L’Afghanistan tra l’insorgenza talebana e la minaccia dello Stato Islamico

A quasi quindici anni di distanza dall’intervento militare statunitense, deciso dall’amministrazione Bush nel quadro della Global War on Terrorism, l’Afghanistan è oggi un Paese tutt’altro che pacificato.

Nell’ottobre del 2001, all’indomani dell’attentato terroristico al World Trade Center di New York ed al Pentagono, gli Stati Uniti decisero di intervenire militarmente in Afghanistan. La motivazione ufficiale alla base dell’invasione militare era il fatto che l’Afghanistan fosse uno stato canaglia e che il regime talebano di Kabul fosse colpevole di ospitare Osama Bin Laden, la mente dell’attacco alle Twin Towers, ed i campi di addestramento di al-Qaeda.

Secondo molti esperti di relazioni internazionali, però, sono ben diversi i motivi che hanno condotto all’intervento militare a guida USA. Questo avrebbe avuto, in sostanza, la finalità di stabilire una presenza militare duratura in un’area geografica di rilevante valore strategico dal punto di vista militare, data la sua vicinanza a Paesi quali Cina, Iran, Pakistan, India ed alle ex repubbliche sovietiche.

Dopo una lunga guerra costata la vita a migliaia di civili ed a 3.500 soldati dei Paesi membri della coalizione internazionale, di cui oltre 2mila sono militari americani, l‘Afghanistan è oggi molto lontano dalla pace e da condizioni di stabilità politica. Al contrario, la situazione della sicurezza nel Paese pare essere notevolmente peggiorata, in particolare nell’ultimo anno.

Già nel dicembre scorso, il Segretario alla Difesa USA Ashton Carter ha messo in guardia dal deterioramento della situazione della sicurezza in Afghanistan, dove alla minaccia rappresentata dai talebani, che sembrano essere tutt’altro che sconfitti, si è aggiunta quella, forse ancor più grave, costituita dalla presenza nel Paese di un numero crescente di combattenti dello Stato Islamico (IS).

La violenza è in forte aumento: i talebani hanno lanciato nell’ultimo anno nuove violente offensive mentre lo Stato Islamico sta ampliando costantemente la propria presenza nel Paese. Conseguentemente, le prospettive di pace sono decisamente diminuite.

Al momento i talebani controllano una percentuale di territorio superiore rispetto a quella controllata nel 2001, prima dell’intervento militare degli USA, favoriti anche dal vuoto lasciato dalla fine della missione di combattimento delle truppe degli Stati Uniti e della NATO. Gli attacchi alle forze di sicurezza afghane sono notevolmente cresciuti e queste ultime hanno riportato perdite elevatissime nel corso dell’ultimo anno. Le unità dell’esercito afgano sono state impegnate per mesi in scontri violentissimi con i talebani nella provincia di Helmand, nella regione meridionale dell’Afghanistan.

Secondo quanto riportato dal New York Times nell’ottobre 2015 ed emerso da un rapporto del The Long War Journal (LWJ), la presenza dei talebani in Afghanistan è significativa. Bill Roggio, editor del LWJ, ha, infatti, confermato che circa un quinto del Paese è controllato o conteso dai talebani. La maggior parte delle conquiste territoriali di questi ultimi ha riguardato l’area meridionale e quella orientale del Paese. Il controllo dei talebani ha subito oscillazioni nel corso degli ultimi quattordici anni. Il governo talebano è crollato subito dopo l’invasione americana ma il gruppo fondamentalista islamico è riuscito a riacquistare il controllo di molteplici distretti del Paese tra il 2005 ed il 2009.
Secondo Roggio, dopo il temporaneo aumento delle truppe americane all’inizio dell‘amministrazione Obama, i talebani si sono trovati in difficoltà ma hanno iniziato la propria riconquista di parti di territorio a partire dal 2013.

A peggiorare le cose, è intervenuto lo Stato Islamico del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, che è riuscito ad ampliare la propria presenza in Afghanistan, trovandosi, peraltro, in lotta proprio con i talebani nella zona orientale del Paese.
L’ISIS ha iniziato a rivolgere la propria attenzione all’Afghanistan tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, considerandolo come un terreno fertile per l’espansione della propria influenza.

Come riportato dal Long War Journal lo scorso anno, elementi che testimoniano la presenza dello Stato Islamico in Afghanistan sono emersi già nel 2014, quando, alla fine di settembre, feroci battaglie infuriavano tra le forze di sicurezza afghane e gli insorti che avevano giurato fedeltà allo Stato islamico nel quartiere Ajristan della provincia di Ghazni, dove, secondo quanto riferito da funzionari afghani, gli insorti hanno sollevato la bandiera nera dello Stato Islamico.
Tuttavia, all’inizio di febbraio 2015, il capo della polizia della provincia di Ghazni ha negato che lo Stato Islamico avesse affermato la propria presenza sul territorio, sostenendo che gli insorti che combattono contro il governo afghano fossero semplicemente membri talebani locali.

Nel mese di gennaio 2015, lo Stato Islamico ha annunciato la propria espansione nella provincia di Khorasan (Daesh alla conquista dell’Asia Centrale: la nascita del Vilayat Khorasan). Nel febbraio 2015, l‘ISIS è riuscito a penetrare nel nord dell’Afghanistan. La presenza dello Stato Islamico lungo i confini occidentali e settentrionali del Paese ha suscitato allarme in Iran e nel Turkmenistan, oltre che in Asia centrale.

L’Afghanistan è divenuto terreno di scontro tra talebani e militanti dell’ISIS

Secondo il comandante delle forze americane e della NATO in Afghanistan, l’ISIS ha sfidato i talebani per il controllo del confine tra Pakistan ed Afghanistan durante l’estate del 2015.
I jihadisti dello Stato islamico sarebbero in “rivalità diretta“ con i talebani in diverse province del Paese, ossia nella città di Herat, nella provincia di Zabul ed in quella di Nangarhar. Questo è quanto sostenuto da Nicholas Haysom, un ex rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite in Afghanistan.

Haysom ha anche aggiunto che le posizioni dei due gruppi estremisti sono “incompatibili“ tra loro: “Un gruppo terroristico ha intenzioni di tipo nazionalista (i talebani), ossia creare un califfato in Afghanistan; l’altra (lo Stato islamico) ha, invece, aspirazioni di carattere globale“.Inoltre, per i militanti dello Stato islamico la cosa più importante è giurare fedeltà al proprio leader, Abu Bakr al-Baghdadi, mentre i combattenti talebani sono attualmente devoti al loro nuovo leader, Akhtar Mohammad Mansoor.

In sostanza, mentre gli occhi della comunità internazionale sono puntati da tempo sulla Siria, i talebani e i jihadisti dello Stato Islamico avanzano nel martoriato Afghanistan. La rivalità che li vede protagonisti sta, inoltre, rendendo la situazione del Paese ancor più precaria ed instabile, impedendo, così, la transizione di quest’ultimo verso condizioni di sicurezza che, in uno scenario quale quello appena descritto, sembrano ormai difficilmente realizzabili.


AUTORE

Viviana D’OnofrioHa conseguito la laurea magistrale in Relazioni internazionali con 110 e lode presso l’Università degli Studi “Roma Tre”, discutendo una tesi in diritto internazionale dal titolo “Soluzioni giuridiche al conflitto tra misure unilaterali di tutela all’ambiente e regole del commercio mondiale”. Ha, inoltre, lavorato come intern presso l’IFAD (International Fund for Agricultural Development), agenzia specializzata delle Nazioni Unite. Attualmente collabora con Notizie Geopolitiche