L’Iraq attuale dopo i dieci anni di gestione statunitense

Sono passati dieci anni da quando le forze militari degli Stati Uniti hanno attaccato l’Iraq di Saddam Hussein con lo scopo di “detronizzare” il dittatore e far cadere il regime accusato allora di possedere armi chimiche rappresentanti una minaccia per la sicurezza regionale e per le potenze occidentali. Dopo 10 anni caratterizzati dallo scontro iniziale tra le truppe statunitensi e quelle irachene e poi dal controllo dello stato mediorientale da parte delle forze di Washington, con i relativi episodi di attentati ai danni di militari e civili, si può affermare, come dimostrano i dati dell’Onu e delle varie agenzie internazionali focalizzate sugli aspetti sociali ed umanitari, che l’Iraq attuale presenta gravi problemi che opprimono direttamente la popolazione costretta, in alcuni casi, a vivere un degrado peggiore di quello dell’epoca di Saddam e delle sanzioni internazionali.

Il governo statunitense e quello attuale iracheno hanno dichiarato che questi lunghi dieci anni hanno comportato benefici per lo stato capaci di influire anche sull’opinione pubblica che, secondo i sondaggi citati dal Primo Ministro dell’Iraq Nouri al-Maliki il 9 aprile in una sua lettera diretta al Washington Post, a maggioranza ha evidenziato una situazione attuale migliore di quella dell’era Saddam, idea condivisa anche da Paul Wolfowitzil Vice Segretario della Difesa degli Stati Uniti dal 2001 al 2005.

Positività sul successo dell’operato degli Stati Uniti in Iraq, però, non condivisa da tutti; Khalid Khalid, incaricato di registrare ed analizzare i progressi dell’Iraq per Millennium Development Goalds (MDGs) e per UN Development Programme (UNDP), ad esempio, ha evidenziato un deterioramente della qualità della vita all’interno dello stato iracheno se si compara la situazione attuale con quella di 25 anni fa. Khalid ha infatti notato che l’invasione delle forze statunitensi dell’Iraq era giunta in un periodo in cui le sanzioni nei confronti del governo di Saddam erano al massimo storico, paragonabili con quelle post guerra Iran-Iraq, ed in questo modo il conflitto non ha fatto altro che peggiorare la situazione interna irachena che in questi ultimi 10 anni ha subito un netto deterioramento.

Basti pensare che agli inizi degli anni ’80 l’Iraq era considerato uno degli stati maggiormente sviluppati del mondo arabo e la guerra Iran-Iraq dal settembre del 1980 all’agosto del 1988 e la Guerra del Golfo del 1991, come le sanzioni imposte dopo tali conflitti al governo di Baghdad, avevano influito sugli indici di sviluppo nazionali, anche se lo stato iracheno era riuscito a mantenere istituzioni forti e centralizzate, ideali per supportare il potere di Saddam Hussein. Invece, l’invasione degli Stati Uniti ed il conflitto civile scoppiato all’interno dello stato hanno provocato un netto peggioramento della situazione interna dell’Iraq e, come fa notare Maria Fantappie, analista pressi l’International Crisis Group, la violenza ed il processo di eliminazione degli esponenti afferenti al regime di Saddam hanno portato il paese in piena crisi.

Le istituzioni centrali smantellate dagli Stati Uniti hanno provocato quindi un vuoto che non è stato ancora colmato e quindi le conseguenze dell’invasione del 2003 sono riscontrabili all’interno del paese ancora oggi a tal punto che l’Iraq è l’unico paese del Medio Oriente dove gli standard di vita non hanno subito un miglioramento rispetto a 25 anni fa (dato evidenziato dalla World Bank) e nei settori come quello dell’istruzione e della sanità lo stato iracheno figura insieme a quelli più poveri al mondo.
L’analisi degli ultimi 10 anni dell’Iraq e la possibilità di stilare un rapporto che evidenzi pregi e difetti dell’amministrazione statunitense ed il relativo sviluppo o stato di arretratezza dello stato rispetto all’epoca di Saddam risulta difficile visto che esiste in merito a tale area una mole di dati ed informazioni provenienti da una moltitudine di fonti le quali utilizzano differenti metodi di raccolta e spesso utilizzano come campione piccoli gruppi di persone che non rappresentano ovviamente la totalità del popolo iracheno. Inoltre, come riportato dall’Unità di Analisi ed Informazione delle Nazioni Unite nel suo rapporto del 2008, lo studio dell’Iraq risulta in alcune circostanze impossibile a causa della difficoltà di raccolta dei dati oppure della mancanza di attendibilità per quelle informazioni raccolte in aree remote in cui i problemi di sicurezza e controllo sono maggiori.
Inoltre ci sono grandi discrepanze tra le statistiche nazionali raccolte per ogni regione con i dati della capitale Baghdad oppure con quelli della regione autonoma curda nel nord del paese; la stessa orgnizzazione Médecins sans Frontières aveva sottolineato la necessità di prestare maggiore attenzione alle aree remote del paese dove la realtà per gli iracheni non aveva subito un sostanziale miglioramento negli ultimi 10 anni.

