I curdi che prenderanno Mosul. A tu per tu con il generale Atu Zibari

KAZHER – Il settore 7.1 non è situato nel deserto arido. E’ più a nord, dove l’infinito tappeto di erba ha come soluzione di continuità il fossato che per chilometri rappresenta la linea difensiva dei peshmerga contro l’Isis. Le posizioni dei combattenti curdi sono oggi sui terreni conquistati, e le linee corrono a soli 18 chilometri dal centro di Mosul.

Se i jihadisti sanno che ci sono qui giornalisti italiani, sparano, certamente per guadagnare la cronaca”, spiega a Notizie Geopolitiche un ufficiale dei peshmerga, mentre dalla feritoia dell’avamposto ci mostra dove si trova l’Isis. E’ lì, poco oltre i sacchi di sabbia sul quale siamo appoggiati: una rete, il fossato, un campo minato e poi loro, “quelli dell’Isis”.

Il silenzio rende quel fazzoletto di terra che separa le due linee ancora più agghiacciante, gli scarponi sono appesantiti dal fango e dagli uomini da per giorni non riposano e non vedono le famiglie. Stanno lì, in una calma apparente ma che può tradire.

Anche perché – ci spiega il generale di brigata Atu Zibari – l’Isis si è molto indebolito e al momento non è in grado di riprendere queste zone. Questo è comunque un settore strategico, perché si trova sulla strada che collega Erbil con Mosul, le due principali città dell’area”.

O collegava: il ponte di Hadith, sul Nahr el-Khazir, è stato distrutto dall’Isis per fermare l’avanzata dei curdi, ora vi è una struttura provvisoria che noi abbiamo attraversato, sufficiente per far transitare un atto alla volta.

Il nostro settore – continua Zibari – copre oltre 40 chilometri di linea, comincia dall’altura di Zardak, che abbiamo preso l’anno scorso con il supporto della coalizione internazionale, e arriva fino villaggio di Vardak. Da questa posizione teniamo sotto controllo i loro movimenti, ed in più occasioni hanno tentato di riprendere la zona di Khazer, dove ci troviamo ora, ma li abbiamo respinti”.

Ma vi è un piano per prendere Mosul?

Sì, certo. Ma non è una cosa che i peshmerga possono fare da soli, c’è bisogno del sostegno del governo centrale dell’Iraq e di un buon coordinamento delle forze sul campo. Il problema semmai è determinato dalla miriade di villaggi, dove è difficile distinguere fra chi sostiene l’Isis e chi no. Ad esempio, un villaggio presso il ponte di Hadith, che si chiama Hassan Shami, è formato da una maggioranza islamico-sunnita, e la popolazione ha combattuto contro di noi. Sono rimasti uccisi più di cento abitanti. Per questo temo che Mosul sia difficile da riprendere”.

Servono più armi ed equipaggiamenti?

Servono più armi, equipaggiamenti e soldi, dal momento che i combattenti curdi non hanno ricevuto paga per quattro mesi ed a casa hanno le famiglie da mantenere. Consideri che la difficile situazione economica della Regione autonoma preoccupa i peshmerga, che sono qui al fronte e non a casa loro”.

Che scopo hanno i fossati che avete scavato lungo la linea?

Se non arrivano con specifiche macchine da guerra, come carri armati pesanti, non superano il fossato, fossero anche in più di mille. Di certo non passano i pick-up carichi di esplosivi. Hanno anche costruito macchine per riempire i fossati ed avanzare, ma al momento le abbiamo distrutte”.

Tuttavia c’è chi, come il governo centrale iracheno, vi accusa di aver segnato con questi fossati, che partono da Rabiaa (al confine con la Turchia e la Siria) e arrivano a Jalawla (nella provincia di Diyala, a ridosso dell’Iran), la linea del confine del nuovo Kurdistan, che tra l’altro divide la provincia dell’al-Anbar…

No, le cose non stanno così. Il lungo fossato ha uno scopo meramente difensivo, anche perché noi contiamo di andare anche oltre. Due chilometri da qui, oltre il fossato, vi è il villaggio a maggioranza curda di Moftiyah, che contiamo di liberare”.

Siamo a poco distanza da Ba’ashiqah, dove due mesi fa la Turchia ha mandato più di 150 soldati con armamenti pesanti, ma che poi ha ritirato su richiesta di Baghdad. Tuttavia giungono spesso notizie di sconfinamenti da parte dei militari turchi. Che dice in proposito?

Nulla di strano: la Turchia è un paese membro della Nato e fa parte della coalizione internazionale. La loro presenza presso la base di Ba’ashiqah rientrava nei piani per conquistare Mosul”.

Collaborate anche con le forze popolari sciite Hashd al-Shabi?

Fortunatamente nel nostro settore no, mentre vi sono alcuni reparti dell’esercito iracheno. Entrambi abbiamo avuto perdite nei combattimenti congiunti”.

Vi sono poi le forze della mobilitazione nazionale sunnita Hashd al-Watani, le quali, si dice, sarebbero aiutate dalla Turchia…

Si tratta di abitanti arabi sunniti dell’al-Anbar, anche loro preparati ed addestrati per prendere parte alla conquista di Mosul. Li guida Athil Najifi, ex presidente della provincia di Mosul. Anche noi peshmerga, come i turchi e gli altri partecipanti della coalizione, abbiamo provveduto ad addestrarli”.

Tuttavia in passato partecipavano al progetto panarabista di Saddam Hussein, anche contro i curdi…

Al momento non possiamo formulare dei giudizi: oggi noi pensiamo solo a eliminare la minaccia dell’Isis e collaboriamo con tutti coloro che hanno questo medesimo scopo”.


Intervista pubblicata da Notizie Geopolitiche in merito al viaggio in Kurdistan avvenuto dal 21 al 27 febbraio 2016 come forma di supporto allo Speciale Iraq. Il team in Kurdistan era composto da Giuliano Bifolchi, Enrico Oliari ed Ehsan Soltani. Maggiori informazioni in merito al Kurdistan ed al progetto Speciale Iraq sono reperibili contattando la Segreteria dell’Associazione all’indirizzo di posta elettronica info@asrie.org oppure contattando il numero di telefono +39 328 927 4799.