Geopolitica della Federazione Russa nelle organizzazioni internazionali

L’analisi del rapporto tra Russia e Organizzazioni internazionali (come la Comunità degli Stati Indipendenti, l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) e sovrannazionali (l’Unione Eurasiatica) deve essere fatto non dal punto di vista giuridico / formale o semplicemente politico-internazionale ma scendendo invece nel dettaglio geopolitico e strategico. Se ci è concesso un minimo di polemica, notiamo che quando si parla di Unione Europea la discussione di politici ed analisti verte quasi sempre sui trattati, sulle leggi, parole su carta e parole al vento. L’aspetto geopolitico e geoeconomico sono sistematicamente ignorati e messi da parte: è solo superficialità o è reticenza ad ammettere che i rapporti tra Stati e nazioni sono rapporti di potenza e non irenici idilli liberaldemocratici?

Le organizzazioni cui partecipa la Federazione Russa: una classificazione geopolitica

La Federazione Russa è attualmente membro o osservatore di una serie molto vasta di organizzazioni internazionali multilaterali: dall’ONU al WTO, dall’OSCE all’ASEAN. Non è però in queste organizzazioni che si estrinseca il progetto strategico della Russia di Vladimir Putin. Si tratta di organizzazioni a carattere commerciale e politico-diplomatico nelle quali sono coinvolti paesi non necessariamente confinanti geograficamente o affini politicamente alla Federazione Russa. Vi è un livello di organizzazioni come quella del Trattato di Shanghai (SCO) in cui la Russia sviluppa un dialogo non solo economico e politico ma anche strategico e di sicurezza con paesi vicini geograficamente, amici e affini politicamente nel contrastare disegni egemonici “altri” o addirittura con paesi coinvolti in un’alleanza militare sul piano operativo. Al più alto livello in una sorta di logica dei cerchi concentrici troviamo le organizzazioni nell’ambito delle quali la Russia promuove vere e proprie forme di integrazione economico-politica e non solo di cooperazione ed alleanza: la – se non defunta de facto – assai depotenziata Confederazione degli Stati Indipendenti, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e l’Unione Eurasiatica.

La prima avrebbe dovuto essere il tutore della stabilità e della sicurezza nonché il garante della libertà di circolazione e scambio nei paesi ex Sovietici. Formalmente ancora attiva, è in realtà una scatola vuota, abbandonata dai paesi avversi alla Russia (i tre stati baltici, la Georgia e l’Ucraina) e superata proprio dall’Unione Eurasiatica, vero motore dell’integrazione politico-economica tra Russia, Bielorussia (paesi tra i quali vige ancora una “Unione Statale” finalizzata, con propri organi istituzionali dedicati, a catalizzare l’integrazione tra i due paesi) nonché Kazakhstan, Kirghizistan, Armenia e a tendere il Tazhikistan. L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva è un’alleanza militare, di intelligence e di strutture di sicurezza rivolta ai paesi ex-sovietici.

Federazione Russa ed Unione Eurasiatica: teoria geopolitica

La metafora dei cerchi concentrici è quella che spiega meglio il livello geopolitico della strategia della Federazione. Più l’organizzazione di cui la Russia è membro – e, si badi bene, promotore – ha finalità sovrannazionali e di integrazione politica, più essa tende a coinvolgere Stati confinanti con la Russia, ex membri dell’URSS e accomunati ad essa da un retroterra politico, economico, culturale e militare. Più l’organizzazione include – come membri ed osservatori – altri Stati “grandi” a propria volta al centro di un polo politico e di potenza (India, Cina, Iran) più essa assume invece carattere internazionale, multilaterale e di classica alleanza o cooperazione. Al centro di un cerchio concentrico c’è sempre un paese “polo” geopolitico.