Per analizzare il reale progresso o regresso dell’Iraq negli ultimi 10 anni è utile quindi prendere in esame non solo gli indici economici ma concentrarsi maggiormente sui dati afferenti alla sfera sociale.
Accesso all’acqua potabile: uno dei metri di valutazione dell’Iraq è quello che prende in esame la disponibilità di acqua potabile e l’elettricità ed analizzando la situazione del 2011 si poteva già notare come più di un quarto della popolazione irachena avesse accesso all’acqua che sgogava dalla linea pubblica per meno di due ore al giorno, dato che giustificava le affermazioni dei cittadini iracheni circa la qualità del servizio idrico definito insufficiente secondo i dati presentati dal rapporto Iraq Knowledge Network (IKN), condotto dal Ministero dell’Organizzazione della Pianificazione Statistica Centrale, l’Ufficio Statistico del Kurdistan e le Nazioni Unite, tramite un sondaggio condotto su circa 30 mila abitazioni. Il problema principale presentato dalle Nazioni Unite è quello che riguarda la manutenzione delle infrastrutture idriche e l’inadeguatezza dei fondi mirati a supportare il sistema di approvvigionamento idrico.

Una buona parte della popolazione lamenta la disparità di trattamento per quanto riguarda l’accesso all’acqua comparando il sistema statale iracheno di Saddam Hussein con quello adesso caratterizzato da una preferenza verso la corrente sciita che si riversa anche in casi pratici come quello della distribuzione idrica.

