Country Risk Iran

L’ Iran – ufficialmente Repubblica Islamica dell’Iran – nasce in seguito alla rivoluzione del 1979 capeggiata dall’ayatollah Khomeini contro il regime dello scià persiano Rezla Pahlavi. Localizzato geograficamente in Asia occidentale, l’Iran confina a est con l’Afghanistan e il Pakistan, a nord con l’Armenia, l’Azerbaigian e il Turkmenistan, a ovest con l’Iraq e la Turchia. Si affaccia a nord al Mar Caspio, a sud al Golfo Persico e al Golfo di Oman.

Presenta la seconda popolazione più vasta della regione dopo l’Egitto – circa 78.5 milioni nel 2014 – il cui 90% è di confessione musulmana a forte maggioranza sciita, ciò che rende l’Iran una peculiarità in tale contesto geografico. E’ membro dell’ONU dal 1945 e rappresenta la seconda economia più forte della regione mediorientale e nordafricana (MENA) dopo l’Arabia Saudita.

Situazione interna

L’Iran presenta un assetto governativo intriso di elementi repubblicani e teocratici. Di conseguenza, la legislazione è in gran parte dettata dal diritto islamico (sharia) e si basa sul principio della tutela del giureconsulto (Velayat-e-Faqih) attraverso cui affianca ad organi elettivi – Parlamento e Presidente della Repubblica – figure religiose quali il Consiglio dei Guardiani e la Guida Suprema. Quest’ultimo è anche un ayatollah, il più alto titolo nella gerarchia del clero sciita, eletto a vita dall’Assemblea degli Esperti. Dal 1989 è Ali Khamenei che occupa tale funzione.

Le ultime elezioni politiche del 2013 hanno visto trionfare, non con poche sorprese, il clerico moderato Hassan Rouhani, ponendo fine all’era degli estremismi (interni ed esterni) del suo predecessore Mahmoud Ahmadinejad.

Le dichiarazioni “infiammatorie” dell’ex Presidente iraniano contro gli Stati Uniti e, soprattutto, contro lo Stato di Israele – corroborate da ambiguità in merito agli scopi del nucleare iraniano – deturparono l’immagine del Paese, colpito da pesanti sanzioni e da un dissenso interno sempre crescente che raggiunse il suo apice in seguito alle elezioni del 2009 – considerate palesemente fraudolente – con cui Ahmadinejad  ottenne un secondo mandato. Quest’ultimo venne accusato dall’opposizione veicolata dal  presidente del Parlamento iraniano Ali Larijani di aver comprato i voti di circa 9 milioni di elettori attraverso tangenti da 80 dollari, dopo aver subito investigazioni parlamentari  in merito ad un surplus di $1.058 miliardi di petrodollari dell’anno 2006-07 non rientrati nelle casse statali. Il tutto ha dato vita ad una intensificata “lotta per il potere” tra i due presidenti.

Le successive elezioni parlamentari del 2012 videro la sconfitta del partito conservatore di Ahmadinejad, riflettendo l’andamento discendente dei rapporti politici tra quest’ultimo e Khamenei. Con l’ex presidente iraniano Akbar Haschemi Rafsanjani e l’alleato di fiducia di Ahmadinejad, Esfandiar, Rahim Mashaie, fuori dai giochi, le elezioni presidenziali del 2013 furono dominate dai radicali leali all’ayatollah Khamenei, facendo si che Rohani trionfasse con il 50.68% dei voti ed il sindaco di Tehran Ghalibaf ottennesse il secondo posto con il 16.46%.

In ambito interno, la Repubblica islamica si trova aggrovigliata in problematiche persistenti, in quanto funge da fonte, da transito e da destinazione del traffico sessuale in Pakistan, nel Golfo Persico e in Europa, nonché del lavoro forzato di donne (prostituzione) e bambini.