Per essere efficace quantomeno nei suoi presupposti, un’organizzazione che miri ad integrare politicamente delle nazioni con cessioni di sovranità deve essere però concepita in uno spazio geopolitico omogeneo – che ha giocoforza carattere regionale e non globale (per quanto anche come attore globale la Russia ambisca ad agire). Si consideri l’esempio dell’Unione Europea con le sue disfunzionalità. L’UE ha una nazione che giocoforza agisce da polo – e parliamo ovviamente della Germania che per dimensioni, ricchezza, stabilità e posizione geografica è il cuore dell’Europa stessa. Manca però l’omogeneità geopolitica dello spazio europeo: l’Europa è innanzitutto un continente senza confini naturali – e questo sarebbe il meno datosi che il medesimo spazio eurasiatico è tale – ma diventa un fattore negativamente decisivo se consideriamo il fatto che l’Europa sia popolata da poli secondari alla periferia della Germania. Il mondo insulare e britannico e la potenza francese ad ovest, il mondo mediterraneo a sud (il Mediterraneo è un autonomo ambito geopolitico a propria volta il quale interagisce con la Mitteleuropa senza fondersi mai del tutto con questa) e buoni ultimi i paesi dell’Europa centro-orientale (il cosiddetto “Intermarium” dal Baltico al Mar Nero), stretti tra l’area grande-germanica e quella grande-russa. Sub-aree geopolitiche diverse, culture diverse, sistemi economici diversi rendono l’Europa una mera espressione geografica.

Al contrario, lo Spazio Eurasiatico – del quale l’Unione Eurasiatica è massima espressione strategica – ha un chiaro polo politico nella Federazione Russa, una similitudine di economie, una lingua veicolare comune, un passato di precedente integrazione nell’URSS. Questo punto di forza rende l’Unione Eurasiatica potenzialmente assai più efficace di quella Europea datosi che non si pone contro la geopolitica dei paesi membri ma la asseconda come il movimento naturale di un organismo vivente – quale di fatto sono le nazioni.

Prospettive e sfide

Se il punto di forza dell’Unione Eurasiatica è nella geopolitica, le sfide e le criticità si situano invece nell’ambito economico e nei vertici politici delle singole nazioni. I settori manifatturieri in cui sono attivi i paesi maggiormente industrializzati dell’Unione sono sempre legati all’industria pesante: le industrie Russe e Bielorusse – e, prima della rottura tra i due paesi, Ucraine – erano reciproche clienti e gli stessi sistemi economici dei suddetti paesi si integrano naturalmente dati livelli similari di produttività e data la dipendenza dalle materie prime energetiche provenienti dalla Russia. I prodotti energetici kazaki sono invece spesso concorrenti di quelli russi (Nota 1 e 2). Piccoli paesi come Armenia e Kirghizstan, più poveri e meno sviluppati, possono giovare della libertà di esportare le proprie merci sul mercato Russo ma possono essere danneggiati dalla dipendenza da quel singolo mercato e dal mancato sviluppo di una propria industria interna. I vertici politici bielorussi e kazaki, in vari momenti, hanno rallentato ulteriori sviluppi nell’integrazione politica, temendo non cessione di sovranità ad un organismo sovrannazionale ma di fatto alla Federazione Russa medesima.

Tutto questo non può in alcun modo cancellare l’interdipendenza delle economie dei paesi dell’Unione e la necessità della Russia come fornitore di investimenti, di acquisti, di materie prime, di tecnologia e soprattutto di sicurezza. Non è immediato immaginare una completa integrazione dei paesi membri dell’Unione ma resta tuttavia innegabile il potenziale di un blocco politico che avesse il controllo dell’Asia Centrale, delle sue risorse, dei suoi accessi da e per l’Asia Orientale e l’Europa. Non è necessario scomodare i padri della geopolitica Haushofer e Mackinder: basta riferirsi ai timori americani per la (ri)nascita di una grande potenza eurasiatica che controlli il cuore dell’Asia (come paventato da Brzezinski) o che addirittura arrivi ad abbinare il controllo o l’influenza con le regioni rivierasche dell’Eurasia (il “rimland”) come temuto da Spykman. Questa seconda ipotesi potrebbe avvicinarsi a concretezza con una maggiore integrazione politica, economica ed infrastrutturale dei paesi SCO, comunque inframezzati da aree a controllo americano e contrapposti da rivalità energetiche (Russia e Iran) e militari (India e Cina) – rivalità che pure rimangono nell’ambito della normale competizione tra stati e mai giungono alla destabilizzazione reciproca.

