Dall’Iraq dipende il futuro militare dell’Italia

La così definita seconda guerra del Golfo ha ufficialmente inizio il 20 marzo 2003 con l’invasione dell’Iraq da parte una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti. La missione termina il 15 dicembre 2011 con il passaggio definitivo di tutti i poteri alle autorità irachene. L’obiettivo dichiarato era la deposizione di Saddam Hussein, considerato soggetto ostile dagli Stati Uniti.

La dittatura sanguinaria verso i suoi stessi connazionali, le accuse di avere un piano per dotarsi di armi di distruzione di massa e l’appoggio al terrorismo islamista sono stati motivi più che sufficienti per una campagna militare rapida ed incisiva. Dal punto di vista tattico l’operazione per deporre Saddam Hussein è stata un vittoria schiacciante per l’amministrazione Bush, l’obiettivo infatti fu raggiunto rapidamente il 15 aprile 2003. Il 1° maggio il presidente americano proclamò concluse le operazioni militari su larga scala.

Fu proprio in quel frangente che l’Iraq si trasformò ufficialmente nell’ecatombe dottrinale dell’esercito statunitense. Quello stesso conflitto che in molti ritenevano concluso aveva appena assunto le sembianze di una guerriglia di liberazione dalle truppe straniere ritenute invasori dell’Iraq.

I costi umani della guerra non sono chiari ancora oggi ma quelli politici sono sotto gli occhi di tutti gli analisti. A fronte della deposizione di Saddam e dell’instaurazione di una democrazia, si è avuto un netto aumento delle violenze settarie, una penetrazione di Al Qaeda nel Paese e, in generale, un calo della sicurezza dei cittadini.

L’Italia, pur essendosi inizialmente limitata a fornire supporto logistico, partecipò poi al conflitto fra il 2003 e il 2006 con la missione Antica Babilonia, fornendo forze armate dislocate nel sud del Paese, con base principale a Nassiriya. La missione italiana, nonostante si sia mantenuta il più possibile al di sopra delle parti, ha riscosso un successo mediocre rispetto alla sua speculare afghana, creando non poche polemiche sulla scena politica nazionale.

In un clima di grave crisi istituzionale e con la progressiva perdita di potere effettivo del Governo iracheno, il neonato Stato Islamico dell’Iraq (ISI) vedeva nell’Iraq il preludio di un grande impero.
Il 12 ottobre 2006 venne annunciata la fondazione dello Stato islamico dell’Iraq (ISI) sotto la cui bandiera veniva rappresentanti sei dei più importanti baluardi sunniti del paese.

I cittadini, già sfiancati dalla guerriglia contro gli americani, si arresero con facilità all’ondata di brutale violenza imposta dall’ISI. Dopo una lunga serie di tentativi da parte degli Stati Uniti di arginare l’avanzata del gruppo attraverso la dottrina dell’eliminazione mirata, i risultati furono insoddisfacenti. L’ISI aveva appreso la lezione dalla sua rivale Al Qaeda dopo i bombardamenti dei droni a Falluja che aveva decimato il comando dell’organizzazione terroristica, minandone l’efficacia. L’ISI ha una lunga lista di sostituti immediatamente reperibili in caso il leader venga ucciso, metodo che per ora si è rilevato vincente.
Dal luglio dello stesso anno le violenze nel paese tornarono a crescere vertiginosamente, facendo ripiombare la popolazione nella più totale insicurezza.

Il 29 Giugno 2014 Al Baghdadi proclamò con un grande discorso pubblico la restaurazione del califfato islamico.

L’Italia nell’Ottobre 2014 è tornata in Iraq con l’operazione Prima Parthica al fianco di tutti quei paesi che hanno espresso l’intendimento di aderire alla Coalizione contro l’IS.
Questa coalizione ha ragione di esistere stando ai sensi dell’Art. 51 della Carta dell’ONU, nonché delle Risoluzioni n. 2170 (2014) del 15 agosto 2014 e n. 2178 (2014) del 27 settembre 2014, sulla base della richiesta di soccorso presentata il 20 settembre 2014 dal rappresentante permanente dell’Iraq presso l’ONU al Presidente del Consiglio di Sicurezza.
La Coalition of Willing (COW) è finalizzata a fornire alle Forze Armate Irachene (ISF) il necessario supporto operativo per riportare il territorio nazionale sotto il controllo del Governo di Baghdad.

In particolare, nell’ambito della Missione internazionale “Inherent Resolve” l’Italia con l’operazione “Prima Parthica” fornisce personale di Staff ai Comandi multinazionali siti in Kuwait, e Iraq (Baghdad ed Erbil) nonché assetti e capacità di Training ed Assisting rivolti alle Forze Armate e di polizia irachene.
II dispositivo nazionale opera nelle tre sedi ed in particolare in Erbil, ove sono in corso cicli di training a favore dei Peshmerga ed a Baghdad presso cui sono in corso attività di Advising per le unità delle Forze Speciali.