Nonostante  considerevoli misure di controllo lungo la frontiera con l’Afghanistan, l’Iran rimane uno dei canali di contrabbando d’eroina dal sud-est asiatico all’Europa e presenta il tasso di dipendenza da oppio più alto al mondo secondo lo United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC).

Tale situazione sembra essere fortemente favorita dal disinteresse politico su tali questioni, insieme alla presenza di legislazioni lacunose ed inconsistenti – o assenti, come nel caso di una legge antiriciclaggio – frutto di una sensibilità ancora perentoria in materia.

L’ambito dei diritti umani è lacerato da gravi violazioni, quali torture, lapidazioni, esecuzioni arbitrarie, restrizioni ampie della libertà di espressione e di stampa, forti discriminazioni contro le donne e contro le determinate minoranze etniche e religiose. Difatti, permane all’interno del Paese la sostanziale discriminazione nei confronti della minoranza bahá’í  (tacciata di eretica dal regime) corroborata dalle velleità indipendentiste dei beluci – operanti attraverso la relativa fazione militare Jundullah – perpetranti periodicamente attentati ai danni delle forze di sicurezza iraniane.

Nonostante le promesse di miglioramento sul fronte interno e di apertura verso le Ong, da parte del Presidente Rouhani, l’Iran rimane il secondo Paese al mondo per numero di esecuzioni capitali (dopo la Cina). Una situazione destinata a cambiare in vista delle elezioni presidenziali del 2017, dove il Paese dovrà dimostrare sostanziali cambiamenti di rotta, considerata la pressione dell’ONU dal 2013, la nuova congiuntura internazionale apertasi con l’accordo raggiunto in merito al nucleare iraniano e le nuove aspettative della popolazione.

Principali aspetti economici

L’economia iraniana basa all’incirca la metà del suo PIL sul settore dei servizi (50.3%), facendo altresì significativo affidamento sul 40.7%  derivante dal settore industriale e in minor parte su quello agricolo (9.1%).

Con una produzione di 3.117 milioni di barili al giorno, l’Iran detiene la quarta più grande riserva di petrolio – pari al 15.8% delle riserve mondiali (157.5 milioni di barili) – e la seconda più larga di gas, pari al 17% delle riserve mondiali ed a più di un terzo delle riserve OPEC (circa 34 bilioni di metri cubi). Oltre al petrolio, sono presenti ulteriori risorse naturali, quali: cromo, rame, manganese, minerale di ferro, piombo, zolfo e zinco.

L’Unione europea rappresentava il primo partner commercial dell’Iran – ex ante le sanzioni –  adesso slittata al quarto posto, dopo Cina, Emirati Arabi Uniti e Turchia. I principali prodotti importati sono rifornimenti industriali, beni strumentali, servizi tecnici, generi alimentari ed altri beni di consumo, in gran parte provenienti da Emirati Arabi Uniti, Cina, India, Corea del Sud e Turchia. Queste ultime quattro rappresentano anche i principali clienti export iraniani, insieme al Giappone. I prodotti esportati maggiormente, oltre al petrolio (80% dell’export), sono prodotti chimici e petrolchimici, frutta e noci, tappeti, cemento e minerale metallico.

Il governo detiene il monopolio di circa l’80% delle imprese sul territorio, la cui attività economica segue pedestremente il fattore petrolifero, il che rende volatile l’intero assetto economico iraniano. Difatti, le restrizioni fiscali e monetarie, corroborate dall’aumento delle sanzioni internazionali del 2012 ai danni della Banca Centrale dell’Iran e sulle esportazioni di petrolio, hanno ridotto significativamente le entrate e la capacità produttiva/estrattiva del Paese, costringendo il governo ad effettuare tagli alla spesa pubblica ed a porre in essere una contemporanea svalutazione della moneta (riyal). Di conseguenza, l’inflazione continua a colpire i consumatori e permangono sottoccupazione e disoccupazione rispettivamente al 9,5% e all’11,4%, secondo stime della World Bank relative all’anno 2014, il che ha favorito una non trascurabile fuga di cervelli.

