sul clima e sulla politica in Medio Oriente. A partire dal 1900, il Levante ha subito quattro gravi siccità pluriennali, tre delle quali verificatisi negli ultimi 25 anni. Nel corso della più recente siccità, durata dal 2007 al 2010, il livello delle precipitazioni in Siria è stato quasi del 50% al di sotto della media storica. La produzione di grano ed orzo è diminuita, il prezzo degli alimenti per il bestiame è lievitato ed i prezzi dei prodotti alimentari sono raddoppiati. Molte persone hanno perso i propri mezzi di sussistenza; di conseguenza, circa 1,5 milioni di siriani sono stati costretti ad emigrare verso le area urbane, stabilendosi nelle periferia di città come Damasco, Aleppo e Daraa.

E‘ proprio nelle periferie afflitte da povertà, disoccupazione e criminalità che avrebbe iniziato ad emergere una forte insoddisfazione nei confronti del presidente siriano Bashar al-Assad. Nel 2011 forti proteste contro il governo hanno avuto inizio a Damasco, Aleppo e Daraa, scatenando una feroce guerra civile che ha gravemente destabilizzato l‘intera regione mediorientale e le cui conseguenze si stanno manifestando anche nel continente europeo.

E‘, dunque, ormai chiaro che il cambiamento climatico globale ed i suoi effetti hanno avuto un proprio ruolo nel fungere da “moltiplicatore di minaccia“ in Siria, andando ad interagire con fattori di altra natura già presenti in un contesto particolarmente vulnerabile.

La scarsità di risorse e gli effetti del cambiamento climatico possono, dunque, avere conseguenze significative sulla stabilità politica e sulla sicurezza delle aree maggiormente vulnerabili ed instabili del pianeta. Ciò non significa affermare l’esistenza di un nesso diretto di causa-effetto tra i due elementi menzionati; tuttavia, la scarsità di risorse essenziali per la sopravvivenza, quali acqua e cibo, ed i potenziali effetti negativi del cambiamento climatico possono esacerbare le tensioni esistenti in determinate aree del globo e costituire, di conseguenza, una seria minaccia alla pace ed alla sicurezza di queste stesse regioni e del mondo intero.

I fattori di natura climatica possono giocare un ruolo importante nel favorire l’emergere di tensioni non soltanto all’interno di singoli Paesi, ma anche tra Stati. Se si tiene conto del fatto che oltre il 90% della popolazione mondiale vive in Paesi che condividono bacini fluviali e lacustri e che 148 Stati condividono almeno un bacino fluviale transfrontaliero, risulta semplice comprendere come siano molteplici le aree in cui possono sorgere tensioni per il controllo delle risorse condivise, soprattutto alla luce del fatto che tali risorse diventano sempre più scarse. Un punto di potenziale tensione è rappresentato dai fiumi Tigri ed Eufrate, ma anche dal bacino del fiume Giordano e da quello del Nilo.

Nonostante tutto quanto affermato, sarebbe un errore vedere nell’acqua una inevitabile fonte di conflittualità in futuro. Se è vero che la carenza di una risorsa indispensabile alla sopravvivenza di individui e Stati ha il potenziale di favorire l’emergere di tensioni e di violenza, non va, però, sottovalutata la possibilità che, dinanzi alla presenza di risorse scarse, l’uomo scelga la cooperazione piuttosto che il ricorso al conflitto. Storicamente, i casi in cui tensioni concernenti il controllo di risorse idriche hanno portato a forme di collaborazione tra gruppi e Stati sono molto più numerosi di quelli in cui tali tensioni sono sfociate in conflitti e forme di violenza. Quasi 450 accordi in materia di acque internazionali sono stati firmati tra il 1820 ed il 2007.

Lo Stato islamico e l’uso dell’acqua come arma di guerra

L’acqua è suscettibile di essere utilizzata come vera e propria arma di guerra. La storia ha fornito molteplici esempi in tal senso. Secondo Peter Gleick, autore dello studio “Water and Terrorism“, esempi di uso delle risorse idriche come “political or military target or tool” sono riscontrabili addirittura 2500 anni fa. Il Pacific Institute ha elaborato la cronologia completa di “water conflicts“ (fonte) che hanno avuto luogo nel corso della storia dell’umanità.