Considerato il sempre più lontano accordo tra i due governi libici e la richiesta da parte degli Stati Uniti di un contributo tattico maggiore delle forze armate italiane nella lotta contro il terrorismo, l’Italia si reinventa e si rischiera a Mosul.
E’ dallo scorso novembre che si tenta di capire quale missione si stia programmando a livello strategico per il grande ritorno in Iraq.

Quest’ultimo è un paese ancora caratterizzato da una grande conflittualità, con processi di riforma politica e militare molto complessi e che stentando a dare i risultati sperati. Le Forze Armate, nonostante siano state addestrate con programmi intensivi dai colleghi occidentali, raggiungono scarsamente l’efficienza richiesta per la sorveglianza degli obbiettivi sensibili.
Lo scorso anno, sono stati numerosi i casi di diserzione immotivata nell’esercito iracheno, per non parlare dell’abbandono completo di intere città lasciate in mano ai militanti dello Stato Islamico.

Mosul è dal 2014 sotto l’assedio delle bandiere nere dell’IS, che hanno provveduto nelle settimane successive ad epurare la città da tutti i cristiani. Questa è la roccaforte di Daesh su territorio iracheno e una volta riconquistata potrebbe essere il punto di svolta nella lotta contro il califfato.
I soldati italiani dovrebbero presidiare l’omonima diga che dista 35 km da Mosul, un compito rischioso e soprattutto mal inquadrato nella politica estera nazionale.

L’invio di oltre 450 soldati presso la diga (ufficialmente per garantire sicurezza alla ditta Trevi) coglie alla sprovvista quasi tutti gli analisti che si aspettavano piuttosto l’imminente annuncio dell’arrivo dell’esercito a Tripoli o Sirte. La missione si presenta come estemporanea, fuori dagli schemi soliti con cui opera il dicastero della Difesa italiana.
Per la prima volta dopo decenni, Roma, potrebbe dover fronteggiare davvero uno scontro ad alta conflittualità in zona d’operazione.

Bisogna specificare che le missioni paventate sono due e richiedono due assetti diversi ma ugualmente importanti. Una prima aliquota di 130 militari sarà destina entro le prossime settimane alla base italiana di Erbil con compiti di ‘personal recovery’ – recupero feriti.
Il ministro Pinotti ha parlato di inviare il fiore all’occhietto dell’aviazione dell’esercito, gli elicotteri d’attacco A129 Mangusta. Una macchina sicuramente adatta allo scopo, ben armata che garantisce un’impressionante potenza di fuoco alle truppe a terra e grande velocità di spostamento.

La missione di personal recovery  costituisce una missione di guerra a tutti gli effetti, poiché significa andare a recuperare feriti in aree di combattimento con assetti aerei in grado di garantire la sicurezza della missione. Se la missione dovesse farsi davvero ostile nei confronti del nostro personale si auspica l’invio del 17° Stormo dell’aeronautica militare inquadrato nei reparti speciali delle nostre Forze Armate. Il coinvolgimento dei reparti speciali dell’Aereonautica garantirà al personale assetti più specialistici e specifici in caso di minacce grave alla sicurezza del personale.

Tutto questo schieramento ha ovviamente un costo più elevato rispetto ad una normale e più soft missione di addestramento e per tanto si dovranno valutare da parte del Governo le adeguate misure per garantire il necessario agli assetti impiegati.

Una seconda missione è invece prevista specificatamente alla Diga di Mosul  per difendere il personale della ditta Trevi, vincitrice dell’appalto per la ristrutturazione dell’infrastruttura.
Il numero di soldati da inviare (oltre i 130 di prima) è di 450 unità ma il vero problema in questo caso è capire chi sarà inviato e con quali assetti.

Le prime indiscrezioni parlavano dell’invio della Brigata Paracadutisti Folgore, già pronta a partire per il suo ruolo di JRRF (Joint Rapid Reaction Force). Quest’ultima però è in attesa di una eventuale svolta nella crisi libica, per questo ritenuta, almeno fino al 31 dicembre 2016, non fruibile per nuove missioni.

I reparti paracadutisti, per quanto ben addestrati, non sono in grado di far fronte all’ingente potenza di fuoco generata dallo Stato Islamico, le mitragliatrici e i VTLM risulterebbero inutili. La Folgore è a tutti gli effetti da considerarsi fanteria leggera, le cui caratteristiche sono velocità in operazione e grande libertà di movimento, impiegandola a Mosul si rischia un Vietnam italiano.

La protezione di una diga grande e strategicamente importante come quella irachena comporta oneri maggiori da parte dell’esercito italiano.