La chiave del successo di una strategia

Estendendo i nostri ragionamenti dall’Unione Eurasiatica alle altre organizzazioni di cui la Russia è membro e promotore, possiamo dire che la chiave del successo di quella che possiamo definire “strategia eurasiatica” è, in ultima analisi, nella capacità dell’Unione Eurasiatica, dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione e del Trattato di Sicurezza Collettiva non solo di apportare un evidente vantaggio alle economie degli stati membri ma anche di interagire in modo fertile con il mondo circostante: di esportare pace e stabilità.

Le due cause della debolezza dell’Unione Europea sono l’aver fallito al proprio interno nell’affrontare la crisi economica migliorando le condizioni di vita dei propri cittadini e creando valore e vantaggio per tutti e l’aver fallito nell’impostare una politica unitaria e stabilizzatrice. Oltre a questo, l’UE non è stata per il proprio estero vicino un fattore di stabilità.

L’Unione Eurasiatica e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva sono a guida Russa: se la Russia riuscirà ad accreditarsi come fattore di stabilizzazione del mondo e come “security provider” la sfida verrà vinta. Non sarà facile: potranno rendersi necessarie scelte dolorose e faticose, come proseguire nell’impegno siriano contro il jihadismo internazionale o, constatata la trasformazione dell’Ucraina in Stato fallito, abbandonare un paese pure importantissimo per la Russia al proprio destino (Nota 3) ottenute adeguate garanzie sul piano militare e strategico e adeguate garanzie per il Donbass. Più che nei conflitti congelati nel Caucaso o in Transnistria è nel Medio Oriente la strategia russa di “security providing” sta dando i primi concreti frutti, stranamente quindi al di fuori dell’immediato spazio russo – a riprova della sua efficacia globale oltre che regionale.

La forza di una struttura sta nel farsi infrastruttura, nel farsi modello. Questa è la forza del dollaro in economia, questa – dopo la stagione della “democrazia” esportata con le bombe dall’occidente – potrà essere la chiave del successo russo: accreditare al mondo l’immagine di un paese che non impone modelli astratti di statualità, di governo o di cultura, che non impone leggi, pratiche o comportamenti (nel nome dei più alti ideali in teoria, per il proprio tornaconto in pratica) ma che agisce come stabilizzatore, come avversario del terrorismo e del caos.

Note

  1. Sulle difficoltà economiche sul percorso dell’Unione Eurasiatica http://www.eastjournal.net/archives/69399
  2. Sulle tematiche di sicurezza e sulle rivalità tra paesi nell’estero vicino russo si veda “il Caspio: sicurezza, conflitti e risorse energetiche”, di Marco Valigi, Laterza, 2014
  3. http://rassegnaest.com/2015/12/31/russia-ucraina-interscambio/ che cita http://www.bloombergview.com/articles/2015-12-30/russia-and-ukraine-finally-break-up. Sottolineiamo come la cesura dalla Russia vada a tutto svantaggio dell’economia ucraina e in particolare proprio delle regioni russofone di questa. Chi ha voluto ad ogni costo allontanare l’Ucraina dalla Russia sapeva bene di questa debolezza: divide et impera, dicevano i romani.

*Analisi sviluppata in merito al progetto Focus Russia e pubblicata in partnership con il CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo. Per maggiori informazioni è possibile contattare la Segreteria dell’Associazione all’indirizzo di posta elettronica info@asrie.org


AUTORE

Amedeo Maddaluno. Laureato in Economia con un Master in Human Resources ed Organizzazione, ha collaborato con diversi Think Tank cone analista specializzato in economia internazionale e geopolitica. Dal 2013 collabora per Eurasia ed Affari Internazionali.