La gestione cinese dello Xinjiang

Abdullah Mansourha, leader del Partito Islamico del Turkestan (TIP), è apparso in rete nei giorni scorsi per ammettere la responsabilità dei combattenti uighuri circa l’attacco avvenuto il 28 ottobre a piazza Tiananmen che ha causato la morte di cinque persone e per minacciare il Governo di Pechino di futuri attacchi.Il 28 ottobre 2013 un veicolo a quattro ruote motrici, dopo aver attraversato la piazza simoblo della Cina gremita di persone, si è schiantato contro un ponte in pietra prendendo fuoco ed uccidendo 5 persone e causando un numero elevato di feriti. Le autorità cinesi dopo l’attentato avevano identificato il guidatore come una persona di etnia uyghur, componente musulmana presente nella regione dello Xinjiang. Soltanto nei giorni scorsi, come si legge dalla traduzione rilasciata da SITE, TIP ha rivendicato tale attacco ed il loro leader ha minacciato direttamente il governo di Pechino promettendo attacchi da parte dei combattenti uighur, tra cui uno indirizzato verso la Grande Sala del Popolo, edificio posizionato all’angolo occidentale di Piazza Tiananman usato per le attività legislative e cerimoniali della Repubblica Popolare Cinese e del Partito Comunista Cinese. Tale dichiarazioni e l’attacco di fine ottobre potrebbe essere visto come una diretta conseguenza della politica avviata da Pechino nella regione dello Xinjiang definita dagli esperti come repressiva nei confronti delle libertà religiose e politiche dell’etnia uyghur.

La Regione autonoma dello Xinjiang-Uighur (XUAR), chiamata anche Turkestan orientale, secondo un censimento stilato dalle autorità cinesi nel 2010, è composta da 21.8 milioni di persone di cui il 40.1% (8.7 milioni di persone) di etnia cinese mentre la restante parte (13 milioni circa) di etnia uighur con la presenza di minoranze turche, uzbeche, kazake e tagiche. Dalla incorporazione del Turkestan orientale all’interno della Repubblica Popolare di Cina sono state registrate più di 400 rivolte uyghur contro il governo centrale di Pechino.

Negli ultimi tempi il governo cinese ha rafforzato il controllo sulla regione ed ha aumentato la propria attività di contrasto al fenomeno terroristico producendosi in una serie di atti di violenza capaci di sollevare lo scontento generale; va ricordata infatti la morte di 46 persone uccise nella municipalità di Lukchun nella Contea di Pichan della prefettura di Turpan dopo che la polizia aveva aperto il fuoco su una folla armata di coltelli (secondo quanto riportato dalle autorità) che aveva attaccato la stazione di polizia ed altre strutture civili dell’area. Tale evento è stato registrato come il più sanguinoso dopo quello avvenuto il 5 luglio 2009. Sempre in giugno la polizia ha aperto il fuoco contro centinaia di uyghur in protesta i quali manifestavano contro l’arresto di un loro giovane leader religioso e contro la chiusura della moschea con un bilancio di 15 morti e 50 feriti.

Il 20 agosto di questo anno, invece, le autorità cinesi avevano giustiziato con un colpo alla nuca 16 cittadini di etnia uyghur nell’area desertica di XUAR accusandoli di attività terroristica e propagandistica religiosa illegale. Tale evento ha provocato quindi una reazione a catena incrementando il livello di violenza ed insicurezza della regione e favorendo la detenzione di centinaia di cittadini uyghur; sempre in agosto la polizia aveva aperto il fuoco contro una folla di persone in protesta per le restrizioni religiose e di preghiera imposte nella città di Akyol nella prefettura di Aksu in vista della festa che segna la fine del mese del Ramadan, uccidendo tre persone e ferendone circa 50.

Il governo di Pechino crede che l’aspetto religioso dei cittadini uighur sia direttamente connesso con la volontà di creare uno stato autonomo uighur, per questo motivo le autorità hanno avviato un programma di controllo degli aspetti e delle attività religiose in XUAR; ad esempio gli Imam della regione hanno l’obbligo di concordare con il Bureau degli Affari Religiosi il loro sermone pubblico che esporranno ai fedeli durante la preghiera del venerdì, oppure, secondo le fonti locali, durante il Ramadan le autorità scolastiche hanno forzato gli studenti ad assumere cibo, stessa sorte per i funzionari statali.
La negazione di una autonomia ed indipendenza per gli uighur è dovuta anche al programma di sviluppo avviato da Pechino che ha trasformato una regione arretrata in un’area in cui si sono sviluppate le città ed i poli industriali con il potenziamento dei trasporti; quindi, gli ingenti investimenti monetari cinesi, uniti alla repressione religiosa e politica, fanno supporre una impossibilità o poca probabilità di ottenere l’indipendenza da Pechino. Recentemente la percentuale di popolazione di etnia cinese Han (che attualmente costituisce il 40% della popolazione) sta registrando un incremento grazie anche al fenomeno migratorio che sta interessando la regione incidendo anche sulla possibilità di avviare una propria attività economica da parte della popolazione uighur la cui maggior parte non conosce la lingua cinese e riscontra quindi difficoltà a livello amministrativo.
Come notato dallo studioso Adjar Kurtov del Russian Institute of Strategic Research, è opportuno quindi affermare che la politica di Pechino del “bastone” e della “carota” sta producendo i propri effetti facendo decrescere il supporto alla causa dell’indipendenza uighur nell’area.


AUTORE

Giuliano Bifolchi. Analista geopolitico specializzato nel settore Sicurezza, Conflitti e Relazioni Internazionali. Laureato in Scienze Storiche presso l’Università Tor Vergata di Roma, ha conseguito un Master in Peace Building Management presso l’Università Pontificia San Bonaventura specializzandosi in Open Source Intelligence (OSINT) applicata al fenomeno terroristico della regione mediorientale e caucasica. Ha collaborato e continua a collaborare periodicamente con diverse testate giornalistiche e centri studi.