Se facciamo riferimento a tempi più recenti, Bashar al-Assad in Siria e Saddam Hussein in Iraq hanno fatto uso delle forniture di acqua allo scopo di mettere sotto pressione regioni o gruppi di popolazione. Nel 1990 Saddam Hussein fece drenare le paludi nella zona meridionale dell‘Iraq per punire le popolazioni locali, colpevoli di una rivolta contro il suo regime.

I conflitti attualmente in corso in Iraq ed in Siria hanno costituito un esempio significativo di uso strategico e tattico dell‘acqua come strumento di guerra; i gruppi di militanti che operano in entrambi i Paesi hanno, infatti, utilizzato le risorse idriche contro le popolazioni residenti nelle aree sotto il proprio controllo.
In zone particolarmente aride e caratterizzate da scarsità d’acqua, quali sono appunto l‘Iraq e la Siria, il controllo di questa risorsa essenziale risulta essere, dunque, particolarmente importante, ancor più del petrolio. Ne è una dimostrazione il tentativo dell’Isis di prendere il controllo di importanti corsi d’acqua, quali il Tigri e l’Eufrate, e di dighe di importanza strategica, essenziali per l’approvvigionamento idrico di milioni di persone, come parte della propria strategia di espansione.

Nel 2014 i militanti dello Stato islamico hanno preso il controllo della Diga di Mosul, la cui importanza strategica è ben chiara. In regioni affette da scarsità idrica l’acqua ricopre un’importanza chiave ed il controllo di quest’ultima può diventare un potente strumento tattico e strategico, utilizzabile da bande armate e da movimenti terroristici che possono farne uso per tenere sotto ricatto governi ed intere popolazioni, in maniera tale da perseguire le proprie finalità politico-militari.

Secondo Abhishek Ramaswamy, ricercatore presso il New York University Center for Global Affairs, l‘Isis rappresenta il primo caso significativo in cui le conseguenze del cambiamento climatico vengono sfruttate come strumento di terrore. Lo Stato islamico, come sostiene lo studioso,

“ha acquisito una parte significativa del proprio potere nella regione attraverso un fenomeno preoccupante: il cosiddetto water terrorism. L‘Isis ha il potere di influenzare la vita di milioni di persone attraverso l‘acquisizione strategica del controllo delle risorse idriche“.

Va, inoltre, considerato che l’acquisizione del controllo delle risorse idriche serve anche ad un altro scopo, ossia quello di assicurare un approvvigionamento d‘acqua e di elettricità che è essenziale al perseguimento del fine ultimo dei jihadisti dello Stato Islamico :stabilire un califfato che sia in grado di fornire servizi pubblici importanti alle popolazioni sotto il proprio controllo. Si tratta di un aspetto di importanza chiave, in quanto la capacità di fornire determinati servizi alle popolazioni locali consente all’Islamic State di legittimare e consolidare il proprio potere e la propria influenza.

Come da me sostenuto nel contributo “Lo Stato Islamico e il controllo delle risorse idriche come arma di guerra”, il fenomeno del water terrorism è emerso come una significativa minaccia alla sicurezza ed alla stabilità delle regioni maggiormente instabili del mondo ed è molto probabilmente destinato ad essere presente in misura maggiore nel prossimo futuro. L’uso dell’acqua come arma di guerra, inoltre, è una chiarissima dimostrazione di come la mitigazione del cambiamento climatico rappresenti una priorità assoluta per la comunità internazionale, in quanto le gravi conseguenze di quest’ultimo costituiscono un “moltiplicatore di minaccia” e possono esacerbare notevolmente le condizioni già precarie di alcune regioni del globo, nelle quali affondano le proprie radici le più diverse forme di conflittualità, i fenomeni terroristici e tutte le altre manifestazioni di violenza che, da tempo, affliggono le aree più instabili ed insicure del mondo.


AUTORE

Viviana D’Onofrio. Ha conseguito la laurea magistrale in Relazioni internazionali con 110 e lode presso l’Università degli Studi “Roma Tre”, discutendo una tesi in diritto internazionale dal titolo “Soluzioni giuridiche al conflitto tra misure unilaterali di tutela all’ambiente e regole del commercio mondiale”. Ha, inoltre, lavorato come intern presso l’IFAD (International Fund for Agricultural Development), agenzia specializzata delle Nazioni Unite.