Le relazioni internazionali della Libia e gli interessi delle potenze straniere

La situazione in corso in Libia solleva nuovi interrogativi e ipotesi sul futuro sviluppo delle relazioni politiche ed economiche e sul processo di integrazione del paese con il resto del mondo. Non bisogna dimenticare che il paese riveste e continuerà a rivestire un ruolo fondamentale di interfaccia con gli stati dell’area sub-sahariana, gestendo ingenti flussi di esportazioni europee verso l’interno del continente. La stretta interdipendenza della Libia con gli altri stati dell’area nordafricana è stata confermata dai flussi di ritorno delle comunità migranti dopo lo scoppio del conflitto civile del 2011, come ad esempio le migliaia di lavoratori tunisini ed egiziani che hanno fatto ritorno nel proprio paese.

Il conflitto libico ha aperto nuove interessanti prospettive politiche determinate dalla collaborazione tra Stati europei ed arabi, ma soprattutto dall’appoggio fornito da alcuni paesi della regione nordafricana e mediorientale alle forze governative stabilitesi in Libia alla la fine del conflitto. Già dai primi mesi del 2012 si era avviata un’intensa attività diplomatica: il Ministro degli Esteri libico, Ashour Bin Khayal, aveva svolto missioni in Niger, Mali e Ciad, incontri vi erano stati tra le autorità libiche e i rappresentanti di Egitto, Sudan e Tunisia, l’allora Primo Ministro libico aveva preso parte al 18esimo summit dell’Unione Africana e la Lega Araba aveva nominato un nuovo rappresentante in Libia.

La Libia riveste un interesse strategico nell’area anche per la sua particolare posizione geografica, che la proietta nel Mediterraneo rendendola allo stesso tempo un interlocutore privilegiato per i paesi situati a sud del Sahara. Sono numerose le forze politiche ed economiche che auspicano una maggiore integrazione tra i paesi del Nord Africa, nella speranza che possano divenire una forza trainante per lo sviluppo dell’intero continente. Tuttavia non va dimenticato che queste economie si sono dimostrate negli anni vulnerabili a shock interni ed esterni.

L’integrazione regionale e l’avvicinamento all’Unione Europea potrebbero rappresentare un contributo fondamentale per la futura stabilità del paese, grazie ad un aumento degli scambi commerciali, la crescita del PIL e la promozione della sussidiarietà. Le future relazioni tra UE e Libia saranno probabilmente influenzate da due questioni principali: l’approvvigionamento energetico dei paesi membri dell’UE e la gestione dei flussi migratori.

Vista la costante crescita del fabbisogno energetico dell’UE, quest’ultima sarà chiamata a muoversi sullo scacchiere internazionale per garantire gli approvvigionamenti necessari. In questo scenario, la Libia è certamente una controparte interessante: l’UE infatti importa grandi quantità di greggio dalla Libia e porta avanti progetti per la costruzione di gasdotti e interconnessioni strutturali. Nonostante le potenzialità offerte dalla Libia, l’UE dovrà affrontare gli effetti negativi dovuti ad una reticenza dei suoi membri ad accettare una gestione condivisa di alcuni aspetti della politica estera, come ad esempio la politica energetica, e alla preferenza del paese per la stipulazione di accordi bilaterali.

Anche per quanto riguarda la questione dei flussi migratori, l’UE deve fare i conti con una gestione non unitaria delle problematiche inerenti il Mediterraneo. Lo scoppio delle primavere arabe ha prodotto un aumento dei flussi migratori, riproponendo con urgenza la questione del controllo dei confini e ponendo nuove sfide nelle relazioni con il Mediterraneo. Proprio le diverse percezioni nell’importanza strategica di quest’area tra gli stati membri hanno finora impedito di maturare un approccio condiviso alla questione migratoria. Le difficoltà incontrate dall’UE nel maturare una politica mediterranea inclusiva e condivisa hanno finito col favorire una sempre più incisiva presenza di attori esterni al bacino.

