Armenia – Azerbaigian: torna a scaldarsi la linea di confine

Il conflitto mai terminato e pacificato tra Armenia ed Azerbaigian e la regione del Nagorno-Karabakh torna a far parlare di sé e questa volta con una notizia preoccupante inerente lo scontro a fuoco avvenuto tra le forze armene e quelle azerbaigiane sulla linea dei distretti di Aghdam-Khojavend che avrebbe visto la perdita, secondo quanto affermato da Baku, di cinque soldati armeni ed il ferimento di altri otto, mentre,secondo quanto sostenuto da Yerevan, di 4 soldati azeri ed il ferimento di altri quindici.

A dare subito la notizia è stato il Ministero della Difesa dell’Azerbaigian dichiarando che nella serata del 22 agosto le forze armene hanno violato il cessate il fuoco esplodendo colpi sulle postazioni azerbaigiane in direzione del distretto di Aghdam e di Khojavend utilizzando mortai calibro 60 mm e 82 mm ed armi di grosso calibro; la risposta da parte delle truppe azerbaigiane, sempre secondo il messaggio del Ministero, ha provocato cinque morti ed otto feriti tra le file armene mentre soltanto tre soldati azerbaigiani hanno riportato lievi ferite.

Differenti le informazioni fornite invece dal Ministero della Difesa della Repubblica del Nagorno-Karabakh che parla di quattro morti e quindici ferite tra le file azerbaigiane e nessuna perdita o ferito tra quelle armene. Secondo quanto affermato dal Ministero le truppe azerbaigiane hanno violato in questo fine settimana più volte il cessate il fuoco utilizzando artiglieria pesante tra cui mortai calibro 60 mm, 82 mm e 120 mm subendo la risposta armena; il Ministero ha inoltre smentito quanto affermato dalla controparte azerbaigiana circa la morte di 5 soldati armeni ed il ferimento di altri 8 nella notte del 22 agosto.

Nei giorni scorsi il Ministro della Difesa dell’Azerbaigian Zakir Hasanov aveva dichiarato che lo Stato azerbaigiano era pronto ad usare la forza per ottenere nuovamente il controllo del territorio perso in favore dell’Armenia più di due decenni fa. Durante una visita ufficiale alle truppe vicine alla zona di conflitto del Nagorno-Karabakh Hasanov sottolineato che “Il tempo è giunto… La nostra gente ha perso la pazienza e domanda che noi ci attiviamo per spingere il nemico fuori dalla nostra terra”.

Il conflitto tra le due repubbliche del Caucaso meridionale vede il suo inizio nel 1988 e come conseguenza delle tensioni avvenute tra la fine degli anni ’80 ed inizi degli anni ’90, in special modo dopo la caduta dell’Unione Sovietica e la proclamazione dell’indipendenza delle ex repubbliche sovietiche,  nel 1992 è scoppiato il conflitto tra Armenia ed Azerbaigian concluso nel 1994 con il cessate il fuoco tra le parti. Al termine degli scontri l’Armenia era riuscita ad occupare il 20% del territorio dell’Azerbaigian comprendente il Nagorno-Karabakh ed i sette distretti limitrofi.

Per favorire il processo di pace l’OSCE aveva creato subito dopo il cessate il fuoco il Gruppo di Minsk presieduto da Russia, Francia e Stati Uniti che nel corso id questi anni ha registrato però una serie di insuccessi e rallentamenti. Attualmente il conflitto del Nagorno-Karabakh viene considerato un “conflitto congelato” anche se sulla linea di confine tra le due parti sono numerose le violazioni del cessate il fuoco con Baku e Yerevan impegnate ad accusarsi l’un l’altro in merito proprio a tali violazioni, come dimostra quanto accaduto in questo ultimo fine settimana.

Nei giorni scorsi il giornale Vedemosti aveva intervistato James Warlick, copresidente del Gruppo di Minsk per gli Stati Uniti presente a Mosca, il quale aveva dichiarato che l’intenzione di Russia, Stati Uniti e Francia continua ad essere quella di supportare il processo di pace e favorire il comune incontro tra le due parti prendendo in considerazione differenti topics tra cui spiccano lo status del Nagorno-Karabakh e dei territori limitrofi, la situazione dei rifugiati e le garanzie di sicurezza.

Parlando della situazione militare dell’area Warlick ha evidenziato la preoccupazione di Washington per gli scontri sulla linea di confine avvenuti per tutto il 2014 e registrati anche nel 2015; nello specifico il mese di gennaio 2015 può essere considerato il peggiore ed il più pericoloso con il maggior numero di vittime negli ultimi 20 anni.

Per una sua eventuale soluzione il rappresentante statunitense del Gruppo di Minsk ha ipotizzato che l’Armenia potrebbe restituire i territori occupati all’Azerbaigian a condizione che, per evitare che queste aree possano essere sfruttate militarmente dalle truppe azerbaigiane per colpire quelle armene, Russia, Francia e Stati Uniti in comune accordo con i due Stati caucasici forniscano delle garanzie di sicurezza includendo l’introduzione di forze di peacekeeping internazionali.

Analizzando l’attuale situazione di Azerbaigian ed Armenia ed una probabile riprese del conflitto dal punto di vista economico è possibile notare come per un paese esportatore di petrolio e gas naturale come quello azerbaigiano l’inasprimento delle ostilità potrebbe rappresentare un duro colpo all’economia nazionale. Infatti è pur vero che il Nagorno-Karabakh è distante dalla capitale Baku più di 350 chilometri e molto di più da Shah Deniz, il deposito del Mar Caspio dalla cui seconda fase di sviluppo verrà esportato il gas naturale verso l’Europa, ma è anche vero che l’oleodotto Baku – Tbilisi – Ceyhan (BTC) gestito dalla BP dista soltanto 50 chilometri dalla linea di fuoco. Una probabile ripresa del conflitto potrebbe quindi minacciare una delle fonti di introiti maggiori per l’Azerbaigian come l’oleodotto BTC la cui perdita per un eventuale avanzamento delle truppe armene potrebbe porre in seria difficoltà l’economia nazionale azerbaigiana e far perdere la fiducia da parte degli investitori esteri.

Per quanto riguarda l’Armenia invece il conflitto potrebbe far lievitare maggiormente il debito interno ed aggravare la situazione economica nazionale in un paese che ha registrato durante il periodo estivo una serie di tensioni a livello sociale, tra cui è possibile ricordare la protesta di piazza inerente l’aumento del costo dell’elettricità. Ad inasprire ancora di più la situazione armena giocano una parte importante la troppa dipendenza dalla Federazione Russa, sia a livello economico che per le forniture militari, ed il quasi isolamento a livello regionale con i rapporti deteriorati ed interrotti con la vicina Turchia.


AUTORE

Giuliano Bifolchi. Analista geopolitico specializzato nel settore Sicurezza, Conflitti e Relazioni Internazionali. Laureato in Scienze Storiche presso l’Università Tor Vergata di Roma, ha conseguito un Master in Peace Building Management presso l’Università Pontificia San Bonaventura specializzandosi in Open Source Intelligence (OSINT) applicata al fenomeno terroristico della regione mediorientale e caucasica. Ha collaborato e continua a collaborare periodicamente con diverse testate giornalistiche e centri studi.