A Roma si parla della sicurezza e dell’economia in Afghanistan

Si è svolto ieri, martedì 12 novembre 2013, a Roma, l’incontro organizzato dal Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali con l’Ambasciatore dell’Afghanistan in Italia Zia Nezam con l’intento di porre l’attenzione sulle sfide future dello stato afghano e sull’attuale situazione economica, politica, sociale e di sicurezza.

Tale incontro rientra nel programma “Ambassador Series” promosso dal Ce.S.I. ideato con l’intento di fornire agli studenti universitari in primis e agli addetti ai lavori una chance per poter espandere e migliorare la loro comprensione delle attuali realtà politiche ed economiche mondiali attraverso una serie di dibattiti con i rappresentanti delle istituzioni estere in Italia. Con l’obiettivo di fornire un’esperienza professionale formativa che faciliti lo sviluppo di una nuova generazione di attori nel contesto delle Relazioni Internazionali, il Ce.S.I. richiede agli ambasciatori che prendono parte a tale programma di condividere la propria esperienza e la visione politica, economica e sociale dello stato che rappresentano intrattenendo un dialogo attivo e diretto con il pubblico uditore.

L’Afghanistan rappresenta attualmente uno stato verso cui indirizzare l’interesse italiano ed internazionale non solo perché teatro di un conflitto scoppiato nel 2001 dopo l’attacco delle Torri Gemelle con l’intento di eliminare la rete terroristica di al-Qaeda che faceva capo ad Osama Bin Laden, ma anche perché grazie alla sua posizione geografica il territorio afghano si configura come un’area strategica di primaria importanza perché ponte di collegamento tra il Medio Oriente, la regione centrale asiatica e quella meridionale e come una via di transito fondamentale nella regione (l’antica “Via della Seta”).

Al centro del cosidetto “Great Game” del XIX secolo intercorso tra l’Impero Russo e quello Britannico per quanto riguardava l’influenza in India, l’Afghanistan è divenuto durante la Guerra Fredda il territorio di battaglia delle truppe sovietiche intervenute nel 1979 in favore del regime comunista. Dopo il conflitto sovietico iniziato nel 1979 e terminato nel 1989 con il ritiro completo delle truppe russe nel febbraio, emerse all’interno del paese la compagine Talebana caratterizzata per la visione estremista dell’Islam; con l’attacco alle Torri Gemelle dal 2001 ed il rifiuto dei Talebani di consegnare Osama Bin Laden, nell’ottobre dello stesso anno gli Stati Uniti iniziarono gli attacchi aerei nel paese, preludio al conflitto che ha portato le forze internazionali a confrontarsi con quelle talebane e terroristiche fino ad oggi.

Nel 2014 è previsto il ritiro delle forze ISAF dal paese, data che suscita preocupazione vista l’insicurezza e l’instabilità che ancora vige all’interno dell’Afghanistan con le aree meridionali ed orientali interessate maggiormente dall’azione delle forze insurrezionali e terroristiche. Come sottolineato dall’Ambasciatore, il problema della sicurezza non riguarda soltanto l’attività interna dei Talebani ma anche la rete di collegamenti sviluppata da al-Qaeda all’interno del territorio con movimenti  jihadisti come Tehrik-e-Taliaban Pakistan, il gruppo di Haqqani, oppure gruppi militanti operanti principalmente nell’area del nord Waziristan al confine tra Afghanistan e Pakistan come Lashkar-e-Jhangvi, Lashkar-e-Taliba ed IMU (Islamic Movement Group). Il problema della sicurezza rimane principale allo sviluppo futuro del paese il quale, come ha affermato Zia Nezam, nel 2004 si è dotato di una Costituzione in grado di regolamentare la vita politica, economica e sociale, è attualmente guidato dal presidente Hamid Karzai, al suo secondo mandato dopo quello del 2004, e si sta apprestando alle prossime elezioni presidenziali previste per il 5 aprile 2014 caratterizzate dall’impossibilità di rielezione di Karzai e da una lista elettorale iniziale di 27 candidati ridotti a 10.