La Libia rappresenta un unicum in quanto rimane l’unico paese dell’area (oltre alla Siria) con il quale l’UE non intrattiene relazioni contrattuali. Nel 2008 era maturata l’esigenza di instaurare un quadro giuridico che consentisse di rafforzare il dialogo e la cooperazione con la Libia. L’obiettivo era concludere un accordo ampio che riguardasse il dialogo politico e la cooperazione in materia di politica estera e di sicurezza, creando una zona di libero scambio il più possibile inclusiva. Tuttavia, in seguito agli eventi del 2011, nel mese di febbraio i negoziati vennero sospesi.

In relazione al futuro dell’UE nel garantire una stabilizzazione del paese, sarà sicuramente auspicabile una sua maggiore presenza nell’area. In particolare l’Europa dovrebbe impegnarsi nel cercare di rafforzare la capacità libica di integrare i flussi economici che transitano per il Mediterraneo, in un’ottica paritaria fra il continente europeo e quello africano.

Egitto

Lo scoppio delle primavere arabe aveva portato inizialmente a un miglioramento delle relazioni fra Egitto e Libia. Dopo il conflitto del 1977 e l’espulsione di 250,000 egiziani che vivevano in Libia, le relazioni tra i due paesi erano rimaste gelide per anni. La riconciliazione tra i due paesi è avvenuta anche grazie all’affinità con il nuovo Governo egiziano guidato da Morsi. Inoltre nel 2003, Egitto e Libia siglarono un accordo commerciale e doganale, che ha rimosso le tasse doganali sui prodotti istituendo un meccanismo di risoluzione delle controversie commerciali.

La situazione si è nuovamente deteriorata nel dicembre 2013, quando i Fratelli Musulmani egiziani sono stati classificati come un’organizzazione terroristica. Da quel momento l’Egitto ha iniziato a guardare con grande preoccupazione alla Libia.

Lo scorso 16 febbraio l’ISIS ha pubblicato un video che mostrava l’uccisione di 21 copti. La reazione dell’Egitto è stata la decisione di avviare raid aerei per bombardare obiettivi jihadisti. La scelta di attaccare l’ISIS in Libia era stata precedentemente annunciata dal presidente egiziano al-Sisi , che aveva avvertito di come l’Egitto volesse riservarsi il diritto di reagire, nei modi e nei tempi che avrebbe ritenuto più opportuni, alla decapitazione dei suoi 21 concittadini.

Algeria

Le relazioni tra Libia e Algeria sono di lunga data nonostante abbiano attraversato periodi di forte tensione tra il Consiglio nazionale di transizione in Libia e l’autocrazia del partito unico del presidente Abdelaziz Bouteflika algerino. Il forte sostegno libico al Fronte Polisario del Sahara occidentale e le posizioni allo stesso modo intransigenti su temi quali il colonialismo e il conflitto israelo-palestinese, avevano ulteriormente facilitato le loro relazioni negli anni ’70. Ma le inclinazioni libiche ad una vera unione politica, hanno tuttavia finito con l’ostacolare una collaborazione formale, perché l’Algeria ha sempre cercato di sottrarsi a una collaborazione di tal tipo con un vicino così imprevedibile.

Il trattato di Oujda del 1984 stipulato tra Libia e Marocco, ha rappresentato una risposta al Trattato di fraternità e concordia stipulato tra Algeria e Tunisia, aggravando così temporaneamente le relazioni libico-algerine e stabilendo una divisione politica nella regione: Libia e Marocco da un lato, e Algeria, Tunisia e Mauritania dall’altro.

