La frammentazione delle istituzioni libiche

All’inizio del 2015 la situazione politica e di sicurezza nazionale in Libia è peggiorata ulteriormente a causa dell’ingresso a Sirte da parte dell’ISIS. La vicenda va ad aggravare la drammatica guerra civile che dal 2011, caduta del regime di Muammar Gheddafi, caratterizza il paese. Uno degli elementi che ha causato lo scoppio della guerra civile è stata l’estrema frammentazione della società libica, inasprita dalla lunghissima stagione di conflitti.

Sul campo infatti si contano più di un centinaio di milizie che ormai si contendono l’uso della forza in tutto il territorio. Ad esse vanno aggiunte la divisione istituzionale con due parlamenti e rispettivi governi a Tobruk e Tripoli e la galassia jihadista di Bengasi con il nuovo ingresso dello Stato Islamico come attore regionale.

La cause della frammentazione interna

Fino ai tempi delle rivoluzione nel 2011 e nei mesi immediatamente successivi ad essa le reti tribali e claniche rappresentavano quelle unità minime fondamentali attorno alle quali si strutturava la vita politica e sociale del Paese. La dittatura di Gheddafi aveva favorito un aggregazione socio-politica basata sulla conservazione e il rafforzamento del tessuto di lealtà tradizionali basate sulla parentela, le tribù, il patronato e le comunità locali. Il regime ha inoltre promosso una società divisa e conflittuale privilegiando tribù e territori a lui favorevoli contro altri. Perciò, la società che si è sollevata contro il regime si è mossa partendo da una forte divisione interna e da risentimenti intestini. Fin dall’inizio della rivoluzione libica del 17 febbraio 2011 l’iniziativa della ribellione si era polarizzata fra quella degli alti funzionari, dei diplomatici e degli ufficiali in fuga dal regime, che stabilirono a Bengasi il Consiglio Nazionale di Transizione, e la miriade di iniziative locali, tribali e comunitarie, con motivazioni e prospettive molto diverse tra loro. Il Consiglio non è riuscito a prendere la guida delle altre iniziative e al tempo stesso, il movimento di base non è riuscito a trovare una sua unitarietà e ad imporre la sua guida su base nazionale. Al contrario, si è mantenuta e rafforzata una forte frammentazione che si è poi tramutata in un variegato conflitto fra fazioni politiche e militari. Con la frammentazione della istituzioni rivoluzionarie libiche si è assistito alla parziale disgregazione e perdita di influenza da parte delle rete clanica del paese. Le cause che hanno portato alla frammentazione del Paese sono molto complesse e non possono essere ricondotte in una soluzione univoca poiché sono il frutto di variabili interconnesse e giochi di forze che si sono contese il paese fin dall’inizio della rivolta.

La prima variabile entrata in causa è stata la particolarità del regime di Gheddafi, costruito attorno alla sua persona, che non ha permesso la sopravvivenza di un apparato burocratico che garantisse la stabilità del paese nel periodo di transizione. L’assenza di un apparato burocratico fu causata anche dalla legge di epurazione e dalla mancanza di alte sfere manageriali che non hanno consentito alla Libia di poter contare su un gruppo di uomini che potesse rappresentare la nuova classe dirigente del paese. Inizialmente sia il CNT sia le varie tribù sul campo hanno fatto la rivoluzione contro il regime, ma le élites tradizionali l’hanno fatta in una prospettiva di continuità sociale e nazionale mentre la società di base l’ha fatto in una prospettiva di cambiamento radicale e con un forte proposito di rivalsa nei confronti del regime e dei suoi esponenti. Prevalse la linea di rivalsa nei confronti del regime che sfociò nell’emanazione della “al-‘Azl al-Siyasi”, cioè la legge sull’epurazione approvata il 5 maggio 2013 dopo un lungo e aspro dibattito durante il Congresso iniziato nel dicembre 2012. La sua approvazione avvenne in un grave clima di intimidazione da parte delle milizie che nel marzo 2013 circondarono in armi il Congresso. A seguito dell’approvazione della legge si dovettero dimettere dal Congresso esponenti chiave della rivoluzione, sebbene conservatori, quali Mahmoud Jibril e Mohammed Magarief .

L’epurazione degli alti dirigenti del regime dalle istituzioni rivoluzionarie andò a rafforzare le pretese territoriali autonomistiche che valutarono la secessione della Cirenaica dalla Libia. I leader del vecchio regime epurati dagli alti comandi rivoluzionari trovarono sfogo nelle fazioni che appoggiano le mire separatiste del paese, andando a creare un ulteriore interesse nel territorio che contribuisce a frammentare la già divisa comunità politica libica. Le mire secessioniste della Cirenaica non furono le sole forze che sfruttarono la rivolta per chiedere una maggiore autonomia, anche i gruppi etnici dei Tuareg e dei Tebu cavalcarono l’ondata della rivoluzione per ottenere maggiore autonomia dalle neonate istituzioni provocando un’ ulteriore spaccatura di interessi all’interno del paese.