A cambiare le previsioni economiche iraniane è stato Il 14 luglio 2015, dopo quasi 20 mesi di negoziati, quando uno storico accordo tra la Repubblica Islamica d’Iran e i Paesi del cosiddetto gruppo “5+1” – i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania – ha regolato il tema del nucleare iraniano. In cambio dell’eliminazione progressiva delle sanzioni internazionali – raggiunta ad inizio 2016 – e dello scongelamento di diverse risorse economiche dal valore di circa 100 miliardi di dollari, l’Iran si è impegnata a ridurre di due terzi il numero delle sue centrifughe, ad abbassare le sue riserve d’uranio del 98% per 15 anni, ad accettare il continuum dell’embargo ONU sulle armi per altri 5 anni insieme a quello dei missili balistici per altri 8. L’accordo prevede una garanzia: in caso di violazione di uno dei suoi punti, riscatterebbero le sanzioni dopo 65 giorni dal presunto illecito. Tale possibilità rimane alquanto remota, considerato che l’Iran esce incontestabilmente rinforzato da tale patto e ritrova una nuova ed accresciuta legittimità a livello regionale e internazionale.

Relazioni Internazionali

La Repubblica islamica detiene un forte potenziale per affermarsi come leader nell’esportazione del gas naturale in Europa e nel sud Asia.

Per timore che si avveri tale premonizione, il 6 agosto 2015, il ventiduesimo TAPI Steering Committee composto da Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India, ha approvato la Turkmengaz del Turkmenistan come consorzio leader dedito alla costruzione, al finanziamento ed alla successiva operatività di una conduttura di gas naturale da 1600 chilometri. Di fatto, l’Iran è posizionato molto meglio verso il sud Asia, dove può esportare il gas eccedente verso Pakistan e India, facendo sì che la Turkmengaz sia meno competitiva in quei mercati.

Vi è, inoltre, la forte ostilità russa al TAPI in quanto minante la sua influenza in Asia occidentale ed il suo predominio nel settore energetico nella regione, causa di un ulteriore avvicinamento dei governi russo e iraniano, “cooperanti” già da tempo in terreni comuni. Ne è prova il sostegno cruciale di entrambe le potenze, dopo lo scoppio della crisi siriana, al dittatore Bashar al-Assad tramite ingenti finanziamenti, invio di consiglieri militari e dispiego di forze armate da appoggio ai soldati siriani. Ciò in ragione del fatto che un eventuale potere sunnita a Damasco metterebbe in pericolo l’asse della resistenza sciita in Medio oriente, nonché l’accesso alla matrice Hezbollah libanese, costituendo una minaccia esistenziale per Tehran. Ciò spiega la decisione del governo iraniano di appoggiare sia il governo iracheno sciita e sia i peshmergas impegnati nella lotta contro lo Stato Islamico.

Ed è in un conglomerato di forti contraddizioni, scismi religiosi e fratture etniche in Libano, in Siria, in Iraq e nella striscia di Gaza, dove l’Iran sembra discretamente ma incommensurabilmente avanzare le sue pretese egemoniche contrastate, prevalentemente, da una “opposizione per procura” posta in essere dalla sua nemesi, l’Arabia Saudita.

Recentemente, nuovo terreno di  scontro è divenuto lo Yemen, in cui l’Iran è accusato di essere militarmente presente dietro i ribelli Houtis – destituenti il Presidente yemenita sunnita Abd Rabo Mansour Hadi – opponendosi alla coalizione di Paesi arabi (sunniti) guidata dall’Arabia Saudita ed intenta a ripristinare lo status quo ante.

Tradizionale nemico ideologico iraniano è anche lo Stato d’Israele, a causa della pungente questione palestinese¬ ed a causa del sostenimento ai movimenti di opposizione allo Stato ebraico, quali Hamas ed Hezbollah. Ostilità accresciuta in seguito all’accordo sul nucleare iraniano ed agli effetti pericolosi dedotti da Netanyahu per il suo Paese, nonostante le rassicurazione degli Stati Uniti in materia.