Attualmente, ciò che più desta preoccupazioni in Algeria, è la sicurezza del suo confine con la Libia. Dato l’estendersi del confine – più di 1,000 km – l’Algeria necessita di ingenti risorse umane e finanziare per garantire la sicurezza delle proprie frontiere. L’Algeria ha però un certo numero di opzioni. Ha una vasta esperienza nella lotta al terrorismo e, dati i suoi rapporti diretti e indiretti con le parti in conflitto in Libia, può svolgere un ruolo diplomatico importante. Nel contrastare la minaccia islamista in Libia, l’intervento militare non rappresenta dunque l’unica soluzione. In caso di intervento, ci sarebbero poi sicuramente delle forti ripercussioni per l’Algeria. Date le difficoltà di controllo dei suoi confini, c’è una forte possibilità che le milizie libiche possano mettere in atto operazioni di vendetta transfrontaliere.

In alternativa dunque, il Governo algerino potrebbe sfruttare le sue relazioni diplomatiche per mediare tra le parti in conflitto, nel tentativo di raggiungere una soluzione politica.

Qatar

Il Qatar è stato il secondo paese a riconoscere il Comitato nazionale di transizione (Cnt) libico ed il primo ad annunciare un accordo commerciale con esso, dichiarando il 27 marzo 2011, che avrebbe commercializzato le esportazioni di petrolio libico dai siti controllati da forze anti-Gheddafi. È stato inoltre il primo paese arabo ad unirsi all’operazione Unified Protector in Libia, aiutando a far rispettare la no fly zone imposta dal Consiglio di Sicurezza. La cooperazione del Qatar con il Cnt libico è rimasta stretta durante tutto il periodo del conflitto, con una fitta concertazione tra i funzionari dei due governi. Il 16 ottobre 2011 i governi di Qatar e Libia hanno firmato a Doha un memorandum d’intesa per la cooperazione tra i Ministeri della Giustizia dei due stati. Durante il conflitto, il Qatar ha agito inoltre da interlocutore per la Lega araba anche attraverso la diplomazia pubblica, in particolare attraverso la stazione tv del Qatar, Al-Jazeera, divenuta la voce principale della primavera araba.

Dopo la caduta di Gheddafi, il Qatar ha mantenuto il suo coinvolgimento negli affari libici, sia economicamente che attraverso la partecipazione a riunioni di riconciliazione nazionale. Lo scorso febbraio il Qatar aveva espresso riserve circa le incursioni in Libia da parte dell’Egitto, sottolineando la necessità di consultazioni prima di qualsiasi azione unilaterale militare. La crisi tra Egitto e Qatar è emersa proprio in relazione agli attacchi egiziani, con Al-Jazeera che ha condannato fermamente la decisione di Al-Sisi. Dopo la condanna degli attacchi, la Lega Araba ha rilasciato una dichiarazione ufficiale confermando che tutti gli stati membri hanno sostenuto la decisione egiziana, ad eccezione del Qatar, che ha espresso riserve. In risposta alla condanna del Qatar, il delegato egiziano presso la Lega Araba ha accusato il Qatar di sostenere il terrorismo. Il Gulf Cooperation Council ha preso però una posizione a sostegno del Qatar rilasciando una dichiarazione ufficiale in cui respinge le accuse egiziane.

La dichiarazione congiunta rilasciata da Stati Uniti, Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito, così come la successiva decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che respinge la richiesta egiziana di fornire copertura internazionale per un intervento in Libia, ha causato del risentimento in Egitto. Il Cairo ha infatti accusato la comunità internazionale di usare due pesi e due misure nei suoi rapporti con l’ISIS, permettendo attacchi contro i gruppi armati in Iraq e Siria, ma sottolineando l’importanza di affrontare la situazione in Libia usando metodi diplomatici.

Turchia

Le relazioni tra i due paesi hanno attraversato fasi altalenanti, pur nel rispetto dei legami profondamente radicati basati su una storia comune e su affinità culturali e sociali. Le visite reciproche dei Ministri degli Esteri nel corso degli anni sono state fondamentali nel mantenimento e nel rafforzamento di questo storico legame.