Un ulteriore causa della scarsità del processo di ricostruzione del paese oltre alla mancanza di continuità tra il vecchio regime ed il nuovo fu, secondo A. Varvelli:

“attivare troppo presto un processo di transizione basato sulle elezioni anziché su un tentativo – accompagnato dalla comunità internazionale – di costruzione delle istituzioni e di rafforzamento dello stato di diritto. Le tre elezioni (Congresso generale 2012, Assemblea Costituente 2014, Camera dei Rappresentanti 2014) tenutesi in un breve arco temporale, hanno contribuito a dividere il paese anziché unirlo e rigenerarlo, mancando totalmente una reale fase di “nation building” nella quale si sarebbe dovuto discutere il più apertamente possibile di un comune terreno su cui ricostruire la nuova nazione libica”.

Alla mancanza di un apparato di alti burocrati che garantivano il processo di costruzione del paese va aggiunta la mancanza di legittimità del CNT libico. Il Consiglio Nazionale di Transizione era, infatti, un organismo che traeva la sua legittimità della comunità internazionale e che non aveva trovato all’interno del paese le basi solide per poter avviare un processo di ricostruzione delle istituzioni, infatti non aveva a sua disposizione né il monopolio dell’uso della forza né il controllo delle infrastrutture necessarie per la sopravvivenza del sistema paese. Inoltre la comunità internazionale non attuando una missione di peace building sul territorio non ha garantito al CNT di costruire uno Stato di diritto nel periodo di transizione.

Oltre alla mancanza della legittimazione dall’interno anche la peculiarità della rivoluzione libica non ha garantito la nascita di istituzioni che potessero avviare un processo di ricostruzione. La “rivoluzione” è stata caratterizzata infatti da un significativo intervento esterno che ha contribuito ad armare le parti presenti sul campo fino a portarle a contendersi la legittimità dell’uso della forza nel paese. Il sistema di sicurezza del paese è il fattore più rilevante che ha contribuito alla frammentazione del paese. Il sistema di sicurezza “ibrido”, come afferma R. Aliboni, che si formò in Libia, era composto da forze “formali”, ossia ex esercito nazionale del paese, e “informali”, il resto delle milizie armate, non integrate in un comando politico-militare unitario. Le istituzioni libiche, invece di integrare le milizie “rivoluzionarie” nelle forze armate nazionali, gliele hanno affiancate, consentendo alle milizie di mantenere i propri capi, i loro organici e i loro fini politici, ideologici e mettendole sui libri paga dello Stato. Le forze di sicurezza e difesa dello Stato libico si sono perciò trovate ad essere formate al tempo stesso da una componente nazionale e, in parallelo, da varie componenti partigiane, tutte al servizio di cause particolari, di città, patroni, tribù e gruppi politici, ma non di una causa nazionale o generale. Il Ministero della Difesa e quello dell’Interno, guidati da ministri di opposte fazioni, hanno inquadrato nei ranghi statali milizie della loro parte, sottraendo di fatto allo Stato centrale il monopolio della sicurezza e garantendo invece la forza delle fazioni, scelta che ha dapprima paralizzato ulteriormente ogni possibile azione del Governo e ha poi fatalmente tradotto la lotta politica libica nell’odierno conflitto armato. I gruppi politici e le comunità locali si sono intrecciati con queste o quelle milizie credendo di avere a loro disposizione un braccio armato e finendo invece al loro servizio.