L’economia afghana, dopo decenni di conflitti, ha iniziato ad avere una ripresa significativa dopo la caduta del regime dei Talebani nel 2001 grazie in particolare ai fondi internazionali, al recupero del settore agricolo e alla crescita del settore servizi. Questi successi a livello economico però contrastano con l’estrema povertà presente all’interno del paese il quale dipende oltremisura dagli aiuti esteri; problemi quali mancanza di acqua potabile, elettricità, assistenza medica e lavoro caratterizzano la difficile ripresa dello stato afghano il quale deve confrontarsi inoltre con la minaccia alla sicurezza, come evidenziato in precedenza, e con il  narcotraffico essendo il territorio afghano il fornitore del 90% dell’oppio mondiale.

La comunità internazionale rimane il fattore principale per lo sviluppo economico afghano con un finanziamento dal 2003 al 2010 pari a 67 miliardi di dollari a cui vanno aggiunti altri 16 miliardi decretati nella conferenza di Tokyo del 2010; a fronte di questo denaro, però, l’Afghanistan necessita di ulteriori fondi per risolvere le numerose sfide future rappresentante ad esempio dalla creazione di nuovi posti di lavoro, dalla lotta alla corruzione, dall’implementazione del sistema e della macchina statale e dalla realizzazione di infrastrutture pubbliche.

Il progetto TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India pipeline), che prevede la realizzazione del gasdotto capace di portare il gas naturale turkmeno fino in India, rappresenta una delle infrastrutture necessarie ed utili all’Afghanistan in grado non solo di provvedere al problema energetico, ma anche di creare posti di lavoro e contrastare quindi povertà e disoccupazione; sulla sua realizzazione esistono però dei dubbi dovuti all’insicurezza e instabilità dell’area afghana in cui dovrà passare tale sistema di trasporto energetico. Come asserito da Daniela Bredi, Professoressa di Storia ed Istituzioni dell’Islam in Asia Meridionale presso il Dipartimento di Studi Orientali dell’Università La Sapienza di Roma, durante una recente intervista inerente l’area asiatica meridionale,  la viabilità di TAPI dipende molto dal successo del Pakistan nel controllare la situazione interna e quella in Afghanistan: per quanto ci siano tutti i segnali del riconoscimento degli indubbi vantaggi che avrebbe Islamabad e siano stati fatti passi in vista della sua operatività (gli accordi con Cina e Russia vanno in questo senso), molto dipenderà dall’atteggiamento dell’India (rinuncia a tentazioni egemoniche), che per quanto abbia anch’essa dimostrato di tenere al progetto (il 7 febbraio scorso il governo indiano ha approvato l’istituzione di uno Special Purpose Vehicle per costruire il gasdotto per il quale saranno necessari 9 miliardi di dollari) è comunque impacciata da considerazioni politiche nell’immediato.
Nello specifico il gasdotto TAPI prevede la realizzazione di un sistema di trasporto di 1735 km che partirà dalla regione orientale del Turkmenistan, dove sono situati i maggiori depositi di gas naturale, e passerà attraverso l’Afghanistan, il Pakistan raggiungendo l’area di Fazilka al confine indo-pakistano.  La capacità iniziale del gasdotto sarà di 33 milioni di metri cubi di gas annui.

Un altro progetto significativo per lo stato afghano è la realizzazione della linea ferroviaria Turkmenistan-Afghanistan-Tajikistan che vede tra i maggiori finanziatori l’Asian Development Bank, l’Islamic Development Bank ed il governo di Ashgabat. Tale progetto, definito importante per la regione centroasiatica, è stato lanciato il 20 marzo scorso con la firma di un Memorandum of Understanding  durante un meeting trilaterale a cui hanno preso parte i rappresentanti di Afghanistan, Tajikistan e Turkmenistan.


AUTORE

Giuliano Bifolchi. Analista geopolitico specializzato nel settore Sicurezza, Conflitti e Relazioni Internazionali. Laureato in Scienze Storiche presso l’Università Tor Vergata di Roma, ha conseguito un Master in Peace Building Management presso l’Università Pontificia San Bonaventura specializzandosi in Open Source Intelligence (OSINT) applicata al fenomeno terroristico della regione mediorientale e caucasica. Ha collaborato e continua a collaborare periodicamente con diverse testate giornalistiche e centri studi.