Egitto e il fallimento della Primavera Araba

I recenti eventi che hanno riguardato l’Egitto obbligano a riflettere sulla Primavera Araba (movimento che aveva caratterizzato due anni fa il Maghreb ed era stato visto dai media e da molti esperti come il passo ulteriore verso il processo democratico) e su un suo probabile fallimento a fronte del Colpo di Stato eseguito dall’esercito egiziano capace di deporre Morsi, presidente eletto lo scorso anno dalla metà della popolazione egiziana.

Con il colpo di stato effettuato dai militari egiziani il 4 luglio ed il relativo arresto di alcuni membri dei Fratelli Musulmani, tra cui il leader Mohamed Badie, il governo del presidente eletto Mohammad Morsi ha visto la propria fine, evento che è stato considerato differentemente dai diversi leader politici mondiali. Il Golfo, eccetto il Qatar, impaurito dall’influenza che l’Egitto dei Fratelli Musulmani potesse avere all’interno dei propri Stati ha quindi salutato positivamente tale rovesciamento di Governo: il re saudita Abdullah ha inviato un messaggio di congratulazioni a Adli Mandour, il nuovo capo ad intermin egiziano, ponendo l’attenzione sulle forze armate, sulla figura del Generale Abdel Fattah al-Sissi e sul ruolo giocato nella deposizione di Morsi; anche il leader del Kuwait, lo sceicco Sabah al-Ahmad al-Sabah, ha evidenziato l’importanza dell’esercito egiziano ringraziandolo per aver esercitato un ruolo storico positivo nel processo di stabilità del paese.

Di opposte vedute la Turchia che attraverso le parole del Ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu ha dichiarato che il nuovo governo egiziano deve essere considerato inaccettabile perché succeduto ad un governo, quello di Morsi, democraticamente eletto dal popolo e “detronizzato” da un colpo di statto illegale portato avanti dalle forze armate. Una condanna che, come analizzato dall’accademico turco Mehmet Sahim, esprime anche la preoccupazione della leadership di Ankara nei confronti del nuovo governo e dell’esercito con i quali la Turchia non ha attualmente rapporti buoni come quelli che aveva con Morsi.

Anche Teheran, dopo aver commentato il colpo di stato come una conseguenza della volontà del popolo, ha posto l’attenzione sull’attuale situazione egiziana caratterizzata da instabilità dove un governo eletto è stato sostituito da uno “imposto” dall’esercito provocando scontri, tensioni e lacerazioni le quali potrebbero essere sfruttate dall’opportunismo delle potenze straniere.

Andando ad analizzare quanto avvenuto occorre dire che il colpo di stato egiziano non riflette completamente la volontà dei partiti all’opposizione in Egitto i quali attendevano le prossime elezioni per poter ottenere la maggioranza del paese, votazioni che invece dopo quanto accaduto potrebbero aver fatto guadagnare ulteriori consensi ai Fratelli Musulmani e quindi consolidato la loro leadership nel paese.

Sulla base delle scorse elezioni presidenziali la Fratellanza aveva ottenuto il 51.7% della maggioranza, dimostrazione di un completo supporto della metà della popolazione egiziana, dato che era stato posto sotto osservazione e non accettato da diversi esperti e dall’opposizione i quali avevano visto nell’elezione di Morsi e nel totale dei voti raccolti uno scarto considerevole errato. Gli elettori dei Fratelli Musulmani sono stati rappresentati da coloro che hanno premiato il movimento per la lunga resistenza ed opposizione effettuata durante i sessanta anni di dittatura militare, da coloro che hanno premiato con la propria riconoscenza il supporto dato dalla Fratellanza nei confronti della popolazione più povera per arrivare a quegli egiziani che erano “disgustati” dall’unico opponente di Morsi il quale aveva fatto parte del regime di Mubarak.

Ma perché a distanza di un anno il governo di Morsi è fallito? Il progetto di islamizzazione della società avviato dai Fratelli Musulmani ed i continui compromessi che l’ex presidente egiziano ha dovuto accettare con la Fratellanza sono stati visti dalla popolazione, grazie anche all’attività di propaganda dell’opposizione, come le azioni di un leader estremista il quale avrebbe riportato l’Egitto indietro e non perseguito il processo democratico: conseguenza di tale malcontento, grazie anche all’azione politica dei partiti oppositori ai Fratelli Musulmani, sono state le dimostrazioni di piazza ideate con l’intento di spingere le forze armate ad intervenire e deporre Morsi.

Con la caduta del governo Morsi e con gli arresti dei membri più intransigenti dei Fratelli Musulmani (la “vecchia guardia” se così si può chiamare) la nuova leadership della Fratellanza sta formando persone con una capacità politica maggiore e con una flessibilità tale che, nelle prossime elezioni, i Fratelli Musulmani rischiano seriamente di essere i futuri vincitori; ironia della sorte, se il governo Morsi fosse rimasto in carica e condizionato dal rapporto con i membri del movimento islamico più intransigenti, gli insuccessi politici avrebbero portato alla ribalta i partiti dell’opposizione i quali avrebbero potuto puntare la propria campagna sui fallimenti politici del governo e sul degrado economico.

La Primavera Araba è davvero finita? Tra gli osservatori e gli esperti circola attualmente l’idea che la Primavera Araba sia effettivamente finita ed abbia registrato il proprio fallimento in questi ultimi giorni: l’Egitto, con almeno un terzo della totale popolazione araba mondiale, è stato il grande simbolo del movimento democratico che ha portato alla cacciata di Mubarak e alle elezioni regolari e con l’attuale colpo di stato sembra che la democrazia egiziana si sia rivelata un fallimento ed abbia lasciato come eredità un paese diviso tra coloro che supportano i Fratelli Musulmani, circa 13 milioni di elettori, e coloro che fanno parte di un gruppo eterogeneo di forze politiche che tentano di divenire coesi in modo da contrastare la forza della Fratellanza a cui si deve aggiungere quella dell’esercito il quale ha dichiarato dopo il golpe di non avere intenzione di partecipare direttamente alla vita politica del paese. Un esercito che però viene visto da molti come l’elemento destabilizzante egiziano il quale, sfruttando l’incapacità del governo di favorire la transizione democratica e le diverse manifestazioni provocate dall’opposizione, rischia di candidarsi come il reale detentore del potere e del controllo in Egitto.


AUTORE

Giuliano Bifolchi. Analista geopolitico specializzato nel settore Sicurezza, Conflitti e Relazioni Internazionali. Laureato in Scienze Storiche presso l’Università Tor Vergata di Roma, ha conseguito un Master in Peace Building Management presso l’Università Pontificia San Bonaventura specializzandosi in Open Source Intelligence (OSINT) applicata al fenomeno terroristico della regione mediorientale e caucasica. Ha collaborato e continua a collaborare periodicamente con diverse testate giornalistiche e centri studi.