Questi ultimi sono riusciti a sopraggiungere ad importanti distensioni con l’Iran, grazie ad una nuova politica internazionale inaugurata dall’amministrazione Obama – coadiuvata dall’apertura con Cuba (ed attualmente con la Bolivia) – e grazie alla presidenza Rouhani, intrisa di un forte cambiamento tattico-strategico. Le prime distensioni sul nucleare iraniano nel 2014 hanno portato a nuovi rapporti de facto tra le due potenze, anche se con forti diffidenze in merito alle rispettive politiche (ed interessi) nella regione mediorientale, ed attualmente soprattutto in Siria e in Yemen.

L’UE, che seguì pedissequamente gli USA per quanto concerneva il regime sanzionatorio sul nucleare iraniano, si trova adesso a dover ipso facto cooperare con l’Iran, in quanto pseudo-partner cruciale nel Mediterraneo. Inoltre, l’Iran si prepara ad entrare nel World Trade Organization per impostare un mercato preferenziale con l’Unione europea, considerando che i rapporti commerciali tra i due Paesi sono soggetti al regime generale d’importazione dell’UE, ergo, soggetto a restrizioni.

Conclusioni

De juris, la nuova propensione iraniana verso lo scacchiere energetico internazionale – recentemente si sta muovendo per allacciare una fornitura di gas con l’Oman – potrebbe incrinare i  rapporti con la Russia e fornire Israele, così come gli Stati Uniti, di un’ulteriore garanzia a livello internazionale.

De facto, tale proiezione è poco plausibile considerando che l’Iran necessita degli USA  – quali alleati di fatto – nella lotta contro lo Stato Islamico in territori pericolosamente adiacenti ai suoi. Di giocoforza, aprire diversi “fronti di opposizione internazionale” dovrebbe essere l’ultima ambizione della Repubblica Islamica, cosciente del fatto che la popolazione giovane al suo interno si ritrova ad essere non più vicina ai principi rivoluzionari del 1989, ma fervente per un cambiamento, alla luce degli effetti di un collasso economico che dura da ormai troppo tempo.

Tuttavia, l’Iran sembra aver avviato la strada della cooperazione  in Europa– in particolare riferendosi alla Germania – nel sud Caucaso ed in Asia centrale, di concerto agli ingenti investimenti cinesi nel Paese ed in vista della sollevazione delle sanzioni. Tuttavia, l’Iran continua ad essere  refrattario alla politica statunitense, soprattutto in merito alla Siria ed alla questione del dopo–Assad, perpetuando, invece, infiltrazioni ideologiche in zone fortemente porose, come l’area transfrontaliera al confine tra Argentina, Brasile e Paraguay–  in un’ottica di autofinanziamento grazie alle innumerevoli attività illecite presenti nell’area –  già da tempo raccoglitore di frange estremiste sciite che attecchiscono in un tessuto sociale, spesso, privo dei dovuti controlli.

2009 2010 2011 2012 2013 2014
CRESCITA PIL REALE (%) [1,3,4] 2.3 6.5 3.8 -6,6 -1,9 3.0
TASSO DI DISOCCUPAZIONE[1,4] 11.9 13.5 12.3 12.2 10.4 11.4
TASSO DI INFLAZIONE[1,3] 10.8 12.4 21.5 30.5 34.7 15.8
SPERANZA DI VITA [2] 72.4 72.8 73.1 73.4 73.7 74.0
ALFABETIZZAZIONE (%) [2,3,5] 83.6 85.0 86.8

AUTORE

Massimo Pascarella. Laureato in “Scienze politiche e relazioni internazionali”, possiede un Master in “Analisi d’intelligence e conflittualità non convenzionale”. Collabora con il quotidiano nazionale boliviano “El Deber” e con vari Think Tanks italiani occupandosi dei conflitti e dei cambiamenti di potere nel Vicino Oriente e dell’analisi dei gruppi jihadisti