Dal punto di vista economico, il petrolio rappresenta quasi il 100% delle importazioni turche dalla Libia. Inoltre la Turchia ha avviato numerosi progetti infrastrutturali in Libia, con un valore stimato pari a 20,5 miliardi di dollari statunitensi. I due paesi hanno lavorato nel corso degli anni per rafforzare i legami politici ed economici stipulando una fitta rete di accordi commerciali, quali l’accordo sulla cooperazione economica e commerciale del 1975 e l’accordo sulla cooperazione finanziaria del 1978.

La lunga e spesso travagliata relazione della Turchia con la Libia ha condotto Ankara a mantenere una posizione prudente nei confronti del governo nordafricano. Allo scoppio del conflitto nel 2011, la Turchia si era schierata inizialmente a sfavore di un intervento armato esprimendo grande preoccupazione per le violenze perpetrate sul territorio libico. Tuttavia, entro la fine del mese di marzo del 2011, la Turchia ha cambiato rotta ed è diventata una sostenitrice dell’intervento armato.

Dopo la fine del conflitto, la Turchia si è presentata come sostenitrice del Congresso Nazionale Generale controllato dagli islamisti e del governo di Omar al-Hasi, in opposizione al Governo di Tobruk, che era stato nominato dall’Assemblea dei Rappresentanti, rendendo così la presenza turca indesiderata nelle zone controllate da quest’ultimo.

La Turchia, citando la decisione della Corte costituzionale libica di annullare le elezioni, ha continuato a sostenere come legittimo il solo governo di Tripoli. Mentre paesi quali Emirati Arabi, Arabia Saudita e Egitto hanno riconosciuto come legittimo il governo di Tobruk. La decisione egiziana di avviare raid aerei in Libia ha inasprito ulteriormente la posizione anti-turca del fronte di Tobruk, che in una riunione straordinaria del 22 febbraio 2014, ha deciso di espellere le aziende turche dalla Libia. Il portavoce del governo di Tripoli ha però tenuto a precisare che la decisione si applica solo alle aree da esso controllate.

Nonostante le rassicurazioni, la situazione rimane critica e molte aziende turche sono state costrette a sospendere le loro operazioni a causa degli scontri. L’unica speranza di Ankara è riposta in uno sforzo di riconciliazione delle Nazioni Unite e dell’UE, nella speranza che possano concludere una mediazione politico-diplomatica nel più breve tempo possibile.

Emirati Arabi Uniti

Scossi dalla turbolenza delle primavere arabe, gli Emirati sono emersi negli ultimi anni come una delle più conservative monarchie dell’Golfo. I primi segnali di un nuovo ruolo degli Emirati nella regione si sono avuti nel 2011, con la decisione del principe Mohammed bin Zayed di prendere parte all’operazione NATO in Libia sostenendo i ribelli che combattevano per rovesciare il regime di Gheddafi. Sono stati inoltre il primo paese arabo ad inviare un rappresentante alla Nato nel 2013.

Negli ultimi mesi, hanno deciso di prendere parte alla coalizione internazionale a guida Usa contro l’ISIS portando avanti raid aerei in Siria. La cooperazione araba è di fondamentale importanza per porre fine alle azioni mostruose delle organizzazioni terroristiche che agiscono nella regione. Stati quali Arabia Saudita e Bahrain hanno rilasciato dichiarazioni di solidarietà a sostegno dell’azione del governo hashemita. La partecipazione araba è senz’altro vitale per l’obiettivo prefissato dai governi occidentali. Ma è un appoggio più importante dal punto di vista politico che non militare. Si stima infatti che meno del 10% degli attacchi provenga da forze arabe, anche se stime ufficiali non sono ancora state rese note.

Stati Uniti d’America

I rapporti tra Usa e Libia sono oggi cordiali. Tuttavia, per molti decenni prima del 2011 i due paesi sono stati impegnati in scontri sul piano diplomatico e militare. Il regime di Gheddafi era stato accusato di aver finanziato operazioni terroristiche ai danni degli Usa, in particolare l’attentato in una discoteca di Berlino nel 1986, del quale gli Stati Uniti si vendicarono bombardando la Libia, e il più noto caso Lockerbie del 1988.

