Le elezioni in Karabakh: nuovo motivo di contesa tra Armenia ed Azerbaigian

L’escalation di tensioni tra l’Armenia e l’Azerbaigian inerente il Nagorno-Karabakh continua a segnare la lunga estate della regione del Caucaso meridionale facendo ipotizzare una riapertura del conflitto finora definito “congelato” il cui processo di pace, promosso dal Gruppo di Minsk presieduto da Francia, Stati Uniti e Federazione Russa, stenta a decollare.

L’analisi di Asrie.org per Notizie Geopolitiche ripercorre gli eventi principali che hanno caratterizzato i rapporti e le tensioni tra Armenia ed Azerbaigian lungo l’ultima estate ed elenca i possibili attori esterni e fattori destabilizzatori della regione.

Escalation di tensione nel Caucaso meridionale, dove i rapporti tra Azerbaigian ed Armenia in tema di Nagorno-Karabakh si stanno ulteriormente incrinando al punto che potrebbero rimodellarsi gli equilibri della regione trasformando quello che per anni è stato considerato un conflitto “congelato” in un conflitto effettivo.
Durante l’estate i governi di Baku e Yerevan non si sono risparmiati nell’accusarsi a vicenda di aver violato il cessate il fuoco oppure di non aver rispetto il diritto internazionale per quel che riguarda questioni di natura politica, sociale e militare.
Sono tre gli elementi principali che permettono di evidenziare un aumento della propaganda di entrambi i paesi e delle tensioni esistenti.

In luglio si è partiti con il caso “Chiragov ed altri contro l’Armenia” (Nagorno-Karabakh: Strasburgo dà ragione all’Azerbaigian) pubblicizzato da Baku per sottolineare come la Corte Europea dei Diritti Umani avesse appoggiato i cittadini azerbaigiani contro il Governo di Yerevan e avesse confermato quanto da tempo predicato dall’Azerbaigian, ossia che la Repubblica del Nagorno-Karabakh possa essere considerata una entità dipendente militarmente, economicamente e politicamente dal supporto armeno e per tale motivo l’Armenia stessa debba essere inclusa come parte in causa del conflitto e fautrice di una politica etnica discriminatoria ed aggressiva all’interno dei territori azerbaigiani occupati. Di risposta Yerevan aveva confutato quanto espresso da Baku e sottolineato come nello stesso giorno si era discusso il caso “Sargsyan contro l’Azerbaigian” la cui sentenza condannava il Governo azerbaigiano per il mancato rispetto dei diritti umani del cittadino armeno; inoltre il Governo armeno, pur affermando il rispetto del lavoro della Corte Europea dei Diritti Umani, aveva sottolineato come tale sentenza non avesse nessuna implicazione a livello internazionale.

Ad innalzare ancor di più la tensione hanno contribuito le continue violazioni del cessate il fuoco tra le due parti sulla linea di confine culminate il 22 agosto in un vero e proprio scontro tra le forze armate armene e quelle azerbaigiane sul cui esito vige ancora l’incertezza ed il dubbio: secondo il Ministero della Difesa azerbaigiano le forze armene, fautrici di un attacco a sorpresa, avrebbero perso cinque soldati e visto il ferimento di altri 8, mentre secondo il Ministero della Difesa del Nagorno-Karabakh è stata Baku a registrare le perdite, ben 4, con relativi 15 feriti dopo un suo tentativo di attacco (Armenia – Azerbaigian: torna a scaldarsi la linea di confine). Sull’accaduto rimangono ancora molti dubbi anche se questo permette ulteriormente di evidenziare una tendenza allo scontro armato sempre più forte tra le due parti.