  • Elettricità: secondo un rapporto delle Nazioni Unite, negli ultimi dieci anni il sistema di fornitura elettrica ha dimostrato di avere gravi lacune, alcune ereditate già dalla Prima Guerra del Golfo che aveva portato danni alla rete di distribuzione elettrica spingendo l’allora governo di Saddam Hussein ad avviare un processo di ricostruzione capace in soli sei mesi dopo la fine del conflitto di ripristinare i due terzi della rete. Sistema di distribuzione elettrico che aveva subito l’influenza dei 10 anni di embargo a partire dal 1991 i quali avevano costretto il paese a “convivere” con i problemi di distribuzione elettrica derivanti dalle sanzioni internazionali. Dal 2003 il governo era riuscito a raggiungere nella capitale e nelle città principali del paese livelli accettabili di energia, anche se diversi governatori aveva lamentato di ricevere meno energia rispetto a quella di Baghdad. Come rilevato dall’Ispettore Speciale degli Stati Uniti per la Ricostruzione in Iraq, la produzione di energia elettrica aveva registrato il suo picco massimo subito dopo l’invasione delle forze armati statunitensi per poi subire un ulteriore decremento nel 2004.
    Gli investimenti a lungo termine effettuati per migliorare la capacità di produzione dell’energia elettrica non hanno portato in alcuni casi i frutti sperati, denunciano gli osservatori internazionali, e non sono stati uniti con opportuni investimenti destinati a migliorare la distribuzione e trasmissione della corrente elettrica all’interno del sistema elettrico nazionale. Commentando questa discrepanza ed errore nello sviluppo del settore energetico nazionale, il Vice Direttore del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite in Iraq Sudpto Mukerjee ha definito “fallimentare” la politica di investimenti effettuata negli ultimi anni. In conclusione si può dire che il sistema di fornitura elettrica in Iraq è particolarmente instabile e permette il suo utilizzo alla popolazione soltanto per poche ore giornaliere, affermazione che trova riscontro anche nel rapporto stilato dall’Unità di Analisi ed Informazione (IAU) dell’Agenzia Internazionale delle Nazioni Unite. Le abitazioni irachene ricevono circa otto ore di corrente elettrica al giorno dalla rete pubblica, secondo i dati presentati nel 2011 nel rapporto Iraq Knowledge Network (IKN), anche se il governo aveva promesso ai cittadini di riuscire a garantire l’erogazione elettrica per tutto il giorno.
    Esistono voci discrepanti per quanto riguarda l’erogazione elettrica in Iraq i cui dati variano a seconda dei testimoni e della loro confessione religiosa (grande differenza tra iracheni sunniti e sciiti); in media comunque prima dell’invasione statunitense la popolazione irachena poteva usufruire della corrente elettrica per 12-15 ore contro le 8 attuali che vengono sopperite da generatori privati i quali permettono di ottenere energia al prezzo di 100 dollari al mese, cifra elevata per il cittadino iracheno medio.
  • Problema degli sfollati: l’Iraq per decadi è stato afflitto dal problema degli sfollati, persone che sono fuggite dal proprio luogo di origine a causa del’instabilità e dell’insicurezza della regione. Tale fenomeno ha subito però un notevole incremento dopo l’attentato del 2006 ai danni del Sacro Santuario Sciita, evento che ha dato vita a due anni di violenza.
    Il problema degli sfollati e degli spostamenti di massa interno allo stato iracheno affligge l’Iraq da decadi a causa degli episodi di violenza che hanno caratterizzato il paese: la rivola curda del 1975, le atrocità commesse contro la minoranza curda durante la campgna di Anfal degli anni ’80 avviata dal governo di Saddam Hussein ed infine la Prima Guerra del Golfo del 1991.
    Nei primi due anni di invasione statunitense circa 190 mila persone sono migrate dal loro territorio d’origine e dal 2006 l’ammontare complessivo ha raggiunto il valore di 1.2 milioni di persone. L’attentato alla moschea di Samarra del 2006 ha dato il via ad un fenomeno migratorio di massa, secondo l’Agenzia dei Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) il più massiccio che il Medio Oriente ha avuto fin dal 1948. Circa 1.6 milioni di persone si sono spostate internamente e, secondo quanto riportato dall’Organizzazione Internazionale per la Migrazione, circa 2.2 milioni di persone sono divenute rifugiati fuggendo in Siria e Giordania. Analizzando gli anni 2007-2008 è possibile vedere come il numero delle persone che hanno lasciato le loro case ha raggiunto quota 5 milioni.
    Il problema dei rifugiati politici e degli sfollati non è stato ancora risolto completamente all’interno dell’Iraq e attualmente circa 1 milione di persone vivono come rifugiati negli stati confinanti a quello iracheno, di cui 126 mila registrati nel database dell’UNHCR. Secondo quanto affermato da Elizabeth Ferris, co-direttore del Project on Internal Displacement sotto la tutela del Brookings Institution e della London School of Economics, circa 3 milioni di persone, ossia il 10% della popolazione irachena, sono attualmente sfollati all’interno dell’Iraq.
    Le violenze derivanti dalle dispute territoriali tra l’Iraq e la regione autonoma del Kurdistan ed il processo di desertificazione dell’area rappresentano i motivi che inducono la popolazione a spostarsi dal proprio luogo d’origine.
    Secondo quanto evidenziato dall’UNHCR, il numero degli sfollati ritornati nella propria terra d’origine è aumentato ma di questi circa l’87% ha dimostrato di non avere abbastanza soldi per poter supportare le proprie famiglie, fattore che implica un aumento ulteriore della povertà.
  • Educazione ed Istruzione: grazie all’aumento delle rendite derivanti dal petrolio negli anni ’70 e all’inizio degli anni ’90 l’Iraq ha sviluppato in passato un sistema scolastico pubblico che era stato visto come il migliore della regione che assicurava il processo di alfabetizzazione e l’educazione nella scuola primaria. All’epoca la totalità dei bambini usufruiva del sistema scolastico primario, anche se questo presentava falle preoccupanti come evidenziato dall’UNICEF.
    Il peggioramento dell’istruzione irachena è iniziato in concomitanza con la guerra irano-irachena degli anni ’80 e proseguì poi con quella del Golfo del 1991, per subire un ulteriore danneggiamento e degrado durante i 10 anni di sanzioni internazionali che hanno preceduto l’invasione statunitense del 2003. Il risultato è stato un tetto salariale per gli insegnanti basso, elevata rotazione di personale educativo il cui livello di professionalità è stato definito scarso ed infine strutture educative inadeguate. Tutti questi fattori hanno causato un decremento della scolarizzazione dei bambini scesa al 90.8% nel 1990 e passata all’80.3% nel 2000.
    A seguito dell’invasione guidata dagli Stati Uniti, l’UNESCO ha riportato un impoverimento delle strutture dedicate all’educazione, con scuole le quali hanno registrato la perdita dell’80% del loro materiale, come sottolineato dal Ministero dell’Educazione. La situazione generale presenta poi particolari problematiche nelle aree critiche per ragioni religiosi o etniche, come ad esempio il governatorato del nord curdo il quale ha registrato la perdita di numerose biblioteche e scuole incendiate durante il conflitto o gli episodi di violenza.
    Tra le perdite umane che sono state causate dal conflitto armato, come evidenziato da IRIN in una sua analisi del 2007, sono presenti numerosi accademici e studiosi, e come conseguenza si è avuta la diminuzione della presenza di personale qualificato ed esperto all’interno del paese e l’inevitabile indebolimento del sistema scolastico iracheno.
    Hassan al-Hamadani, membro del parlamento dell’Iraq, ha dichiarato che attualmente il governo è costretto ad utilizzare tutte il personale qualificato ( o definito tale) per poter costruire il paese ed organizzare un sistema efficiente in tutti i settori, ma le morti causate dalla violenza e la fuga all’estero di numerosi dottori ed ingegneri rappresentano un ostacolo per questo obiettivo.

AUTORE

Giuliano Bifolchi. Analista geopolitico specializzato nel settore Sicurezza, Conflitti e Relazioni Internazionali. Laureato in Scienze Storiche presso l’Università Tor Vergata di Roma, ha conseguito un Master in Peace Building Management presso l’Università Pontificia San Bonaventura specializzandosi in Open Source Intelligence (OSINT) applicata al fenomeno terroristico della regione mediorientale e caucasica.