Allo scoppio del conflitto libico nel 2011, gli Usa sono intervenuti militarmente in aiuto dei ribelli, avviando raid aerei contro l’esercito libico. Con il successo della rivoluzione e il rovesciamento di Gheddafi, il presidente Obama ha dichiarato l’impegno del suo paese a sostegno del popolo libico, promettendo di dar vita a una partnership per avviare la costruzione del nuovo stato libico.

La coalizione a guida Usa nata per combattere l’ISIS in Iraq e Siria, ha lanciato più di 2,400 attacchi aerei contro obiettivi islamici. Ma per quanto riguarda la situazione in Libia, l’amministrazione Obama sembra voler agire in modo più cauto, facendo leva sulla diplomazia internazionale. Proprio questa decisione ha reso gli Usa oggetto di molte critiche.

Lo scorso febbraio il presidente Obama ha discusso della situazione in Libia con i leader diFrancia, GB, Germania, Italia e il Presidente del Consiglio europeo. In una dichiarazione rilasciata dalla Casa Bianca al termine della videoconferenza, si afferma che i leader sono uniti nel sostenere una soluzione pacifica del conflitto, sottolineando la necessità di ulteriori consultazioni nel tentativo di definire una strategia comune adatta ad affrontare la minaccia dello Stato Islamico.

Cina

A differenza delle potenze occidentali, la Cina si mostrò da subito riluttante quando i ribelli in Libia chiesero alla comunità internazionale di intervenire nel Marzo 2011. La Cina decise dunque di astenersi dalla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzava “tutte le misure necessarie” per proteggere la popolazione civile. I media cinesi descrissero l’operazione NATO come “un’ingerenza straniera che porta alla guerra e al caos”.

I rapporti tra Cina e Libia erano sempre stati problematici, avendo subito una brusca interruzione nel 1980 dopo che Pechino aveva deciso di fornire armi all’Egitto, con cui la Libia aveva combattuto una guerra di confine nel 1977. Nonostante le sfide passate, la Cina resta un giocatore importante nello scacchiere libico.

Nel 2010 si stima che l’11% delle esportazioni di petrolio provenissero dalla Libia. La Cina ha inoltre importanti interessi economici nell’area, che vanno dal settore delle infrastrutture a quello automobilistico. Il conflitto in Libia ha colpito duramente il business di Pechino nel paese, costringendo più di 36,000 persone ad abbandonarlo. Il CNT ha tuttavia cercato di rassicurare Pechino, assicurando che tutti i contratti e gli accordi in vigore dall’epoca di Gheddafi verranno onorati.

La Cina si trova quindi ora a dover bilanciare uno dei principi cardine della sua politica estera, ovvero la non ingerenza negli affari interni di uno stato, con gli interessi economici e commerciali presenti nell’area. Questo principio a dire il vero non è sempre stato rispettato, ma è indubbio che la politica estera cinese non è mai stata caratterizzata dall’interventismo. A livello internazionale questa posizione non viene più considerata sostenibile, in quanto incompatibile con la difesa di interessi economici crescenti. Se da un canto è difficile pensare a una partecipazione diretta cinese alle azioni militari volte a combattere l’ISIS, allo stesso tempo Pechino ha manifestato l’intenzione di non opporsi.


AUTORE

Pilar Buzzetti. Laureata in Relazioni Internazionali, ha successivamente conseguito un Master in Studi Diplomatici coltivando contemporaneamente una grande passione per le lingue e le culture straniere, in particolare quelle relative all’area mediorientale. Attualmente Office Assistant presso il World Food Programme, Pilar Buzzetti svolge progetti di analisi e ricerca per Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici e Mediterranean Affairs nel settore sicurezza e difesa e attività di volontariato con Amnesty International.