Daesh alla conquista dell’Asia Centrale: la nascita del Vilayat Khorasan

Lo Stato Islamico potrebbe guardare maggiormente all’Asia Centrale come territorio di prossima espansione, strategia adottata in risposta alle recenti perdite territoriali e di uomini subite in Siria,grazie all’azione russa ed in Iraq grazie all’offensiva militare delle truppe irachene e alla resistenza ostinata dei peshmerga curdi.

L’Asia Centrale rappresenta un’area di primaria importanza strategica ed economica e già in passato ha visto scontrarsi grandi potenze come l’Impero degli Zar e quello Britannico e poi l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti in quello che è stato definito come “Il Grande Gioco” in inglese (The Great Game) e “Torneo di Ombre” in russo (Турниры теней – Turniry Teney). Attualmente la regione vede gli interessi della Federazione Russa, nazione che considera l’Asia Centrale come area di diretta influenza e che vorrebbe continuare ad esercitare il proprio controllo su di essa, gli Stati Uniti, interessati direttamente per quel che riguarda l’Afghanistan dal 2001 ed “indirettamente” nei rapporti politico-economici che la Casa Bianca ha cercato di instaurare dopo la caduta dell’Unione Sovietica, e la Cina, potenza sempre più volenterosa di affermare la sua autorità a livello regionale e continentale giocando la carta della “neutralità” ed investendo ingenti somme di denaro nei progetti di sviluppo dei paesi centro asiatici.

A questi tre litiganti possiamo aggiungere anche Daesh, organizzazione terroristica che, dalle ceneri dell’ISI affiliato ad al-Qaeda, è stata capace di realizzare una entità statale indipendente in vaste aree della Siria e dell’Iraq e che sta espandendo la sua influenza in molteplici direzioni: Nord Africa, Europa, Caucaso ed attualmente anche l’Asia Centrale.

Un primo passo significativo è stato quello di trasformare il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU), organizzazione terroristica attiva principalmente in Afghanistan e Pakistan che vede tra le sue fila uomini e donne uzbeki e delle ex repubbliche sovietiche centro asiatiche, da semplice alleato a gruppo facente parte dello Stato Islamico.

In un video di due minuti e mezzo apparso sul web la scorsa estate il leader di IMU, Usmon Ghazi, ha dichiarato in lingua araba al mondo intero la sua fedeltà (Ba’ya) ad Abu Bakr al-Baghdadi ed ha trasformato il suo movimento ed i suo combattenti in soldati dello Stato Islamico della regione del Khorasan (Vilayat Khorasan).

Le parole di Ghazi possono essere lette come il preambolo per l’espansione di Daesh verso l’Asia Centrale e devono essere viste come il compimento di un progetto di assimilazione all’interno dello Stato Islamico iniziato nel settembre del 2014 quando lo stesso leader di IMU sul sito web ufficiale del movimento aveva proclamato il proprio supporto e la propria vicinanza al gruppo guidato da al-Baghdadi, tenendosi ben distante dal pronunciare la parola Ba’ya (o Bahyat), ossia “fedeltà”. Nel marzo 2015 era stato Sadulla Urgenji, militante che sosteneva di far parte del gruppo degli Uzbeki che combattevano tra le file di IMU in Afghanistan, il primo a dichiarare la sua fedeltà e quella del suo gruppo ad al-Baghdadi non ricevendo però il supporto di Ghazi.

Si è dovuta aspettare la scorsa estate per vedere proclamata la famosa Ba’ya di Ghazi ad al-Baghdadi e per vedere compiuto il primo tassello di espansione dello Stato Islamico verso l’Asia Centrale. IMU, movimento fedele in passato ai Talebani con cui aveva coordinato le proprie azioni sia contro il Governo di Kabul che contro le truppe statunitensi, ha nettamente cambiato la propria strategia cercando di aumentare le proprie possibilità di vittoria nella lotta contro le autorità afghane e pakistane sfruttando la grande forza mediatica di Daesh e la sua capacità di fare presa sulla popolazione dell’Asia Centrale.

IMU ha quindi abbandonato i Talebani con i quali  era entrato in una controversia accusandoli di mentire sulla morte del precedente leader, il Mullah Omar, ed aveva espresso le proprie rimostranze nei confronti dei combattenti afghani permettendo al portavoce dello Stato Islamico lo scorso gennaio 2015 di sfruttare la situazione ed  annunciare l’espansione del gruppo nel Vilayat Khorasan, antica provincia che comprendeva parte del moderno Iran, Afghanistan, Tajikistan, Turkmenistan ed Uzbekistan.

L’espansione di Daesh verso l’Asia Centrale non è una sorpresa ed era facilmente prevedibile qualora si fossero analizzati i dati: secondo un recente rapporto di International Crisis Group, circa 2 mila cittadini centro asiatici hanno viaggiato verso la Siria per potersi unire allo Stato Islamico. Come al solito le stime ufficiali governative sono discordi da quelle stilate dalle ONG o da Think Tank indipendenti: le autorità del Tajiksitan dichiarano di aver 400 cittadini tagiki attualmente tra le file di Daesh, il Kyrgyzstan parla di 300-350 connazionali, il Kazakhstan 250 ed il Turkmenistan 300 persone. Cifre che sembrano molto distanti dalla realtà, secondo anche l’opinione di alcuni esperti e specialisti della regione guidati da Paul Dunay il quale ha dichiarato che spesso i Servizi Segreti tendono a omettere il numero reale di combattenti per non fomentare allarmismi: nel solo Kyrgyzstan, ad esempio, i numeri ufficiali di 300 combattenti potrebbero salire a cifre intorno ai 1000.


AUTORE

Giuliano Bifolchi. Analista geopolitico specializzato nel settore Sicurezza, Conflitti e Relazioni Internazionali. Laureato in Scienze Storiche presso l’Università Tor Vergata di Roma, ha conseguito un Master in Peace Building Management presso l’Università Pontificia San Bonaventura specializzandosi in Open Source Intelligence (OSINT) applicata al fenomeno terroristico della regione mediorientale e caucasica. Ha collaborato e continua a collaborare periodicamente con diverse testate giornalistiche e centri studi.