Per “riscaldare” ancora di più gli animi sono intervenute anche le prossime elezioni che si terranno il 13 settembre 2015 nella Repubblica del Nagorno-Karabakh che seguono quelle parlamentari del 3 maggio che tanto scalpore avevano creato a Baku condannate come illegittime: in questi giorni, infatti, il Ministero degli Esteri azerbaigiano ha pubblicato un comunicato sul proprio sito web ufficiale in cui nega, anche in questo caso, la legittimità di queste elezioni e ribadisce come la Repubblica del Nagorno-Karabakh si debba considerare una entità statale non riconosciuta dall’Azerbaigian nata dall’atteggiamento e dal regime separatista creato e promosso da Yerevan e ribadito anche dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo con la sentenza sul caso Chiragov. Secondo Baku, le attuali elezioni nel Karabakh promosse da Yerevan sono un rafforzamento della politica di occupazione armena e mostrano la mancata volontà di risolvere pacificamente il conflitto.

Ovviamente non è mancata la risposta armena da parte del Ministero degli Affari Esteri tramite le parole del suo portavoce Tigran Balayan il quale ha rigettato quanto espresso dalla controparte azerbaigiana affermando che le elezioni in Nagorno-Karabakh, le quali si tengono periodicamente dal 1991, sono la testimonianza dell’impegno della popolazione della Repubblica nello sviluppo democratico e nel rispetto dei diritti umani.

Ad alimentare ancora di più il clima di tensione esistente tra le due parti intervengono soprattutto i giornali ed i media nazionali e locali sempre pronti a pubblicizzare gli attacchi di una o dell’altra fazione e la capacità di respingere tali azioni violente da parte del proprio esercito, azioni che fomentano l’odio tra le due parti.

Analizzando gli eventi viene da chiedersi, quindi, se queste continue tensioni, accuse e violazioni del cessate il fuoco porteranno ad un ulteriore conflitto come quello che ha visto impegnate le due repubbliche caucasiche dal 1992 al 1994 il cui esito è stato la perdita da parte di Baku del 20% del proprio territorio nazionale, ossia il Nagorno-Karabakh e sette distretti limitrofi, la conseguente generazione di sfollati e rifugiati nella regione e l’isolamento regionale da parte dell’Armenia che ha dovuto guardare alla Federazione Russa rimanendo vincolata all’economia ed alla politica di Mosca.

Inoltre è lecito domandarsi se il famoso Gruppo di Minsk presieduto da Francia, Russia e Stati Uniti riuscirà realmente ed attivamente a promuovere il processo di pace, mettendo da parte gli scontri personali derivanti negli ultimi tempi in special modo dalla Crisi Ucraina, oppure se gli interessi personali ed i giochi di potere geopolitici in merito alla regione del Caucaso, vero ponte tra Europa ed Asia ed all’interno dello scacchiere energetico mondiale, non porteranno ancora di più i due stati allo squilibrio ed allo scontro.

In tutto questo si deve inserire anche l’Italia e capire in che modo il Governo italiano possa intervenire per mediare le tensioni visto i reali interessi che il Bel Paese ha nella regione; infatti lo Stato italiano è legato a quello azerbaigiano dal punto di vista energetico per quanto riguarda il Trans Adriatic Pipeline (TAP), gasdotto che partendo dal deposito azerbaigiano sul Mar Caspio di Shah Deniz porterà il gas naturale nel sud Italia trasformando la penisola in un hub energetico per l’Europa, ma detiene allo stesso tempo forti relazioni internazionali ed una amicizia particolare con l’Armenia per quello che riguarda gli aspetti storici, culturali e religiosi.

La speranza è quella che le due parti possano realmente sedersi al tavolo delle trattative, superare le continue tensioni ed accuse che ripetutamente si registrano e risolvere la controversia sul Nagorno-Karabakh favorendo il processo di pace e permettendo ad una regione importante dal punto di vista strategico di svilupparsi economicamente e socialmente permettendo il ritorno degli sfollati ai propri territori di origine e promuovendo l’integrazione. Speranza, realtà oppure utopia? La risposta potrà venire soltanto dai governi di Baku e Yerevan.

Articolo in Media Partnership con Notizie Geopolitiche.