Per quanto riguarda le forze terrestri l’Italia sta considerando l’invio della brigata “pesante” Garibaldi con carri armati Ariete e cannoni semoventi cingolati Panzer. La Brigata dispone anche dei modernissimi obici semoventi da 155 mm PzH-2000 che potrebbero essere utili per battere obbiettivi a grandi distanze. Lo Stato Islamico è solito utilizzare mezzi ultra blindati capaci di sfondare pesanti recinzioni e muri di protezione, cercare di rispondere al fuoco o di fermare questi blindati artigianali con mezzi leggeri sarebbe militarmente sconveniente.
L’Italia dovrebbe prevedere in Iraq una missione di natura ‘combat’ fortemente caratterizzata da scontri a fuoco e risposte a minacce sempre più articolate.

Negli ultimi mesi gli attacchi dell’Isis alla diga, attualmente protetta dai Peshmerga curdi, si sono verificati senza sosta e l’arrivo di truppe occidentali potrebbe costituire un obiettivo molto allettante per le bandiere nere. Inotre bisogna considerare che dopo la presa di Ramadi da parte dell’esercito regolare iracheno, il naturale proseguo delle operazioni punta dritto verso Mosul. L’IS non si farà sottrarre questa città senza mettere in campo tutte le risorse in suo possesso.

L’Italia da questo punto di vista si troverà coinvolta, volente o nolente, nelle offensive e il dilemma sarà sapere se potrà o meno rispondere adeguatamente al fuoco nemico.

Una volta fornite queste unità, l’Italia avrà ufficialmente 1300 uomini (circa) su suolo iracheno, impiegati in una missione dai costi stellari e dai contorni poco nitidi. Secondo molti, il maggior impegno nei confronti di Baghdad, metterebbe Roma al sicuro da un’improbabile impiego in Libia.
Negli ultimi mesi sembrava ormai scontato l’invio dei baschi amaranto italiani a Tripoli per non si sa bene quale missione al fianco del Governo di Unità Nazionale.

Tutte le parti politiche chiamate in causa in Libia hanno declinato non troppo velatamente l’invio di truppe straniere nel paese, così l’Italia  (salvo degenerazioni gravi) sarà costretta ad attendere gli sviluppi politici ancora lontani.

L’Iraq abbassa notevolmente la possibilità economica della Difesa di aprire altri scenari operativi ad alta conflittualità come potrebbe essere un semplice Training in Libia.

La missione Prima Parthica – 750 uomini e pochi mezzi – è costata circa200 milioni di euro l’anno, ma con lo schieramento dei nuovi assetti e di un numero quasi doppio rispetto a quello attuale il costo potrebbe lievitare fino a sfiorare i 700 milioni di euro. Aggiungendo il costo di tutti gli altri teatro operativi aperti che vedono i nostri soldati impiegati concretamente nella ricostruzione degli assetti sociali o politico – militari del paese in oggetto, la cifra che tocchiamo complessivamente è di quasi due miliardi di euro. Molti soldi per un dicastero con i conti perennemente in rosso.

Escludendo il lato economico, l’apertura di altri teatri operativi rischia di mettere a dura prova la tenuta dello stesso Esercito.

Il personale in servizio, dagli Ufficiali ai volontari in forma prefissata di un anno, hanno già un nutrito ventaglio di compiti a cui sopperire. La mancanza di altro personale impiegato all’estero o fermo in JRRF non lascia molto spazio per l’addestramento e le operazioni sul suolo nazionale.
Le operazioni strade sicure impiega parecchi uomini con turni spesso massacranti il luoghi lontano dalle famiglie e in condizioni abitative precarie. I risultati sono stati soddisfacenti ma per quanto si potrà mantenere questo ritmo ancora non è dato sapere.

La politica estera italiana richiede troppo spesso allo strumento militare risultati che esulano dalla sua sfera di influenza. In Iraq si metteranno a dura prova tutte le dottrine che l’Esercito pensa di aver appreso in questi anni, per essere in prima linea la Storia ci insegna che non bastano solo fogli di carta.

*Questa analisi rientra all’interno del progetto Speciale Iraq avviato da ASRIE Associazione. Si ricorda che dal 21 al 27 febbraio 2016 membri dell’Associazione effettueranno un viaggio nel Kurdistan iracheno per poter migliorare la conoscenza della regione e riportare l’attuale situazione politica, sociale, economica e di sicurezza. Per maggiori informazioni in merito è possibile contattare la Segreteria dell’Associazione all’indirizzo email info@asrie.org


AUTORE

Denise SerangeloDottoressa in Scienze Strategiche laureata presso la Scuola di Applicazione e studi militari dell’esercito, è stata tirocinante al IV reparto logistico dello Stato Maggiore Esercito a Roma. Si è occupata specificatamente di Counter IED e di politiche d’impiego delle Forze Armate nei teatri operativi. Dall’inizio della crisi libica si occupa di analizzare le forze in campo nel paese e le riposte che possono portare alla sua risoluzione. Per lo scenario siriano si occupa dell’analisi dei sistemi d’arma russi. Collabora con diverse riviste specializzate nel settore sicurezza e difesa trattando le analisi politico-militari.