Un così frammentato sistema di sicurezza ed il finanziamento dall’esterno delle fazioni in campo, adoperato senza un preciso piano politico e di filtraggio delle parti in causa, portò alla proliferazione di aiuti ed armamenti sull’intero territorio. Questo creò un terreno fertile per le forze islamiste estreme che non avevano trovato sfogo con il regime di Gheddafi. La galassia jihadista in Libia, che da sempre covava all’interno del paese, è più legata a un modo tradizionale di esprimere malcontento e insoddisfazione per il regime di Gheddafi, piuttosto che ad un reale estremismo teologico. I jihadisti libici hanno rappresentato il gruppo più numeroso di combattenti stranieri a sostegno di al-Qaida e di altre milizie operanti in Iraq a metà del primo decennio del Duemila, in Afghanistan e, più di recente, in Siria. I jihadisti di ritorno dalla prima linea, una volta tornati nei loro luoghi di origine acquisirono lo status di mujaheddin. Oggi sono quindi in grado di radicalizzare il loro ambiente originale, favorendo il proselitismo estremista e il mimetismo radicale; creare nuovi gruppi jihadisti e cellule; formare nuovi membri dal punto di vista militare aggiornando la capacità di combattimento dei militanti locali; allargare le reti estremiste, con la diffusione dell’ideologia salafita-jihadista, delegittimando le autorità locali tradizionali. L’ingresso del nuovo attore regionale della galassia jihadista dello Stato Islamico non è però da considerarsi come un’effettiva conquista territoriale, ma si spiega soprattutto con la sua abilità nel reclutare nuovi membri all’interno delle formazioni radicali già presenti in questo territorio, come Ansar al-Sharia (ASL). Quando si parla di IS in Libia si fa perciò spesso riferimento a gruppi che scelgono di giurare fedeltà (bai’a) al Califfato in cambio di una legittimazione globale di un jihad locale. Il fatto che si siano legati alcuni gruppi jihadisti al brand ISIS aumenta la capacità organizzativa e mediatica di questi ultimi, portando alla creazione di un nuovo attore che ha ulteriormente aggravato la fragile situazione di sicurezza.

Ombrelli di forze in Libia

Queste caratteristiche, dopo circa due anni di furibonda lotta politica nel CNG e scontri armati nel paese, hanno portato alla formazione di due coalizioni eterogenee tenute assieme più da interessi di potere che da veri e propri programmi politico-ideologici. L’antitesi della disgregazione istituzionale del paese si è verificata con gli scontri in Parlamento del 4 maggio 2014 in occasione della nomina di Ahmed Omar Maiteeq a Primo Ministro, le successive elezioni politiche del 25 giugno hanno segnato una rottura della società libica dividendo il paese in due grandi ombrelli di forze. Il 25 giugno il popolo libico è stato chiamato ad eleggere i deputati della Majlis al-Nuwaab Consiglio dei Rappresentanti (CR) ossia l’assemblea legislativa nazionale che avrebbe dovuto sostituire il Congresso Generale Nazionale (CGN). Quest’ultimo, eletto nell’ottobre del 2012, è l’organo legislativo di transizione che aveva ereditato i poteri del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) e che aveva il compito di redigere la nuova Costituzione e guidare il Paese durante il processo di transizione dal regime di Gheddafi al sistema democratico e liberale. I risultati elettorali hanno visto il trionfo delle forze laiche con 170 seggi su 200 complessivi sulle formazioni islamiste della fratellanza musulmana. Le forze islamiste, temendo presunti brogli elettorali, non hanno riconosciuto il risultato delle elezioni, mobilitando alcune milizie fedeli per prendere il controllo di Tripoli. In risposta, gli eletti laici hanno abbandonato la capitale, temendo azioni di rappresaglia, e spostando la sede del CR nella città orientale di Tobrouk. Le due istituzioni libiche sono appoggiate da due coalizioni di forze: quella del generale Khalifa Haftar che lanciò l’operazione “Dignità” contro le milizie salafite di Ansar al-Sharia a Bengasi, contro i salafiti a Derna e contro gli islamisti a Tripoli a sostegno del governo di Tobruk, e quella delle forze islamiste di Fajr Libia” (Alba della Libia”), un’alleanza guidata dalle milizie di Misurata, della quale fanno parte anche i Fratelli Musulmani, a sostegno del Governo di Tripoli.
Oltre ai due ombrelli di forze, a causa della frammentazione del paese, sono sorti altri attori come la “galassia jihadista”, che raggrupperemo nella seguente analisi solo per ragioni di sintesi e per esemplificare la situazione sul campo. Le varie forze che per ragioni terminologiche abbiamo raggruppato con il termine di galassia jihadista non sono riunite sotto un unico comando o istituzione ma rappresentano un insieme di fazioni in lotta anche tra loro a causa dei vari interessi che abbiamo cercato di spiegare nel precedente paragrafo. Ad arricchire la galassia jihadista nell’ultimo periodo è l’ingresso del brand ISIS che ha portato ulteriore scompiglio ai già fragili legami di forze presenti nel paese.

Oltre alle forze precedentemente accennate sono presenti sul territorio i gruppi etnici dei Tobrug e dei Tebu e le varie milizie legate a loro che si stanno scontrando nel sud del paese per il controllo del deserto di Murzuq.


AUTORE

Gaetano Mauro Potenza. Laureato in Scienze della Difesa e della Sicurezza, lavora come Counry Security Analyst presso la Security Company e si occupa di Country Analysis e Security Management collaborando con il CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo e con Geopolitical Review.